Un uomo di sessantatré anni ha imbracciato un fucile da caccia e ha ucciso la moglie Kety Andreoni e il figlio Mirko. Una tragedia che diventa il simbolo di una società in cui l’omofobia e l’intolleranza non appartengono al passato
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L’episodio avvenuto a Pieve di Camaiore lascia sgomenti non soltanto per la sua ferocia, ma per il significato simbolico che inevitabilmente porta con sé. Un uomo di sessantatré anni ha imbracciato un fucile da caccia e ha ucciso la moglie, Kety Andreoni, di cinquantadue anni, e il figlio Mirko, ventiquattrenne, giovane artista vicino al mondo LGBTQIA+, per poi dichiarare ai carabinieri di essersi «liberato di loro». Una frase che, nella sua crudezza glaciale, restituisce l’abisso morale dentro il quale può precipitare un essere umano quando l’odio diventa identità e la violenza si trasforma in linguaggio.
Molti dettagli dovranno ancora essere chiariti dagli inquirenti. Sarebbe dunque scorretto attribuire con certezza all’orientamento sessuale del giovane il movente dell’omicidio prima che la magistratura abbia concluso il proprio lavoro. Tuttavia, la sola possibilità che l’identità di un figlio possa diventare motivo di conflitto mortale obbliga il Paese a guardarsi allo specchio.
Per anni ci siamo raccontati che l’omofobia fosse un relitto del passato, una patologia sociale in via di estinzione, destinata a dissolversi sotto il sole della modernità. Non è così. Non lo è mai stato. L’omofobia continua a sopravvivere nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle battute che vengono liquidate come scherzi, nei silenzi complici di chi preferisce non esporsi, nelle prediche che trasformano la differenza in colpa. Sopravvive, soprattutto, in quella zona grigia dove il pregiudizio si traveste da opinione, mentre l’intolleranza reclama il diritto di essere rispettata al pari della dignità umana.
È proprio questa zona grigia a rappresentare il nodo più difficile da sciogliere. L’omofobia contemporanea raramente si manifesta nelle forme grossolane e apertamente violente che caratterizzavano il passato. Più spesso assume sembianze rispettabili. Si veste di buon senso, di tradizione, di prudenza educativa. Non urla quasi mai. È un fenomeno carsico che attraversa la società e riaffiora nei momenti più impensati.
Il sociologo Zygmunt Bauman osservava come le paure collettive tendano a cercare continuamente nuovi bersagli su cui scaricare le proprie inquietudini. In una società segnata dall’incertezza economica, dalla precarietà esistenziale e dalla crisi delle identità tradizionali, le minoranze diventano spesso il contenitore simbolico delle ansie collettive. L’omosessuale, il migrante, il diverso, vengono trasformati in figure su cui proiettare insicurezze che hanno origini ben più profonde.
È un meccanismo antico. René Girard lo definirebbe la costruzione del capro espiatorio. Una comunità attraversata da tensioni interne individua un soggetto da marginalizzare, attribuendogli responsabilità che non possiede. La differenza diventa così colpa, e la colpa giustifica l’esclusione.
Per comprendere quanto il problema sia ancora vivo basta osservare la quotidianità. Migliaia di adolescenti LGBTQIA+ crescono ancora oggi in contesti familiari dove il coming out è percepito come una minaccia, una vergogna o una sconfitta educativa. Molti giovani imparano a censurare parti essenziali di sé per evitare il giudizio. Altri sviluppano forme di isolamento, depressione e sofferenza psicologica che trovano origine non nel proprio orientamento sessuale, ma nel rifiuto sociale che esso continua a generare.
La questione, dunque, non riguarda esclusivamente i diritti civili. Riguarda la qualità morale di una democrazia. Una società realmente democratica non si misura soltanto dal numero di libertà formalmente riconosciute, ma dalla capacità concreta di garantire a ciascun individuo la possibilità di vivere la propria identità senza paura.
