L’ex comandante della polizia di frontiera valuta una corsa alla presidenza Usa nel 2028. Al centro del progetto le espulsioni di massa, mentre la sua storia familiare porta nel Cosentino, da dove il bisnonno arrivò nel 1909 per fare il minatore
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Minneapolis Star Tribune/TNS/ABACA
Non è proprio il “calabrese” che ci si sarebbe aspettati per ambire a una poltrona nello Studio Ovale ma Greg Bovino guarda alla Casa Bianca. L’ex comandante della Border Patrol, diventato uno dei volti più riconoscibili della stretta sull’immigrazione negli Stati Uniti, sta valutando la possibilità di correre per la presidenza nel 2028. E, mentre ragiona sul futuro politico, la sua storia personale riporta sorprendentemente ad Aprigliano, nel Cosentino.
«Assolutamente esplorando e assolutamente pensando» alla possibilità di candidarsi alla presidenza nel 2028. È la risposta che Bovino ha dato quando gli è stato chiesto se stia considerando una corsa alla Casa Bianca. La condizione, però, è precisa: «Dipenderà dal fatto se facciamo o no le espulsioni di massa. Qui negli Stati Uniti voglio qualcuno che sia già in politica e che sia pronto a fare quello che è necessario».
Non è ancora una candidatura ufficiale. È, per sua stessa ammissione, un’ipotesi che l’ex comandante sta valutando. Ma le sue parole delineano già il terreno sul quale immagina una possibile campagna elettorale: immigrazione, deportazioni e una linea ancora più dura rispetto a quella adottata dall’amministrazione Trump.
Bovino pensa al 2028 e critica anche Trump
Bovino, 55 anni, è stato per mesi il volto delle operazioni federali contro l’immigrazione in diverse città americane, da Los Angeles a Minneapolis. La sua figura è diventata particolarmente riconoscibile durante le operazioni in Minnesota, dove il suo stile comunicativo e il lungo cappotto verde della Border Patrol lo hanno trasformato in una presenza mediatica internazionale.
Dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti, entrambi cittadini americani uccisi da agenti federali in episodi ancora oggetto di accertamenti, Bovino è stato rimosso dal ruolo operativo e ha successivamente lasciato la Border Patrol.
Oggi, però, sembra voler trasformare quella notorietà in un possibile progetto politico. E non risparmia nemmeno Donald Trump.
Alla domanda se il presidente stia facendo abbastanza sul fronte delle espulsioni di massa, Bovino ha risposto: «Assolutamente no. Ha iniziato in modo fantastico, era il migliore di tutti sulle questioni del confine, ma le deportazioni di massa sono state rallentate, azzerate… penso che Trump sia la persona giusta ma che venga mal consigliato, ma forse sta iniziando ad ascoltare perché ha licenziato oggi il capo dell’Ice. Bisogna fargli capire che è quello che vogliono gli elettori e magari ricomincerà a farlo qui, davanti alla porta di casa di Mamdani».
La sua critica riguarda anche i possibili protagonisti della successione repubblicana. Bovino ha espresso sfiducia nei confronti del vicepresidente J.D. Vance e di Marco Rubio, sostenendo che nessuno dei due avrebbe fatto delle espulsioni una componente sufficientemente centrale della propria piattaforma.
«Finora questo non mi ispira molta fiducia - ha detto Bovino - ma penso che qualcuno si farà avanti. C’è un eroe tra voi qui, tra questi giovani repubblicani o altrove, qualcuno dovrà farsi avanti, indossare quel manto e prendere queste decisioni difficili».
Quel «qualcuno», oggi, potrebbe essere proprio lui. Già a giugno Bovino aveva lasciato aperta la porta a una candidatura, affermando che, se fosse necessario correre per la presidenza per realizzare il suo programma sulle deportazioni, «all options are on the table».
Dal sogno americano di un minatore alla possibile corsa per la Casa Bianca
È qui che la storia di Bovino incrocia quella della Calabria.
Il suo bisnonno Michele Bovino arrivò negli Stati Uniti nel 1909. Partì da Aprigliano, piccolo centro della provincia di Cosenza alle porte della Sila, e raggiunse la Pennsylvania, dove lavorò come minatore. Era un emigrante italiano arrivato in America in un'epoca nella quale le grandi restrizioni all'immigrazione dall'Europa meridionale non erano ancora entrate in vigore.
