C’è chi comunica con le parole, chi con i numeri, chi con le immagini. Rossella Russo lo fa con una matita e un foglio di carta. Sul web è conosciuta come “La Tipa scarabocchia”, un nome che sembra leggero, quasi ironico, ma che nasconde un lavoro profondo, colto e sorprendentemente evocativo.

Docente universitaria all’Università della Calabria, Rossella Russo ha costruito una carriera accademica solida: studio, ricerca, esperienze all’estero, didattica. Eppure, accanto al rigore del sapere, ha sempre coltivato una passione apparentemente marginale, nata forse per gioco: lo scarabocchio. Un gesto istintivo, libero, che nel tempo si è trasformato in una forma di espressione riconoscibile, capace di raccontare emozioni, pensieri, visioni interiori.

I suoi disegni non cercano tanto la perfezione tecnica, ma l’autenticità. Sono segni che nascono quando la mano anticipa la mente. Ed è proprio questa immediatezza a incantare: ogni scarabocchio è un piccolo racconto, una pausa poetica in un mondo che corre troppo veloce.

Nel suo lavoro convivono due dimensioni solo in apparenza lontane: l’università, con le sue regole e i suoi metodi, e lo scarabocchio, che invece rifiuta schemi e confini. In mezzo c’è una donna che ha scelto di non rinunciare a nessuna delle due parti, trasformando la creatività in un atto quotidiano, accessibile, umano.

“La Tipa scarabocchia” non è solo un personaggio social, ma una dichiarazione di libertà: l’idea che anche un segno imperfetto possa dire qualcosa di vero, e che l’arte non debba necessariamente essere solenne per essere profonda. L’abbiamo intervistata.

Quando è nato il suo primo scarabocchio? Ricorda il momento o il periodo della sua vita in cui ha iniziato a disegnare così, senza regole?
«Se mi chiede quando ho cominciato a disegnare non so risponderle. Nei miei ricordi intorno a me ci sono sempre state matite e colori. Almeno fino a quando, lo studio prima ed il lavoro poi, non li hanno fatti rotolare in fondo al cassetto. Poi ad un certo punto, non troppi anni fa, la mia vita ha avuto uno “scossone”, uno di quelli che fa cadere i cassetti per terra e mette tutto in disordine. E mentre provavo a sistemare ciò che non era più al suo posto ho ritrovato le matite. Da allora non le ho più rimesse nel cassetto».

Quanto tempo fa accadeva?
«Era il 2020. La Tipa, il personaggio dei miei scarabocchi, nasce in un periodo in cui le vite di tutti noi erano state stravolte dalla pandemia. Rimanere chiusi in casa ci aveva tolto molto, ma a me, come a tanti altri che vivono una vita sempre in corsa, aveva regalato del tempo nuovo: il tempo per fermarmi. Un tempo che ho usato, come tanti, per mettere in ordine cromatico i vestiti, in ordine alfabetico i libri, sistemare la dispensa e fare il pane con il lievito madre. Finito di mettere ordine intorno, rimaneva da mettere ordine dentro. Ma dentro, quando ci ho guardato attentamente, ho trovato un disordine che non mi è piaciuto, mi ha spaventata: ecco il mio “scossone”, anzi direi quasi un terremoto. Le matite, disegnare e disegnarmi, sono stati il mio modo per “rimettermi in ordine”, una sorta di terapia. Poi, con il tempo e con estrema sorpresa, ho scoperto che i miei “scarabocchi” regalavano ordine e leggerezza anche agli altri».

Lei comunica meglio con una matita e un foglio di carta? È un linguaggio alternativo alle parole o un modo per dire le stesse cose in modo diverso?
«L’immagine, il tratto, lo scarabocchio, può essere più potente delle parole. Le parole hanno bisogno di tempo, per essere lette, per essere ascoltate. Richiedono necessariamente una “presenza” attiva di chi deve recepirle. L’immagine invece è veloce, la interpretiamo senza neanche accorgercene. D’altra parte la comunicazione, i social, le nostre vite, oggi si declinano prevalentemente per immagini. Le parole poi, a volte ci ingabbiano, hanno significati precisi, definiscono concetti o opinioni dai contorni netti. L’immagine invece, che sia un disegno o una fotografia, si presta meglio ad essere interpretata da chi guarda, il concetto che veicola ha contorni meno definiti e lascia spazio a chi guarda. Di base poi ognuno scegli il mezzo di comunicazione con cui si sente più a suo agio: il mio è decisamente lo scarabocchio, con le parole sono sempre in difficoltà!»

