Ci sono i centrifugatori, le scorte di uranio arricchito, i missili balistici e la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Ma nella trattativa che Stati Uniti e Iran stanno tentando di riaprire tra le montagne svizzere esiste un altro dossier, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello dei miliardi iraniani congelati all'estero.

Per Teheran rappresentano il capitale indispensabile per uscire da anni di isolamento economico, finanziare la ricostruzione e alleggerire la pressione sociale interna. Per Washington sono invece uno degli ultimi strumenti di pressione rimasti a disposizione dopo che le sanzioni, pur avendo limitato la capacità iraniana di utilizzare i propri proventi, non sono riuscite a interrompere completamente le esportazioni di greggio.

Sul tavolo c'è innanzitutto una domanda apparentemente semplice: quanti soldi possiede davvero l'Iran all'estero e quanti di questi risultano effettivamente indisponibili?

La risposta varia sensibilmente a seconda di chi la fornisce.

Le autorità iraniane sostengono che il patrimonio congelato superi i cento miliardi di dollari. Le stime americane sono molto più prudenti e ridimensionano sensibilmente quella cifra.

La divergenza nasce anche da una diversa definizione di "fondi congelati". In senso stretto si tratta di beni direttamente sequestrati o bloccati negli Stati Uniti, per un valore che potrebbe aggirarsi tra i due e i tre miliardi di dollari. In una lettura più ampia, invece, rientrano tutti i proventi delle esportazioni petrolifere che Teheran non è riuscita a rimpatriare a causa delle sanzioni secondarie americane.

È soprattutto questa seconda categoria a spiegare perché il denaro iraniano sia oggi disseminato in mezzo mondo.

La mappa del tesoro iraniano

Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, la porzione più consistente sarebbe custodita in Cina, principale acquirente del greggio iraniano, dove potrebbero trovarsi somme comprese tra i venti e i cinquanta miliardi di dollari.

Una forbice ampia, che testimonia l'opacità del sistema. Nessuno sa esattamente quanto ci sia. Si parla di migliaia di transazioni private, intermediari commerciali e meccanismi di compensazione difficili da tracciare.

Altri quindici miliardi sarebbero depositati in Iraq, che dipende in larga misura dalle forniture energetiche iraniane.

Sette miliardi risulterebbero in India e altri sette in Corea del Sud, gran parte dei quali trasferiti successivamente in Qatar.

Seguono circa tre miliardi in Giappone, due miliardi in Lussemburgo, altrettanti negli Stati Uniti e circa un miliardo in Oman.

Per Teheran il primo obiettivo concreto è ottenere lo sblocco di una tranche iniziale da 24 miliardi di dollari, da liberare progressivamente nell'ambito di un eventuale accordo.

Ma anche su questo punto le versioni divergono.

Il vicepresidente americano JD Vance ha sostenuto che la cifra non compare in alcun documento negoziale e rappresenta soltanto un auspicio avanzato dalla parte iraniana.

I sei miliardi di Doha e la diffidenza di Teheran

Tra tutte le partite aperte, quella del Qatar appare la più avanzata.

I sei miliardi custoditi a Doha derivano dalle esportazioni di petrolio iraniano verso la Corea del Sud.

Per anni Seoul non ha potuto trasferire quei fondi direttamente a Teheran per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.

Nel 2023, nell'ambito di uno scambio di prigionieri tra Washington e Teheran, il denaro è stato trasferito in conti vincolati in Qatar grazie a un meccanismo autorizzato dall'amministrazione americana.

Ma quei fondi non sono mai diventati realmente disponibili.

L'Iran avrebbe potuto utilizzarli esclusivamente per acquistare beni umanitari, medicinali e prodotti alimentari, con ogni operazione sottoposta a verifiche preventive delle autorità americane e qatariote.

Successivamente anche quel limitato canale si è sostanzialmente chiuso.

È uno degli episodi che alimentano la diffidenza della leadership iraniana verso le promesse occidentali di scongelamento degli asset.

Per Teheran, infatti, il problema non è soltanto spostare i soldi da un Paese all'altro, ma poterli utilizzare liberamente.

Il miraggio dei 300 miliardi

Accanto ai fondi già esistenti, aleggia poi una cifra ancora più ambiziosa.

Donald Trump ha evocato la possibilità di mobilitare fino a 300 miliardi di dollari per sostenere la ricostruzione dell'Iran nel quadro di una normalizzazione dei rapporti.

Secondo Reuters, si tratterebbe prevalentemente di capitali privati e oltre la metà delle risorse sarebbe già stata destinata ad altri investimenti.

La Casa Bianca insiste sul fatto che non verrebbero impiegati fondi pubblici americani e che ogni beneficio economico resterebbe subordinato al rispetto degli impegni sul nucleare.

Resta tuttavia aperta una domanda essenziale: chi sarebbe realmente disposto a investire somme così ingenti in un Paese ancora sottoposto a un articolato regime sanzionatorio e attraversato da profonde tensioni interne?

Il precedente del cosiddetto Board of Peace per Gaza non induce all'ottimismo.

A fronte di un piano stimato in circa settanta miliardi di dollari, gli impegni annunciati si erano fermati a diciassette miliardi e le risorse effettivamente mobilitate sono rimaste marginali.

Anche l'ipotesi dei 300 miliardi potrebbe dunque avere soprattutto una funzione politica.

Per Washington servirebbe a dimostrare che gli Stati Uniti non stanno finanziando la Repubblica islamica, ma stanno offrendo incentivi legati a verifiche concrete.

Per Teheran consentirebbe invece di presentare in patria un eventuale compromesso come una vittoria economica, capace di riportare nel Paese almeno una parte di quel tesoro disperso tra Asia, Golfo Persico ed Europa e rimasto per anni irraggiungibile dietro il muro delle sanzioni.