Dopo il caos dello scorso inverno, la tiktoker rilancia le gite di massa a Roccaraso. Il sindaco limita i bus, lei aggira il divieto. Ma la domanda resta: perché in tanti obbediscono?
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La tiktoker Rita De Crescenzo
«Tutti a Roccaraso a fine mese». Bastano poche parole, pronunciate davanti a uno smartphone, perché migliaia di persone inizino a organizzarsi, prenotare, muoversi. A lanciarle è ancora una volta Rita De Crescenzo, personaggio diventato negli ultimi anni uno dei simboli più discussi dell’universo social italiano. Il copione è già visto, ma non per questo meno inquietante: un invito informale, apparentemente goliardico, che si trasforma in una chiamata alle armi turistica capace di mettere in crisi un’intera località.
La meta è la storica stazione sciistica abruzzese che lo scorso inverno fu letteralmente presa d’assalto. Migliaia di visitatori low cost arrivarono in massa, soprattutto dalla Campania, a bordo di centinaia di pullman. Le immagini fecero il giro d’Italia: traffico paralizzato, piste trasformate in aree picnic, grigliate improvvisate sulla neve, servizi in tilt. Un caos tale da costringere il Comune a intervenire con un’ordinanza urgente.
Quest’anno il sindaco Francesco Di Donato ha provato ad anticipare il problema, confermando il limite massimo di cinquanta autobus al giorno. Un segnale chiaro: la località non può reggere un turismo incontrollato, organizzato sui social e privo di qualsiasi coordinamento con le istituzioni. Ma il messaggio sembra non aver sortito l’effetto sperato.
Nei video pubblicati sui suoi profili, De Crescenzo rilancia senza esitazioni. «Ci vogliamo organizzare tutti insieme? Sindaco, noi siamo pronti», dice guardando dritto in camera. E subito dopo suggerisce la scappatoia: niente bus, ognuno con la propria auto. «Ci affittiamo le casette», «andiamo in macchina», «organizziamoci tra di noi». Formalmente tutto lecito, sostanzialmente un modo per aggirare lo spirito del provvedimento comunale. A corredo, come spesso accade, arriva anche l’invito alla buona condotta: niente rifiuti a terra, rispetto dei luoghi, comportarsi bene. Parole che suonano quasi come una precauzione difensiva, alla luce di quanto accaduto l’anno precedente. Ma il punto non è questo. Il punto è il meccanismo che si attiva.
Come è possibile che una singola tiktoker, senza ruoli istituzionali, senza responsabilità formali, riesca a orientare le scelte di migliaia di persone? Come funziona questa catena di comando informale, in cui uno parla e tanti eseguono? Non c’è un’organizzazione ufficiale, non ci sono biglietti venduti o pacchetti turistici strutturati. Eppure il risultato è lo stesso di un evento di massa.
Il fenomeno De Crescenzo racconta molto più di una gita sulla neve. Racconta un modello di influenza che non passa più attraverso l’autorevolezza, la competenza o il prestigio, ma attraverso l’identificazione emotiva. Rita De Crescenzo non propone un’esperienza esclusiva, non vende lusso né aspirazioni irraggiungibili. Al contrario, normalizza il caos, lo rende familiare, quasi rassicurante. Dice: siamo come voi, veniamo tutti insieme, facciamo casino ma divertiamoci. È un linguaggio semplice, diretto, che intercetta un pubblico vastissimo.
In questo senso, l’obbedienza non nasce da un ordine esplicito, ma da un senso di appartenenza. Chi segue non si sente guidato, si sente parte di un gruppo. È la logica del branco digitale: nessuno comanda davvero, ma tutti fanno la stessa cosa. E quando il branco si muove, diventa ingestibile. Per le istituzioni locali, però, il problema è tutt’altro che astratto. Roccaraso non è una metropoli, ma un comune di montagna con infrastrutture limitate. Migliaia di arrivi improvvisi significano pressione sui servizi, rischi per la sicurezza, danni all’ambiente e all’immagine turistica. Il turismo di massa, quando non è pianificato, diventa un boomerang.
C’è poi un altro aspetto, più sottile e più politico. In casi come questo, chi si assume la responsabilità di ciò che accade? Non certo l’influencer, che può sempre rifugiarsi dietro la formula del «io ho solo invitato». Non i follower, che si muovono individualmente. E nemmeno le piattaforme, che amplificano tutto ma non rispondono di nulla. Alla fine restano i sindaci, i prefetti, le forze dell’ordine, chiamati a gestire un fenomeno che nasce altrove, in uno spazio virtuale privo di regole.
Il caso Roccaraso mostra come il confine tra intrattenimento e potere sia sempre più labile. Un video di pochi secondi può produrre effetti concreti sul territorio, sull’economia locale, sulla sicurezza. E allora la domanda non è più se Rita De Crescenzo abbia il diritto di invitare i suoi follower a una gita. La domanda è un’altra, molto più scomoda: siamo sicuri di aver capito chi governa davvero i flussi, le masse, le decisioni collettive nell’era dei social? Perché se basta una tiktoker super trash per riempire una stazione sciistica, forse il problema non è Roccaraso. È il vuoto di regole, di mediazione e di responsabilità che permette a chiunque abbia visibilità di trasformarla in un palcoscenico, senza pagare il prezzo delle conseguenze.