La storia europea insegna che nessuna discriminazione nasce improvvisamente. Prima dell’atto violento arrivano le parole. Prima della persecuzione arriva la caricatura. Prima del sangue arriva la delegittimazione. È una lezione che attraversa il Novecento intero, da cui dovremmo aver imparato che l’umanità non precipita nell’orrore con un balzo improvviso, ma attraverso una lenta erosione della sensibilità morale.
Hannah Arendt descriveva la banalità del male come la progressiva normalizzazione dell’inaccettabile. Il male non sempre assume i tratti spettacolari del mostro; spesso si presenta come conformismo, abitudine, indifferenza. Inizia quando smettiamo di riconoscere l’altro come persona e iniziamo a considerarlo una categoria.
Per questo motivo il dibattito pubblico non è mai innocuo. Le parole pronunciate da figure politiche e istituzionali hanno un peso specifico enorme. Quando un rappresentante pubblico individua minoranze da stigmatizzare, quando descrive alcune categorie di cittadini come “non normali”, quando suggerisce gerarchie di dignità tra esseri umani, non sta semplicemente esercitando la libertà di opinione: sta contribuendo a costruire un immaginario collettivo nel quale l’esclusione diventa accettabile.
In questo senso, le posizioni sostenute negli ultimi anni da Roberto Vannacci meritano una riflessione particolarmente approfondita. Il punto non è stabilire se egli abbia il diritto di esprimere determinate idee: in una democrazia liberale quel diritto esiste e deve essere tutelato. Il punto è interrogarsi sugli effetti culturali e simbolici di certe narrazioni.
Quando si afferma che alcune persone non rappresenterebbero la “normalità”, si introduce nel discorso pubblico un criterio gerarchico che separa implicitamente cittadini di serie A e cittadini di serie B. Non si tratta di una semplice disputa terminologica. Le parole costruiscono realtà sociali. Pierre Bourdieu ha mostrato come il linguaggio possieda una forza performativa: non si limita a descrivere il mondo, ma contribuisce a plasmarlo.
È proprio qui che risiede la pericolosità di alcune retoriche contemporanee. Esse non chiedono necessariamente l’esclusione giuridica delle minoranze; puntano piuttosto alla loro marginalizzazione simbolica. Suggeriscono che certe esistenze siano tollerabili, ma non pienamente legittime; visibili, ma non rappresentative; ammesse, ma non davvero riconosciute.
Si tratta di un arretramento culturale particolarmente insidioso perché si presenta sotto le sembianze della libertà di parola e della difesa del buonsenso. Eppure la storia dimostra che ogni conquista civile è stata preceduta da una battaglia linguistica. Prima ancora di ottenere diritti, le minoranze hanno dovuto conquistare il diritto di essere nominate senza disprezzo.
Le parole di Vannacci assumono, dunque, rilevanza non tanto per il loro contenuto immediato, quanto per il clima che contribuiscono a generare. Esse rischiano di offrire una legittimazione culturale a pregiudizi che la società stava lentamente imparando a riconoscere e superare. Non producono automaticamente discriminazione, ma possono favorire un ambiente nel quale la discriminazione si sente meno isolata, meno vergognosa, meno costretta a nascondersi.
È un fenomeno che gli studiosi definiscono “finestra di Overton”: ciò che ieri appariva socialmente inaccettabile può diventare gradualmente discutibile, poi accettabile, infine normale. Le idee non conquistano spazio pubblico attraverso brusche rivoluzioni; avanzano per piccoli spostamenti successivi. È così che il linguaggio dell’esclusione torna a occupare territori che sembravano definitivamente conquistati dall’uguaglianza.
Per questa ragione appare particolarmente grave il tentativo di presentare le battaglie LGBTQIA+ come capricci ideologici o derive culturali. Dietro quelle battaglie non vi è alcun privilegio da ottenere. Vi è soltanto la richiesta elementare di essere considerati pienamente umani.
Quelle conquiste non sono nate spontaneamente. Sono state pagate con esclusioni, licenziamenti, umiliazioni, aggressioni, suicidi. Sono il frutto del coraggio di generazioni che hanno sfidato famiglie ostili, istituzioni indifferenti e società profondamente conservatrici. Pensare che tali conquiste siano irreversibili significa ignorare la storia. I diritti non sono monumenti di pietra; sono organismi vivi, vulnerabili, che necessitano di essere difesi ogni giorno.
