Scuola in Francia, casa in Spagna: le piazze europee chiedono allo Stato di garantire diritti che sembravano acquisiti, e in alcuni casi ottengono risposte concrete. In Italia la rabbia c’è, ma resta troppo frammentata. Senza una regia politica e sindacale capace di unirla, il malcontento rischia di restare rumore. Il 1969 insegna che la spontaneità non basta: serve struttura
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Tre Paesi, tre proteste, tre parole d’ordine. Eppure, dietro differenze apparentemente sostanziali, le piazze più calde e attive in Europa, in questo autunno 2026, sembrano avere un comune denominatore che assume le sembianze di un interrogativo: lo Stato riesce ancora a garantire i diritti basilari dei cittadini?
In Francia sono i più giovani ad aver preso in mano la scena: «Plus de moyens pour les lycées!». Semplice, lineare: più risorse per le scuole superiori, che significa anche più insegnanti, classi meno affollate, edifici adeguati e condizioni di studio quantomeno sufficienti. In poche settimane, però, quella che doveva essere una semplice protesta studentesca, è diventata qualcosa di più importante: decine di migliaia di persone in piazza, centinaia di istituti coinvolti, genitori ed insegnanti accanto agli studenti, quasi a loro protezione. In mezzo, gli scontri con le forze di polizia che hanno acuito tensioni che si immaginavano ormai sopite a quelle latitudini. E poi un occhio rivolto ad un altro tema di grande impatto: l’ampliamento delle garanzie per gli agenti nell’utilizzo delle armi che ha creato non poche perplessità nell’opinione pubblica.
In Spagna, invece, la questione è deflagrata sul basilare diritto alla casa, che nasconde un disagio economico divenuto ormai insostenibile anche per le classi medie.
«Case senza gente, gente senza case», ripetono a gran voce gli spagnoli, con uno slogan che sintetizza al meglio quella semplicità che caratterizza da sempre le proteste destinate ad avere un risvolto concreto. Perché la casa non è soltanto un luogo fisico nel quale vivere, ma è soprattutto quello spazio ideale che permette di porre le basi per il proprio futuro. L’aumento spropositato degli affitti, il costo ormai proibitivo delle abitazioni, nonché il problema degli sfratti (da cui, peraltro, tutto ha avuto origine) hanno trasformato una questione settoriale in conflitto sociale nazionale.
E l’Italia? La tipica parcellizzazione delle proteste, con occupazioni di licei, qualche timida manifestazione di piazza e blocchi a macchia di leopardo, suggerisce come non sia stata raggiunta quella compattezza che potrebbe innescare conseguenze immediate. «Facciamo come i francesi!», ripetono da più parti i manifestanti. Sintomo che anche l’Italia vorrebbe una seria mobilitazione di massa ben oltre le rivendicazioni sul caro-carburante (argomento che aggrega numerose categorie produttive) per guardare anche a salari, welfare e sanità. Senza dimenticare anche qui l’enorme problema della casa, con prezzi ormai alle stelle nelle principali città italiane, affitti sempre più difficili e sfratti in costante aumento.
Tuttavia, mentre saltano i provvedimenti sulle accise, con il prezzo del diesel che torna a salire oltre la soglia massima fissata da alcune compagnie, il Governo Meloni porta a casa la nuova legge elettorale, sterilizzando per un momento il profondo disagio vissuto fuori dal Parlamento e da Palazzo Chigi.
Dunque, se in Francia le istituzioni sono sotto accusa perché ritenute non più in grado di garantire un servizio pubblico adeguato come quello della scuola e in Spagna la questione diviene più strutturale, raggiungendo anche quelle fasce medie di popolazione che, fino a poco tempo fa, erano al riparo da crisi economiche ed abitative, la situazione italiana appare “monca”.
Il conflitto sociale, che certamente cova in maniera preoccupante, assume ad oggi plurimi contorni ancora troppo sfumati per impensierire il Governo, impegnato soprattutto in una lotta tutta interna e proiettato ai prossimi impegni elettorali. Insomma: il lietmotiv del momento per il centrodestra ha il volto del generale Vannacci. Occorre valutare se e come allearsi, considerati gli ultimi sondaggi (YouTrend) che, con la nuova legge elettorale, darebbero chance di vittoria solo nell’ipotesi in cui Futuro Nazionale dovesse stare nella coalizione.
La frammentazione del fronte di protesta italiano, del resto, consente di dormire – almeno per adesso – sonni più che tranquilli.
La storia, sotto questo profilo, ha già insegnato molto. La Francia è stata da sempre la culla di proteste che si sono trasformate in contestazione sociale e poi in movimenti in grado di influenzare le scelte di Governo.
