Notte di forte tensione in Medio Oriente dopo i raid lanciati dagli Stati Uniti contro obiettivi militari iraniani lungo lo Stretto di Hormuz, in risposta all'abbattimento di un elicottero americano Apache da parte delle forze di Teheran.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, le operazioni militari si sono concluse dopo aver colpito sistemi di difesa aerea, radar di sorveglianza e stazioni di controllo a terra nelle aree strategiche che si affacciano sullo stretto. Gli attacchi sono stati effettuati con munizioni di precisione lanciate da caccia dell'Aeronautica e della Marina statunitense.

Fonti iraniane citate dal New York Times riferiscono che i raid hanno interessato basi navali a Sirik e Jask, sistemi di difesa aerea a Bandar Abbas e batterie missilistiche sull'isola di Qeshm. Complessivamente sarebbero stati colpiti obiettivi militari e navali in cinque diverse località della costa meridionale dell'Iran.

L'operazione si sarebbe sviluppata in più fasi. Dopo una prima offensiva, funzionari statunitensi hanno confermato ad Axios una seconda e una terza ondata di attacchi contro sistemi radar e postazioni di difesa aerea iraniane.

La risposta di Teheran

L'Iran ha reagito annunciando attacchi contro installazioni militari americane nella regione. Le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito una base statunitense ad Azraq, in Giordania.

Secondo la versione diffusa dai media statali iraniani, sarebbero stati distrutti «quattro obiettivi principali, tra cui gruppi di caccia F-35 e il centro di comando militare statunitense». Al momento non risultano conferme indipendenti delle affermazioni di Teheran.

L'accusa agli Stati della regione

In un duro comunicato, il Ministero degli Esteri iraniano ha puntato il dito contro i Paesi del Golfo che ospitano infrastrutture e basi utilizzate dagli Stati Uniti.

Teheran sostiene che sia «responsabilità morale e legale» degli Stati della regione, in particolare di quelli che si affacciano sul Golfo Persico, impedire che il proprio territorio venga utilizzato da Stati Uniti e Israele per pianificare, organizzare o sostenere operazioni militari contro la Repubblica islamica.

La nuova escalation alimenta il timore di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente, in un'area già fortemente instabile e cruciale per gli equilibri geopolitici ed energetici mondiali.