Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il terremoto giudiziario di Garlasco non riguarda più soltanto Andrea Sempio. La domanda che adesso incombe sull’intera vicenda è ancora più grande: che cosa resta dei sette elementi che portarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi?

Perché Stasi non venne condannato sulla base di una confessione, di un testimone che lo avesse visto uccidere Chiara o di una prova scientifica capace, da sola, di collocarlo sulla scena del crimine nel momento dell’omicidio. La Cassazione costruì la condanna definitiva a 16 anni attraverso sette elementi ritenuti convergenti e concordanti, tasselli che, letti insieme, formarono il mosaico della colpevolezza.

Oggi proprio quel mosaico rischia di cambiare forma.

Le nuove indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio hanno infatti prodotto una rilettura radicale di molti degli elementi sui quali poggia la sentenza passata in giudicato. E la scoperta più clamorosa riguarda proprio uno dei tasselli considerati più pesanti: il Dna di Chiara Poggi che sarebbe stato trovato sui pedali della bicicletta di Stasi e che, secondo le nuove consulenze, potrebbe in realtà non esserci mai stato.

Ma i pedali sono soltanto una parte della storia. Per capire la portata di ciò che sta accadendo bisogna tornare a quei sette punti e rileggerli uno per uno.

Garlasco, il primo pilastro: l’assassino doveva essere una persona conosciuta

Il primo elemento della condanna partiva da una considerazione apparentemente semplice: Chiara si trovava in casa in pigiama e avrebbe aperto la porta al proprio assassino, consentendogli di entrare. Per i giudici, dunque, chi la uccise doveva essere una persona che conosceva bene lei, la casa e le sue abitudini.

Alberto Stasi corrispondeva perfettamente a quel profilo: era il fidanzato di Chiara, frequentava abitualmente la villetta e ne conosceva gli ambienti.

La nuova indagine introduce però due elementi capaci di modificare quella lettura. Non è possibile stabilire con certezza che Chiara abbia aperto volontariamente la porta al proprio assassino, mentre Andrea Sempio, amico del fratello Marco Poggi, non rappresentava comunque un perfetto sconosciuto: aveva frequentato in precedenza la casa della famiglia.

Questo naturalmente non dimostra che Sempio abbia ucciso Chiara. Significa però che il ragionamento secondo il quale il profilo dell’uomo conosciuto conducesse necessariamente a Stasi oggi non appare più esclusivo.

La bicicletta nera e quell’alibi racchiuso in 23 minuti

Il secondo grande elemento riguarda la bicicletta nera da donna vista nei pressi della villetta la mattina del 13 agosto 2007. La famiglia Stasi possedeva biciclette compatibili con la descrizione delle testimoni e la sentenza considerò questo particolare insieme all’alibi dell’allora fidanzato di Chiara.

Ma proprio le testimonianze sulla bicicletta mostrano oggi diversi problemi.

Franca Bermani disse di aver visto una bicicletta quella mattina intorno alle 9.10, mentre Manuela Travain non mostrò la stessa certezza neppure sul giorno dell’avvistamento. Anche le descrizioni del mezzo presentavano differenze, dal portapacchi allo stato della bicicletta. Quella sequestrata alla famiglia Stasi, inoltre, non corrispondeva perfettamente alle caratteristiche indicate dalle testimoni. Per superare queste differenze, i giudici parlarono di una «macrodescrizione» compatibile.

C’è poi una questione ancora più importante: nessuno vide l’assassino allontanarsi su quella bicicletta. L’esistenza della bici davanti alla casa e il suo collegamento diretto con l’omicidio sono due passaggi differenti.

E qui entra in gioco l’orario della morte.

La ricostruzione che portò alla condanna collocava l’omicidio nella strettissima finestra compresa tra le 9.12 e le 9.35, prima che Stasi accendesse il computer per lavorare alla propria tesi. Ventitré minuti nei quali avrebbe dovuto raggiungere la casa, uccidere Chiara, ripulirsi e tornare nella propria abitazione.

La nuova consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo sposta invece la possibile morte in avanti, indicativamente tra le 9.45 e le 12.30, tornando così verso la prima valutazione medico-legale che aveva individuato una maggiore centratura tra le 11 e le 11.30.

Se cambia l’orario della morte, cambia inevitabilmente anche il significato dell’alibi.

Le scarpe pulite di Stasi: il grande paradosso della villetta

Uno degli elementi più suggestivi della condanna riguardava proprio ciò che non era stato trovato.

Stasi raccontò di essere entrato nella villetta, di avere attraversato gli ambienti alla ricerca di Chiara e di averne infine scoperto il corpo. Ma sulle sue scarpe non comparvero tracce di sangue. Nessuna traccia neppure sui tappetini e sui pedali della sua automobile, sulla quale disse di essere salito subito dopo.

Per i giudici quella pulizia risultava difficilmente conciliabile con il percorso descritto da Stasi all’interno di una casa nella quale il sangue era presente in diversi punti. Il suo racconto venne quindi considerato incongruo.

Le nuove indagini capovolgono però il ragionamento. Continua a leggere su La Capitale.