La sua carriera universitaria l’ha portata a studiare molto e a viaggiare all’estero, fino ad arrivare all’Unical come docente. È soddisfatta del percorso fatto? Cosa rappresenta per lei l’università oggi?
«Sono molto felice del mio percorso. Mi sento una persona fortunata. Io ed il lavoro che svolgo ci siamo reciprocamente scelti e posso dire, senza paura di essere smentita, che il mio è un lavoro bellissimo. Avere la possibilità di poterlo svolgere qui, oggi, nella terra in cui sono nata, in un Ateneo come l’Unical è un privilegio. Cos’è l’Università per me? L’Università rimane uno dei posti dove si coltivano menti, dove il dubbio diventa domanda e si trasforma in ricerca. Io sono felice di farne parte e di contribuire ad alimentare i dubbi ed a cercare risposte».

Come convivono, dentro di lei, il rigore accademico e la libertà dello scarabocchio? Si aiutano o si tengono a distanza?
«Questa è una domanda che mi fanno spesso, ma dal mio punto non c’è contrapposizione o attrito fra scienza ed arte. Applico ai miei scarabocchi lo stesso rigore che applico alla mia ricerca. E, la ricerca, la scienza, impongono di saper immaginare oltre quello che già è noto: non è forse questa una forma di libertà? Aggiungerei che rigore e libertà sono parole che più che al ruolo o all’azione, mi piace attribuire alla persona, chi è libero e rigoroso lo è indipendentemente da ciò che fa».

Lo scarabocchio meglio riuscito: ce n’è uno a cui è particolarmente legata, non per il successo ottenuto ma per ciò che rappresenta?
«Si, si tratta di un disegno ormai molto vecchio. Un acquerello. Una macchina da cucire, dietro c’è mia nonna: rappresenta la mia infanzia, le mie radici, i pomeriggi lenti da bambina passati ad osservare l’ago che entrava nella stoffa, aspettando che quegli scampoli si trasformassero in abiti per me o per le mie bambole».

E invece quello che non è mai riuscito, o che non le è venuto come avrebbe voluto? Anche l’imperfezione ha un valore nel suo lavoro?
«Quasi mai, alla fine, i miei scarabocchi sono uguali a quelli che avevo immaginato. A volte il tratto è più veloce del pensiero, ma li sento tutti riusciti, nel senso che sono tutti fedeli all’emozione di quel momento. Ed ho fatto pace con l’imperfezione. A costo di sembrare banale, la considero un valore, anche nei miei disegni: sia come consapevolezza che niente può essere davvero perfetto, sia perchè solo la percezione dell’imperfezione può spingerci a migliorare. Credo che i miei disegni piacciano proprio perché sono consapevolmente imperfetti».

Perché “La Tipa scarabocchia”? È solo un nome ironico o racconta qualcosa di più profondo del suo modo di essere?
«La Tipa è il personaggio che abita i miei disegni. Ha sempre gli occhi chiusi, perché guarda dentro più che fuori, non ha la bocca perché comunica senza parlare, ha i piedi scalzi per “sentire” dove cammina. Porta un abitino a righe bianche e rosse, perché le righe sono ordinate e “rigorose”, ma il bianco ed il rosso rimandano ai tendoni di un circo, ad una mongolfiera, a contesti ludici. In tasca ha sempre un origami, simbolo di trasformazione, un quadrato di carta che con le giuste pieghe può diventare qualunque cosa. Si chiama la Tipa perché…. perché non volevo identificarla o rinchiuderla dentro un nome. La Tipa rimane abbastanza vago da permetterle di poter essere qualunque cosa, anche anTIPAtica se le va! La parola scarabocchi è perché non mi piace prendermi troppo sul serio: i miei sono scarabocchi, nient’altro!»

Cosa spera arrivi a chi guarda i suoi disegni? Un’emozione, una riflessione, o semplicemente una pausa dal rumore quotidiano? 
«I miei scarabocchi hanno tanti strati, nascono sempre da una emozione, da una urgenza, un bisogno personale, ma è chi li guarda che decide quanto andare in profondità: c’è chi cerca solo leggerezza, chi si emoziona e chi ne prende spunto per riflettere».