Tra i Mondiali vinti dall’Italia, le notti al “Caffè Mulini” e una cena insieme al Califfo durante una stagione in cui la musica, i sogni e la leggerezza sembravano non avere fine
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Marco Provvisionato Arc / ipa-agency.net
«L’estate assomiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco». È una delle canzoni che chiesi di cantare a Franco Califano, nel 1982, quando organizzai un suo concerto. Avevo 19 anni ero all’inizio del mio percorso lavorativo. Organizzai il programma dell’estate ’82 alla discoteca “Caffè Mulini”, dì Cetraro, facevo il disc jockey e presentavo i concorsi di bellezza con migliaia di persone.
Era un’estate straordinaria, l’Italia aveva appena vinto i mondiali in Spagna. Ancora ho in mente l’immagine di Paolo Rossi che segna tre gol al Brasile, di Pertini che esulta e la straordinaria voce di Nando Martellini che ripete “Campioni del mondo, campioni del mondo…”.
In discoteca suonavamo “Vamos a la playa” dei Righeira e io facevo una programmazione infilando nel Cartellone tre grandi protagonisti della musica leggera italiana: Fred Bongusto, Peppino Di Capri e Franco Califano.
E appena ripenso alle estati più belle della mia vita, mi viene in mente quella estate di 43 anni fa.
L’incontro con Califano è un ricordo molto vivo, il suo fascino e il carisma, gli spaghetti aglio, olio e peperoncino che mangiammo insieme dopo lo spettacolo e quando mi chiese cosa facessi nella vita, io risposi: «Il disc jockey».
Poi mi domandò se era vero che i dj avessero più ragazze di altri. Io risposi: «Si, sicuramente acchiappiamo di più, però mai quanto te».
Fu come fargli un assist. Prese la palla al balzo e cominciò a raccontare, tornando indietro di qualche anno: «Erano i tempi dei Playboy e giravano un sacco di cambiali. Eravamo pieni di debiti. Il Playboy era un mestiere. Il sarto ci confezionava sei, sette vestiti per volta e pagavamo con le cambiali. La cambiale era un aiuto insperato, ti permetteva di raggiungere livelli altrimenti impensabili. Avevamo macchine bellissime, per qualche mese, prima che ce le togliessero per non aver pagato le rate. Uscivo con le donne più belle del mondo e bisognava essere sempre alla loro altezza. Quando arrivavamo nei locali: entravi, c’era la musica giusta, gli ammiccamenti, gli sguardi. Eravamo sempre a Via Veneto. In quei centocinquanta metri di salita c’era il mondo. C’eravamo noi, i miliardari, le donne francesi, gli attori, le attrici. Nascevano storie pazzesche. Si usciva alle nove e si tornava alle sette del mattino. Studiavamo quale attrice del momento arrivava a Roma, ci si vestiva alla grande, si compravano i fiori e si andava a riceverla con la macchina sportiva. Si avvisavano i paparazzi e il gioco era fatto».
Poi ripeteva le parole che aveva scritto per fare il testo in italiano di “Une belle histoire” di Michel Fugain, che diventò “Un’estate fa”, ovvero: “l’estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco”.
Queste parole del Califfo mi tornano in mente, puntualmente, ogni anno alla fine dell’estate.