Dieci giorni. È questa la finestra temporale che circola negli ambienti militari americani e israeliani per piegare la capacità offensiva della Repubblica Islamica. Dieci giorni per distruggere arsenali, centri di comando, rampe di lancio e spezzare la catena logistica dei pasdaran. Oltre quella soglia, avvertono i comandanti, il conflitto rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento senza fine.

Il terzo giorno della nuova Guerra del Golfo ha segnato un’ulteriore escalation. Gli scontri si sono estesi dal Mediterraneo ai confini dell’Afghanistan, mentre Israele e Stati Uniti hanno intensificato una campagna aerea che per volume e coordinamento non ha precedenti recenti nella regione. Lo Stato ebraico sostiene di avere distrutto seicento strutture utilizzando 2.500 ordigni: venti bunker della leadership, 150 missili con le relative rampe di lancio, duecento sistemi della contraerea. Il Pentagono fornisce cifre ancora più alte: 1.250 siti colpiti, con il coinvolgimento dei bombardieri strategici B2 Spirit e B1 Lancer partiti direttamente dagli Stati Uniti.

I caccia israeliani ormai operano liberamente anche nel cielo di Teheran. L’intero territorio iraniano è sorvolato da droni Reaper e Hermes che individuano e colpiscono bersagli in tempo reale. Satelliti, ricognitori teleguidati e apparati di spionaggio elettronico raccolgono una quantità colossale di dati. Sistemi di intelligenza artificiale come il Maven sviluppato da Palantir li elaborano in pochi secondi, suggerendo nuovi obiettivi ai velivoli con e senza pilota. È un rullo compressore tecnologico che punta a paralizzare la capacità di reazione iraniana.

Finora, però, la rappresaglia non si è spenta. Domenica Israele è stato bersagliato da ondate di missili balistici, nove fino a trenta per volta, mettendo sotto pressione lo scudo antimissile. Nelle ultime ore le incursioni iraniane sembrano aver rallentato e l’allarme aereo nel pomeriggio ha smesso di suonare. Gli analisti leggono questo segnale come possibile sintomo di difficoltà operative. Secondo l’intelligence, le rampe mobili nascoste prima del conflitto, rimaste in silenzio radio per non svelare la posizione, starebbero esaurendo i missili a lungo raggio. Le distruzioni avrebbero compromesso anche i collegamenti necessari per sincronizzare i lanci.

Ma l’Iran è immenso, cinque volte l’Italia. Nel Sud del Paese i jet israeliani arrivano con maggiore difficoltà e il peso delle operazioni grava sui cinquanta F18 Hornet e F35 imbarcati sulla portaerei Lincoln. In quell’area restano attive numerose unità dei Guardiani della Rivoluzione che continuano a lanciare sciami di droni e missili verso i Paesi del Golfo, colpendo con precisione anche infrastrutture sensibili: tre centrali elettriche sono state centrate. Due Sukhoi 24 iraniani sono riusciti a decollare prima di essere abbattuti dal Qatar. Nello Stretto di Hormuz tre petroliere sono state colpite mentre tentavano la traversata e un drone sottomarino ha squarciato lo scafo di un’altra davanti alle coste dell’Oman.

I comandanti israeliani ritengono che la prima fase sia stata un successo strategico: leadership «decapitata», centri di comando demoliti, difesa contraerea ridotta e gran parte dell’arsenale devastato. Le principali unità della Marina iraniana, inclusa l’ammiraglia porta-droni, risultano affondate. Da ieri il focus dei raid si è spostato sulle strutture interne del potere: caserme dei pasdaran, sedi dei servizi segreti, basi dei basij e della polizia. L’obiettivo dichiarato è colpire il cuore della repressione e incentivare una sollevazione popolare.

Finora, però, a parte caroselli di auto per festeggiare l’uccisione di Ali Khamenei, non si registrano segnali concreti di rivolta diffusa. Anzi, la violenza della risposta militare alimenta il timore che il regime possa reagire con una repressione sanguinosa pur di evitare il collasso, aprendo uno scenario di guerra civile con ripercussioni su tutto il Medio Oriente.

Senza il crollo della teocrazia sciita, la campagna potrebbe protrarsi. Il presidente Donald Trump si dice pronto a continuare gli attacchi per «quattro-cinque settimane o anche di più». Ma la sostenibilità tecnica è un’altra questione. Le missioni sull’Iran richiedono voli di otto ore, logorano jet ed equipaggi e consumano rapidamente scorte di bombe e missili. Gli intercettori per le batterie Patriot e Thaad si stanno assottigliando; Emirati e Qatar risultano già a corto di munizioni.

Senza l’invio massiccio di rinforzi dagli Stati Uniti entro dieci giorni, il ritmo dell’offensiva potrebbe rallentare drasticamente. Forse non a caso il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che l’obiettivo americano non è rovesciare il regime ma eliminare l’arsenale di missili e droni, vero scudo deterrente del programma nucleare iraniano. Un traguardo più circoscritto e teoricamente raggiungibile in tempi brevi.

Le prossime ore diranno se la capacità iraniana di colpire il Golfo è davvero in declino o se la fase più intensa deve ancora arrivare. Il piano militare punta a chiudere la partita in pochi giorni. Oltre quella soglia, la guerra rischia di cambiare natura e durata.