La verità, per quanto scomoda, è che i nostalgici sono più visibili che numerosi, più rumorosi che determinanti. Possono occupare il discorso, non lo spazio elettorale
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Nella dinamica carsica della politica italiana vi è un momento in cui l’atto della scissione assume i contorni di una rivelazione mistica. È in questa penombra, densa di parole solenni e di ammiccamenti allusivi, che il generale Roberto Vannacci consuma l’addio alla Lega per annunciare la fondazione di un nuovo soggetto politico, battezzato "Futuro nazionale": sintagma che, a un’analisi appena meno distratta, pare più un ossimoro programmatico che una promessa progettuale, poiché il futuro evocato sembra avanzare sospinto non dalla previsione, ma dalla rievocazione del passato, di un passando che più buio non si può.
Il lessico impiegato, la postura assunta, l’intero impianto simbolico dell’operazione, rivelano una pulsione regressiva accuratamente mascherata da slancio innovativo. Qui la nostalgia canaglia - non più ingenuo tormentone musicale, bensì categoria dello spirito politico - si insinua come una corrente sotterranea; una forza centrifuga che sottrae energia al presente per investirla in un passato trasfigurato. E più ci si pensa, più viene voglia di lei, canterebber Gianni Bella. Tuttavia la "lei" di Vannacci non è una donna, ma un’insegna, un emblema, una grammatica del potere fascista e anacronistico che continua a esercitare il suo fascino su chi scambia l’autorità per identità e la semplificazione per verità.
L’operazione Vannacci si colloca così in quella "zona nera" della politica dove l’affermazione di sé passa per la negazione del tempo storico. Il gesto della fondazione non è tanto un atto generativo, quanto un tentativo di riesumazione. Non si produce un’idea nuova, si ripropone un immaginario antico, riverniciato di terminologia patriottica e protetto da una retorica marziale che pretende di restituire profondità a ciò che è, in realtà, ideologicamente piatto.
Sul piano dell’analisi politica, il disegno appare relativamente chiaro. Vannacci ambisce a intercettare quel residuo elettorato estremista che non si riconosce più nella destra di governo, una destra che ha progressivamente abbandonato le posture radicali per assumere un profilo compatibile con l’esercizio del potere. Che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, pur provenendo da tradizioni e linguaggi tutt’altro che moderati, abbiano operato uno spostamento verso una destra istituzionale, non è un accidente né un tradimento, bensì il risultato di una selezione darwiniana imposta dalla realtà. Governare implica mediazione, responsabilità, rinuncia all’estremismo identitario come strumento di consenso. Se tale metamorfosi è avvenuta, un motivo c’è: l’estremismo bigotto, oggi, non intercetta più nessuno, se non una platea ristretta, autoreferenziale e politicamente ininfluente.
La verità, per quanto scomoda, è che i nostalgici sono più visibili che numerosi, più rumorosi che determinanti. Possono occupare il discorso, non lo spazio elettorale. Possono agitare simboli, non orientare maggioranze. In questo senso, Futuro nazionale rischia di configurarsi non come l’alba di una nuova stagione politica (per fortuna) ma come l’ennesimo tentativo di organizzare il rimpianto, di dare forma partitica a un sentimento che vive di passato e muore di presente.
Resta allora il sospetto - sempre più fondato - che sotto la promessa del domani si celi il culto di ieri, e che dietro l’enfasi sul futuro si nasconda, ostinata e irredenta, una "nostalgia canaglia" che continua a cantare sottovoce: "nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi, ti ritrovi con un cuore di paglia..." Ma la politica, a differenza delle canzoni, non vive di ritornelli. Vive di realtà. E la realtà, oggi, ha già voltato pagina.

