Nel diciannovesimo anniversario dell’omicidio di Chiara Poggi, la madre del nuovo indagato interviene sull’elemento al centro dell’inchiesta riaperta dalla Procura di Pavia. I genitori della vittima scelgono invece il silenzio: «Vogliamo ricordarla da soli»
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«Bisogna vedere innanzitutto la quantità e come è stato raccolto». Nel giorno in cui Garlasco torna a fare i conti con il ricordo dell’omicidio di Chiara Poggi, Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, interviene sull’elemento più discusso della nuova inchiesta: la traccia genetica individuata sui margini ungueali della vittima e risultata parzialmente compatibile con la linea paterna della famiglia dell’indagato.
Diciannove anni dopo il delitto, il Dna trovato sotto le unghie di Chiara è tornato al centro del confronto tra accusa, difesa e consulenti. Non si tratta di un profilo capace di identificare in maniera univoca una persona. Proprio questa caratteristica alimenta interpretazioni opposte: secondo una lettura, la traccia potrebbe essere riconducibile a un contatto diretto; secondo l’altra, potrebbe essere arrivata attraverso un trasferimento indiretto, per mezzo di una superficie o di un oggetto.
Andrea Sempio, oggi trentanovenne, frequentava all’epoca la villetta di via Pascoli perché era amico di Marco Poggi, il fratello minore di Chiara. È su questa circostanza che si concentra una parte delle osservazioni difensive: una compatibilità genetica, se non accompagnata dalla possibilità di stabilire quando e in che modo il materiale biologico sia stato depositato, non sarebbe sufficiente da sola a ricostruire la dinamica di un omicidio.
La madre di Sempio e i dubbi sulla traccia genetica
Intervistata da Morning News, Daniela Ferrari ha spiegato di non essere «assolutamente sorpresa» dalla presunta corrispondenza con la linea genetica della famiglia.
La sua domanda riguarda soprattutto la qualità e il significato del reperto: quanto materiale è stato trovato, come venne raccolto e quale certezza può offrire dopo tanti anni?
Per sostenere la possibilità di una contaminazione o di un trasferimento, Ferrari ha richiamato un altro episodio di cronaca nel quale, a suo dire, sotto le unghie di una vittima sarebbe stato rilevato il Dna dell’estetista frequentata quindici giorni prima. «Questa persona non si è lavata le mani per quindici giorni? », ha domandato provocatoriamente.
Il paragone avanzato dalla donna non risolve naturalmente la questione scientifica relativa al caso Poggi. Riporta però al centro il punto sul quale si divide il confronto: la presenza di una traccia non spiega automaticamente né il momento né la modalità con cui quella traccia è arrivata sul corpo della vittima.
L’analisi è stata affidata alla genetista Denise Albani, nominata dal gip del Tribunale di Pavia nell’ambito dell’incidente probatorio. Le conclusioni indicano una corrispondenza parziale con la linea paterna dei Sempio, ma non permettono un’attribuzione individuale certa. Toccherà agli inquirenti valutare il dato insieme agli altri elementi raccolti, mentre la difesa potrà contestarne attendibilità, provenienza e valore indiziario. Continua a leggere su La Capitale.

