A Milano Cortina l’“Ice House” alle Olimpiadi diventa “Winter House” e il mondo si rimette in ordine cambiando etichette. Non è solo marketing: è il segno di un’epoca in cui anche le parole si trasformano in bandiere, e l’Olimpiade prova a restare “neutrale” spostando due lettere qua e là
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C’era una volta il ghiaccio. Freddo, trasparente, innocente. Serviva per raffreddare un drink, per far scivolare un disco da hockey, per affondare una nave leggendaria. Oggi no. Oggi il ghiaccio ha smesso di essere una sostanza ed è diventato un problema. Un acronimo. Un pensiero molesto che entra nella testa anche quando non lo vuoi. E siccome il mondo moderno funziona così — prima ti inquieti, poi cambi nome alle cose — ecco la soluzione: mai dire “Ice”.
Il caso è di quelli piccoli ma rivelatori. A Milano, in clima olimpico, una struttura destinata a ospitare gli atleti americani era stata battezzata “Ice House”. Nome perfetto: freddo, sportivo, internazionale. Peccato che nel frattempo “Ice” abbia smesso di evocare pattini e bicchieri e abbia iniziato a evocare tutt’altro. Squadre federali, polemiche, immagini che con l’idea olimpica di festa e neutralità c’entrano come un megafono in una biblioteca. E allora via: niente più Ice. Si passa a “Winter House”. Casa d’inverno. Più morbido. Più vago. Più innocuo. Soprattutto, meno compromettente.
Non è una questione di estetica, è una questione di ansia. Viviamo in un’epoca in cui le parole vengono perquisite come bagagli in aeroporto. Se una sillaba rischia di creare un’associazione sbagliata, va rimossa. Non si discute se quell’associazione abbia senso: si evita e basta. Perché l’obiettivo non è capire il mondo, ma non irritarlo. E l’Olimpiade, che per definizione dovrebbe essere una bolla sospesa sopra la realtà, non vuole attriti, non vuole allusioni, non vuole equivoci. Vuole sorrisi, fiocchi di neve stilizzati e nomi che non facciano scattare riflessi pavloviani.
Così “Ice House” diventa improvvisamente un nome pericoloso. Non più una casa, ma quasi una caserma. Non più un luogo di accoglienza, ma un’allusione. Ed ecco che il ghiaccio, poveretto, paga per tutti. Bandito dal lessico come se fosse lui il colpevole. Come se bastasse sostituirlo con “Winter” per raffreddare anche le polemiche. Un inverno che non gela nessuno, non ferisce nessuno, non ricorda nulla. Un inverno da catalogo Ikea, più che da clima reale.
La cosa divertente — o deprimente, dipende dall’umore — è che questo balletto di nomi è diventato la normalità. Cambiamo etichette come si cambiano le suonerie: non perché serva, ma perché dà l’illusione di controllo. Se qualcosa disturba, la rinominiamo. Se un termine diventa scomodo, lo pensioniamo. Non risolviamo il problema, lo aggiriamo. È la politica del “facciamo finta di niente”, applicata al dizionario.
E allora viene spontanea una domanda: esistono ancora parole che non siano potenzialmente esplosive? O siamo entrati definitivamente nell’era in cui ogni nome è una miccia, ogni brand una presa di posizione, ogni insegna una dichiarazione politica involontaria? Perché oggi non basta più chiedersi se un nome funzioni. Bisogna chiedersi se offenda qualcuno, se evochi qualcosa, se possa essere frainteso in qualche fuso orario del pianeta.
“Ice” è solo l’ultimo caduto sul campo. Ieri era una parola qualunque, oggi è una grana. Domani toccherà a “Winter”, magari perché qualcuno deciderà che l’inverno è discriminatorio verso l’estate o traumatico per chi soffre il freddo. È il destino dei nomi in un mondo che ha perso il gusto della distinzione e vive di riflessi automatici.
Alla fine, la scena è perfetta: un’Olimpiade che vuole mostrarsi pura, neutra, rassicurante, costretta a fare i conti con il fatto che persino il ghiaccio non è più neutro. E allora si rifugia nell’inverno, come in una zona franca semantica. Non per amore della poesia nordica, ma per paura del rumore. Perché oggi non si cambiano i nomi per dire qualcosa di nuovo, ma per non dire niente di sbagliato.
Un tempo si diceva che “le parole sono importanti”. Oggi sono soprattutto pericolose. Le maneggiamo con i guanti, le archiviamo, le sostituiamo. Non perché abbiano fatto qualcosa, ma perché potrebbero. E così, mentre il mondo continua a scaldarsi sul serio, noi bandiamo il ghiaccio dal vocabolario. Per sicurezza.