La moglie Luigia e i figli rimasero inizialmente ad Aprigliano. Michele, diventato Michael negli Stati Uniti, riuscì poi a ricongiungersi con la famiglia e a costruire la propria vita nel Paese che aveva scelto per cercare lavoro e opportunità. Fonti americane che hanno ricostruito le origini della famiglia Bovino.
È una storia migratoria che precede di pochi anni l’Immigration Act del 1924, la legge che introdusse quote molto più severe per l’arrivo negli Stati Uniti e colpì in particolare i flussi provenienti dall’Europa meridionale e orientale. Nello stesso periodo nasceva anche la Border Patrol, l'agenzia nella quale decenni dopo sarebbe entrato il discendente di quel minatore calabrese.
Ed è proprio questo il tratto più singolare della biografia di Bovino: le sue radici familiari affondano nella storia dell’emigrazione calabrese verso gli Stati Uniti, mentre la sua possibile corsa alla Casa Bianca nasce oggi attorno a una politica di espulsioni di massa contro gli immigrati.
Da Aprigliano alla Border Patrol
Greg Bovino è cresciuto a Blowing Rock, nella Carolina del Nord occidentale, non lontano da Boone. Da ragazzo praticava wrestling e in seguito ha studiato conservazione delle risorse naturali e amministrazione pubblica.
La scelta della Border Patrol arriva anche attraverso il cinema. Bovino ha raccontato di essere rimasto colpito da The Border, il film del 1982 con Jack Nicholson, nel quale gli agenti di frontiera vengono rappresentati in modo tutt’altro che celebrativo. La sua reazione fu quella di voler dimostrare, entrando nell’agenzia, che esisteva un altro modo di fare quel lavoro.
Nel 1996 entra nella Border Patrol. La sua carriera si sviluppa soprattutto lungo il confine sud-occidentale degli Stati Uniti, fino all’ascesa ai vertici operativi del settore di El Centro, in California.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il suo ruolo cambia radicalmente. Bovino diventa il volto pubblico delle operazioni federali per l'immigrazione anche lontano dal confine, guidando interventi in città come Los Angeles, Chicago, Charlotte e Minneapolis.
Il cappotto verde e la costruzione di un personaggio
A renderlo riconoscibile non sono soltanto gli incarichi. C’è anche un’immagine diventata virale: Bovino con il lungo cappotto verde oliva della Border Patrol, davanti alle telecamere e ai manifestanti.
L’abbigliamento è stato accostato da alcuni media europei e americani alle uniformi di epoca nazista. Bovino ha respinto il paragone, ricordando che il cappotto fa parte dell’uniforme della Border Patrol dal 1924 e sostenendo che furono i nazisti a copiarlo.
Durante un incontro con i giovani repubblicani di New York ha inoltre parlato delle politiche migratorie europee, schierandosi apertamente a favore dell’AfD tedesca e sostenendo che «non penso che il governo italiano stia facendo abbastanza».
Parole che mostrano come il possibile progetto presidenziale di Bovino non sembri limitarsi alla politica di frontiera americana. Il suo messaggio punta a trasformare le espulsioni di massa nel tema centrale di una possibile candidatura.
La storia personale e la nuova vita politica
La biografia di Bovino contiene anche una vicenda familiare drammatica. Nel 1981, quando aveva 14 anni, suo padre Michael fu coinvolto in un incidente stradale dopo aver guidato ubriaco: una giovane donna morì e il marito rimase gravemente ferito. Il padre finì in carcere e la famiglia attraversò una profonda crisi.
Da adulto, Bovino ha più volte richiamato episodi legati a incidenti provocati da immigrati irregolari ubriachi, intrecciando così una vicenda privata della propria adolescenza con uno dei temi della sua battaglia pubblica.
Ora, dopo trent’anni nella Border Patrol e dopo essere diventato uno dei volti più controversi delle politiche migratorie di Trump, Bovino guarda alla politica.
La possibile corsa del 2028 partirebbe dunque da una storia che attraversa quasi tutto il Novecento americano: un bisnonno partito da Aprigliano nel 1909 per lavorare nelle miniere della Pennsylvania e un bisnipote che oggi pensa di arrivare alla Casa Bianca facendo delle espulsioni degli immigrati il cuore del proprio programma.
Per ora Bovino dice di stare «assolutamente esplorando» la possibilità. La candidatura, dunque, resta da costruire. Ma il messaggio politico è già chiaro: se nessuno tra i repubblicani sarà disposto a portare fino in fondo la linea delle deportazioni di massa, lui potrebbe decidere di provarci.