Viene alla mente il monito di Primo Levi, quando scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non si riferiva soltanto ai totalitarismi del Novecento, ma a ogni forma di disumanizzazione. Ogni volta che una persona viene ridotta a un’etichetta, ogni volta che la sua identità diventa motivo di sospetto o di disprezzo, si compie un passo nella direzione sbagliata.
E allora la tragedia di oggi non può essere archiviata come una semplice pagina di cronaca nera. Essa interroga tutti noi. Interroga la politica, che troppo spesso rincorre il consenso alimentando paure. Interroga i media, che talvolta spettacolarizzano il dolore. Interroga le famiglie, luoghi che dovrebbero essere rifugi e che, in alcuni casi, diventano scenari di devastazione.
Interroga soprattutto una società che troppo spesso confonde la tolleranza con l’accettazione. Tollerare significa sopportare ciò che si considera sbagliato. Accettare significa riconoscere nell’altro la stessa dignità che attribuiamo a noi stessi. È una differenza enorme. E forse è proprio qui che risiede la sfida del nostro tempo.
Resta infine l’immagine di un ragazzo di ventiquattro anni che sognava il futuro e di una madre che gli stava accanto. Due vite spezzate nello spazio domestico che avrebbe dovuto proteggerle. E in quella casa devastata sembra consumarsi qualcosa di più di un duplice omicidio: sembra spegnersi una promessa, un frammento di umanità possibile.
Nella sera che cala sulla Versilia, il silenzio assume il peso di una domanda senza risposta. Quanto amore è stato negato prima che arrivassero gli spari? Quanta solitudine si è accumulata dietro quelle mura? Le vite di Mirko e Kety ora appartengono alla memoria, ma la loro assenza continua a parlare. Parla come il mare quando si ritira lasciando sulla riva ciò che non potrà più restituire. E ci ricorda, con una dolcezza straziante e insieme feroce, che nessun figlio dovrebbe mai dover chiedere il permesso di essere se stesso. Nessuna madre dovrebbe morire per averlo amato. E nessuna società può dirsi davvero civile finché anche una sola persona sarà costretta a temere l’odio nel luogo in cui dovrebbe sentirsi al sicuro.
Forse è questo il lascito più doloroso di tragedie come questa: ricordarci che il progresso non è una linea retta e che la civiltà non è una conquista definitiva. Essa assomiglia piuttosto a una fragile fiammella custodita nel vento della storia. Ogni generazione riceve quella luce dalle mani della precedente e ha il compito di proteggerla. Quando l’odio torna a soffiare, quando il pregiudizio rialza la testa, quando la dignità umana viene sottoposta a condizioni e gerarchie, quella fiamma vacilla.
Eppure, proprio davanti al buio più fitto, diventa necessario continuare a difenderla. Per Mirko. Per sua madre. Per tutti coloro che hanno conosciuto il peso dell’esclusione. Perché una società che insegna ai propri figli a vergognarsi di ciò che sono genera soltanto infelicità e silenzio. Una società che insegna invece ad amare la pluralità delle vite umane costruisce futuro.
E il futuro, oggi più che mai, ha bisogno di coraggio. Del coraggio di dire che l’odio non è un’opinione. Che la dignità non è negoziabile. Che nessuna identità può essere considerata meno degna di un’altra. E che la libertà di una comunità si misura soprattutto dalla libertà di chi è più fragile, più esposto, più solo.
Perché alla fine restano sempre i nomi, i volti, le assenze. Restano le stanze vuote, le fotografie, i sogni interrotti. Restano i silenzi delle madri e i sorrisi dei figli che non vedranno il domani. E in quei silenzi, se sapremo ascoltarli, continuerà a vibrare una richiesta semplice e immensa: quella di essere amati senza condizioni, riconosciuti senza riserve, accolti senza paura. Una richiesta antica quanto l’uomo stesso. Una richiesta che nessun colpo di fucile, nessun pregiudizio e nessun odio riusciranno mai a cancellare.

