Silvio, Giorgia e le “fogne”

A Palazzo Madama, con l’elezione di Ignazio La Russa alla Presidenza del Senato, è andata in scena la declinazione postmoderna del parricidio del novello Bruto-Giorgia ai danni di Cesare. In morte di ogni eleganza. Ecco perché

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di Antonella Grippo
16 ottobre 2022
15:30
Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni
Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Inutile girarci intorno: il peccato originale è da ascriversi al Cavaliere. Fu lui, nel '94, a condurli fuori dalle "fogne". L'uomo di Arcore, del resto, non ha mai taciuto di aver dragato la palude nera. «Ho portato i fascisti al governo, in tempi non sospetti»- ama ribadire, da anni, in luoghi e laghi vari. Non a caso, al tempo della discesa in campo del federatore Berlusconi, i collegi uninominali del centro-nord spettarono a Bossi, mentre a Gianfranco Fini toccò rappresentare al Sud la destra stricto sensu del Polo delle Libertà.

L'allegra compagine vinse e governò. Tra alterne fortune. Sennonché, nel 2010, alla luce del suono sinistro di quel «Che fai, mi cacci?» pronunciato dell'eretico Gianfranco, Silvio recita l'atto di dolore, il Mea Culpa, per aver sdoganato balilla, piccole italiane e pronipoti della lupa. Giorgia, che Il Cavaliere designò Ministro nel suo quarto governo, è, di fatto, la prova urlante dell'imprudenza creativa del leader di Forza Italia.


Meloni origina proprio da quel generoso e folle azzardo, grazie al quale lei sopravvisse al destino, tutt'altro che felice, di Fini. Nel tempo, la ragazza della Garbatella, imparerà a riorganizzare i suoi, restituendo loro un partito, che fonda sulle spoglie di Alleanza Nazionale e di perimetri circostanti. Il resto è noto ai più e ci sospinge lungo i fatti ultimi della politica italiana. Il consenso tributato a Fratelli d'Italia, il 25 settembre scorso, ha rovesciato, a favore dei sovranisti all'amatriciana, i rapporti di forza nell'alveo della coalizione.

La cui genesi, è bene non dimenticarlo, muove dal guizzo di Berlusconi, che, all'epoca, seppe riconoscere dignità e onore a cameragni e affini. Rimuovere questa irrefutabile verità, significherebbe non dar retta alla storia ed alla vicenda della Repubblica italiana dell'ultimo trentennio. Il che non vuol dire, ovviamente, ignorare l'attuale golden share dei fratellisti. Tantomeno, celebrare il culto sempiterno del totem berlusconiano.

L'elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, grazie ai voti di alcuni segmenti dell'opposizione, del resto, ha disvelato, più che lo smottamento della maggioranza, il sacrilegio agìto da Meloni nei confronti del feticcio del Cavaliere.

A Palazzo Madama, è andata in scena la declinazione postmoderna del parricidio parlamentare perpetrato dal novello Bruto-Giorgia, apostata e assassino di Cesare. Si eccepirà che la politica non è luogo di esercizio dei buoni sentimenti e che i numeri detengono una sovranità irriducibile a qualsivoglia altro movente. Come dire, l'atroce cinismo dell'algebra!

In realtà, Silvio se l'era anche un po' cercata, con la descrizione su foglietto delle caratteristiche della Sgarbatella, rea di aver stroncato la "ronzullizzazione" di Forza Italia. E, tuttavia, se tu dichiari di non essere ricattabile, disonori il Padre, colui al quale, comunque, devi l'espatrio dalle "fogne" e la tua stessa ragion d'essere in politica. La ferita, al di là delle finte riconciliazioni, resta profondissima.

Esistono eleganze, cara Giorgia, che non possono essere eluse, soprattutto in prossimità del crepuscolo degli dèi dell'Olimpo. Insomma, è pur sempre una questione di stile. Con buona pace di Ignazio, dei fez, dei moschetti e delle aquilette romane.

Giornalista
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