Sei account creati a ridosso dei bombardamenti hanno scommesso sull’attacco entro il 28 febbraio incassando oltre 1,2 milioni di dollari. Un’azienda investigativa parla di “insider sospetti”. I democratici chiedono regole contro il mercato della guerra
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Sei account creati poche ore prima dell’attacco. Sei nomi anonimi, nessuna storia alle spalle, nessuna attività precedente. Solo una scommessa chirurgica: gli Stati Uniti e Israele bombarderanno l’Iran entro il 28 febbraio. È successo sulla piattaforma di scommesse online in criptovaluta Polymarket, dove nel giro di pochissimo tempo quei profili hanno incassato più di un milione e duecentomila dollari in bitcoin.
La sequenza temporale è quella che ha acceso i sospetti. Prima nascono gli account, poi arrivano le puntate massicce sull’opzione del bombardamento immediato, infine scattano i raid. Il mercato si chiude e i sei “preveggenti” incassano. Per molti utenti della rete non si tratta di intuito politico o di capacità di leggere gli equilibri internazionali. Il sospetto è più semplice e più pesante: qualcuno sapeva.
A sollevare il caso sono stati gli analisti online di Bubblemaps, società investigativa specializzata nel monitoraggio dei movimenti su blockchain. Parlando di “insider sospetti”, hanno messo nero su bianco quello che sui social già circolava: l’ipotesi di una fuga di notizie dall’amministrazione Trump o dal suo entourage più vicino. Non è la prima volta che accade. Il 3 gennaio, sempre su Polymarket, alcuni account avevano scommesso cifre rilevanti sull’imminente arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, alimentando analoghe polemiche.
Nel caso dell’Iran, i numeri sono ancora più clamorosi. L’account “Dicedicedice” ha guadagnato 119 mila dollari in poche ore. “Neodbs” e “nothingeverhappens911” hanno superato i sessantamila. C’è chi, investendo 61 mila dollari, ne ha incassati 493 mila. Ma è soprattutto un profilo a far discutere: “Magamyman”. Ha puntato oltre 235 mila dollari sull’attacco Usa all’Iran entro il 28 febbraio e ha portato a casa 431 mila dollari di profitto, ai quali si sono aggiunti altri duecentomila legati sempre alla stessa scadenza. Una tempistica troppo perfetta per essere liquidata come semplice azzardo.
Polymarket è una piattaforma di mercati predittivi in criptovaluta. Si scommette su tutto: elezioni, decisioni politiche, eventi internazionali. L’amministrazione Trump, nell’ultimo anno, ha fatto archiviare due indagini federali avviate sotto la presidenza di Joe Biden e ha approvato l’ingresso della piattaforma nel mercato americano, anche se formalmente gli scommettitori statunitensi non dovrebbero poter accedere direttamente. In pratica, molti utilizzano network privati che schermano identità e geolocalizzazione.
È in questo contesto che il web ha iniziato a guardare verso l’entourage del presidente. Sono circolati i nomi di Erik Trump e Donald Trump Jr., così come quelli di Alex e Zach Witkoff, figli dell’inviato speciale in Medio Oriente Steve Witkoff, investitori in criptovalute. Donald Jr. è descritto come un appassionato di scommesse online e figura come consulente di Polymarket. Ma, allo stato attuale, non esiste alcuna prova che li colleghi ai sei account incriminati. Il sospetto resta confinato al terreno delle ipotesi.
La reazione politica, però, è stata immediata. “È una cosa pazzesca e illegale”, ha scritto su X il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy. “Persone intorno a Trump stanno facendo soldi con la guerra e i morti. Introdurrò il prima possibile una legge che lo vieti”. Anche il deputato democratico della California Mike Levin ha espresso preoccupazione: “Le piattaforme predittive non possono essere un mezzo per trarre profitto dalla conoscenza anticipata di azioni militari”.
Intanto è nato anche un nuovo gruppo commerciale, guidato dall’ex capo dello staff ad interim di Trump, Mick Mulvaney, con un nome che è già una dichiarazione d’intenti: “Gambling is not investing”. L’obiettivo dichiarato è promuovere regole più severe sui mercati che accettano puntate su operazioni militari. Perché il nodo non è solo giuridico. È etico.
Il punto è semplice e spinoso insieme: se qualcuno ha scommesso milioni sapendo in anticipo che un’operazione militare sarebbe partita, non si tratta di intuito finanziario ma di utilizzo di informazioni riservate. E quando l’evento su cui si scommette non è una trimestrale di bilancio ma un bombardamento, il confine tra mercato e guerra diventa improvvisamente sottile.
Al momento non risultano indagini ufficiali sui sei account. Non c’è un nome, non c’è un volto. Solo wallet digitali e transazioni in bitcoin. Ma la storia continua a rimbalzare sui social e nei corridoi del Congresso. Perché un milione e duecentomila dollari incassati in poche ore, alla vigilia di un attacco militare, non sono solo una vincita. Sono una domanda aperta.