Senza scomodare paragoni di rilievo unico come la rivoluzione francese, basti pensare ad un periodo storico, il 1968, che ha accomunato tanto la Francia quanto l’Italia: vero e proprio momento spartiacque.
Le masse studentesche transalpine non ebbero come obiettivo una rigida contrapposizione allo Stato, ma contestarono pilastri sino a quel momento intoccabili come università, capitalismo, propensione bellica, discriminazioni. La protesta, accorata e continua, divenne sciopero di massa costringendo il governo, in alcuni casi, a negoziare e concedere provvedimenti in grado di migliorare le condizioni generali della cittadinanza.
Una situazione assai simile si verificò in Italia, dove l’obiettivo iniziale fu proprio le “baronie universitarie”. Gli studenti chiesero maggiore partecipazione, libertà di discutere ed organizzarsi; ma anche una rivisitazione dei percorsi di formazione ed un più ampio diritto allo studio.
Ed è proprio su questo fronte che le rivendicazioni, iniziate all’interno delle università, si saldarono ben presto con i bisogni del ceto operaio. Dal diritto allo studio, si passò in breve tempo, ad istanze più marcatamente sociali: dagli aumenti salariali all’eguaglianza tra lavoratori, dalla riduzione dell’orario di lavoro alla tutela della salute.
L’autunno caldo del 1969 divenne dirimente per la costruzione di una nuova struttura sociale che mitigasse quella disuguaglianza divenuta ormai non più tollerabile.
Non va dimenticato, tuttavia, come quelli furono anche gli anni nei quali emersero i primi germi di un problema profondo, come la radicalizzazione della protesta, la formazione di frange estreme e clandestine, che sarebbero poi culminate con la nascita di movimenti terroristici e la sequenza di orrende violenze vissute durante gli anni di piombo.
Il parallelismo con le proteste odierne diviene allora quasi inevitabile, pur con tutte le differenze del caso. E se è vero che una manifestazione di piazza non ottiene riconoscimento solo perché numerosa o violenta, occorre domandarsi quanto le istituzioni siano in grado oggi di comprendere il malcontento che alberga nelle scuole e nelle piazze, trasformandolo in riforme, così come accaduto in passato. Così come un interrogativo necessario riguarda la capacità di tali forme di protesta di ricalcare, quanto a risultati, quel che avvenne a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 in Europa.
Che i tempi siano profondamente cambiati è circostanza nota. All’epoca era l’evento di protesta a creare consenso. Oggi, per larga parte a causa dell’avvento dei social, la viralità virtuale genera consenso che spesso si tramuta in mobilitazione e poi in manifestazione di piazza. D’altro canto, chi oggi protesta non mette in dubbio la validità del modello di democrazia parlamentare, ma ne invoca un cambio di rotta che miri a livellare le diseguaglianze.
In Francia, ad esempio, il Governo è già in una fase di ascolto, anche perché maggiore è la compattezza tra le categorie sociali in subbuglio. Precisi, ma ancora non attuati, gli impegni assunti. Differentemente dalla Spagna, dove i principali sindacati stanno cavalcando l’onda del malcontento organizzando una mobilitazione di massa che ha già prodotto non solo una crisi politica con elezioni anticipate, ma anche l’approvazione di ben 21 misure urgenti sulla casa che riguardano gli sfratti, gli affitti, e incentivi, nonché un fondo di 10 miliardi destinato proprio a finanziare la costruzione di abitazioni.
La citata frammentazione della protesta italiana, se da un lato segna un’importante tendenza a riprendere i modelli europei di Francia e Spagna, indica d’altra parte una mobilitazione che non è ancora riuscita a riunire sotto un’unica bandiera le rivendicazioni sociali. Occorre farsi ascoltare dalle istituzioni, ma affinché ciò accada le singole proteste settoriali dovrebbero cedere il passo ad una domanda politica trasversale e unitaria. A ciò servirebbero i sindacati. Questo è stato il loro ruolo nel secolo scorso.
Ma forse sta proprio qui uno dei grandi problemi italiani: cosa è rimasto oggi di quel mondo che un tempo era fattore coagulante delle istanze sociali di base e si poneva a tutela dei ceti più deboli? Spagna e Francia ci insegnano come la spontaneità non porti a risultati concreti senza una successiva strutturazione. Chissà che non se ne accorgano i sindacati e i movimenti italiani. Allora sì: quell’autunno caldo del ’69 potrebbe rifiorire sotto nuove e più moderne forme di rivendicazione, tentando di realizzare quel principio di eguaglianza sostanziale sancito in Costituzione e rimasto per troppo tempo lettera morta.

