Non è una protesta per il pane. Non è una sommossa per il caro vita. Quello che sta accadendo in Iran in questi giorni è molto di più, ed è molto più grave. È una rivolta politica, esplicita, senza ritorno, contro la Repubblica islamica. A dirlo con chiarezza è Mariano Giustino, corrispondente di Radio Radicale dal Medio Oriente, che descrive ore drammatiche, segnate da sangue, repressione e sparizioni forzate. Tutto questo nel silenzio dell’Occidente, della stampa e delle televisioni. Tutti tacciono ma i corrispondenti liberi che sono sul posto raccontano e filmano scene drammatiche. Nuovamente il popolo scende in piazza contro un regime violento e totalitario.

Ma ecco quello che sta accadendo nelle piazze da tanti giorni. I basij sparano sui manifestanti. I pasdaran fanno irruzione nei dormitori universitari. Le ragazze vengono trascinate via di notte, caricate sui furgoni bianchi, portate in luoghi sconosciuti.

Le scuole coraniche vengono incendiate come simboli di un potere rifiutato. Il regime reagisce con arresti di massa, feriti, impiccagioni. È la grammatica della paura di un regime che si sente assediato e reagisce come ha sempre fatto: con la violenza. Con le stragi dei giovani.

Le manifestazioni vanno avanti da giorni e hanno superato un’altra soglia decisiva: a scendere in piazza sono stati anche i bazari, i mercanti, storicamente decisivi in ogni snodo politico iraniano, dalla rivoluzione del 1979 fino ai momenti più critici della Repubblica islamica. La protesta si è estesa a tutte le province. Non è più confinata a singole città o a settori sociali isolati. È un moto nazionale.

A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta i giovani e gli studenti. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università Shahid Beheshti, nel nord di Teheran. Almeno due studentesse sono state arrestate dopo le manifestazioni nel campus. Di molti detenuti non si conoscono né i nomi né la destinazione. La chiusura di scuole e università, ufficialmente giustificata dal freddo e dal risparmio energetico, è in realtà una misura politica: spezzare l’attivismo studentesco, decapitare la protesta nel suo cuore più vitale.

Le donne, ancora una volta, guidano la rivolta. Come nel 2009, come dopo l’uccisione di Mahsa Amini, sono loro il volto più visibile e più temuto della sfida al potere degli ayatollah. In Iran sanno bene che quando le donne tornano al centro della mobilitazione, il regime trema.

Il linguaggio del potere cerca di minimizzare, di ridurre tutto a una crisi economica. Ma, come avverte Mariano Giustino corrispondente di Radio Radicale, è una narrazione falsa e interessata. In piazza si grida “Abbasso l’intero regime”, “Via la Repubblica islamica dall’Iran”. A Bandar Abbas, come a Teheran e in decine di altre città, le proteste continuano anche di notte. La popolazione chiama i manifestanti “combattenti per la libertà”. Non è uno slogan: è una definizione politica.

La Repubblica islamica è nata nel 1979 promettendo giustizia e indipendenza. Da allora ha costruito un sistema di controllo fondato sulla repressione, sulla polizia morale, sul terrore giudiziario. Ogni grande ondata di protesta – dal Movimento Verde del 2009 alle diverse rivolte degli ultimi anni – è stata soffocata nel sangue, contando sull’indifferenza o sulla prudenza dell’Occidente. Oggi il copione rischia di ripetersi.

È in corso una strage in Iran”, avverte Giustino. Una strage che avviene a porte chiuse, lontano dalle telecamere, nel silenzio generale. Ed è proprio questo silenzio il principale alleato del regime. L’Occidente non può voltarsi dall’altra parte, non può accettare che ragazzi e ragazze vengano uccisi perché chiedono libertà, diritti, futuro. Finora si è sentita solo la voce di Trump. Il presidente americano ha lanciato un avvertimento diretto al governo iraniano tramite la sua piattaforma Truth Social, dichiarando che gli Stati Uniti sono “locked and loaded” — pronti cioè ad agire — se le autorità iraniane utilizzano forza letale contro i manifestanti pacifici.

Quello che accade in Iran non è una questione interna. È una battaglia che riguarda l’idea stessa di libertà nel mondo. Restare neutrali, oggi, significa scegliere da che parte stare. E il tempo dell’ambiguità è finito.