Dal linguaggio non verbale ai video social di Palazzo Chigi, l'analisi di un G7 che avrebbe mostrato le fragilità della narrazione politica costruita attorno all'immagine della premier
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
Il ronzio dello smartphone, poi l'inquadratura che scatta improvvisa, dal basso verso l'alto. Una strana, quasi disperata, geometria del potere. Giorgia Meloni si staglia contro il soffitto, cercando di incombere sullo schermo, di occupare ogni millimetro di spazio visivo. Vuole dominare. Deve farlo. È la fisica elementare della propaganda: se l'altezza politica vacilla, la si inventa manipolando la prospettiva del grandangolo.
Peccato che la carne e i muscoli abbiano una memoria ostinata, impossibile da resettare con un colpo di regia o un filtro social. Quell'inquadratura così spinta, quasi marziale, non è un'elegante scelta di stile. È un risarcimento. Un tentativo posticcio di curare le ferite invisibili rimaste sul selciato dell'ultimo G7, dove la postura ha tradito la narrazione, lasciando nuda la regina di una destra che si scopre improvvisamente fragile di fronte ai veri pesi massimi del cinismo globale.
I corpi non mentono. Mai. Si muovono prima che la mente possa imporre la censura dell'opportunismo diplomatico. Sul palcoscenico internazionale lo spettacolo è stato spietato, quasi pornografico nella sua crudezza semiotica. Da una parte, la premier italiana impegnata a inseguire ossessivamente un contatto visivo, una gesticolazione speculare, una frazione infinitesimale di backchanneling, quel ticchettio non verbale fatto di millimetrici cenni del capo che serve a dire: «Ci siamo, siamo la stessa cosa».
Dall'altra, l'ingombrante e distratta sagoma di Donald Trump. Uno sguardo perso nel vuoto della stanza, la totale assenza di reciprocità, un muro di indifferenza cinica tradotto poi, con la consueta brutalità pop, in una rivelazione al vetriolo: «Ha implorato una foto». È in questa esatta frattura che crolla il castello di carte. Quando l'autenticità sbandierata ai quattro venti si scontra con il bisogno quasi infantile di una legittimazione internazionale, la maschera della leader forte si incrina, lasciando intravedere l'ansia da prestazione del provinciale alla corte del re.
La trappola è quella classica, vecchia come il trasformismo nostrano: tenere un piede in due scarpe. Per il pubblico di casa, per i talk show sovranisti e le piazze della destra profonda, si recita la parte dei fieri custodi dell'orgoglio nazionale, sputando sentenze sul miliardario americano quando serve a non spaventare i moderati.
Poi, varcato il confine, scatta la sindrome della subalternità. Sorrisi di circostanza troppo ampi, sguardi adoranti, la caccia disperata a una photo opportunity che profuma di subappalto culturale. Una recita che diventa grottesca se paragonata alla rigidità quasi punitiva riservata, nello stesso contesto, a Emmanuel Macron. Lì la linea si tiene: dura, pura, quasi marziale. Con Trump no; con Trump si cerca la ricompensa, la carezza sul capo da esibire nei telegiornali della sera.
Ma l'efficacia di un messaggio non si misura sulla flessibilità dei princìpi, bensì sulla loro congruenza. Quando il comportamento si spezza in due, il pubblico avverte l'odore del sangue artificiale e la spontaneità esibita si rivela per quello che è veramente: un algoritmo di marketing andato in tilt.
Sperare che Donald Trump rispetti le regole non scritte della cortesia istituzionale significa non aver capito nulla dell'ultimo decennio di storia occidentale. Il tycoon di Mar-a-Lago non ha mai sottoscritto il principio di non contraddizione aristotelico. Vive nel caos. Si nutre del ribaltamento continuo dell'alleato di turno.
Eppure, lo staff di Palazzo Chigi continua a mandare la leader al macello, alla ricerca di un cenno non verbale che puntualmente si trasforma in uno schiaffo pubblico. Un disastro strategico che si trascina dietro le scorie di una stagione politica ormai logora, dove ogni mossa sembra dettata dalla pura paura di essere superati a destra.
Perché, mentre la comunicazione ufficiale si perde in queste geometrie difensive e in bizzarre «negazioni che affermano» — quei video in cui si pretende di smentire i fatti finendo solo per certificarli — c'è chi non ha bisogno di grandangoli per apparire solido agli occhi della pancia del Paese.
Le praterie lasciate libere da questa destra di governo, troppo impegnata a farsi accettare a Washington senza capire di essere soltanto un dettaglio sullo sfondo, sono immense. E Roberto Vannacci, con la sua sgrammaticata ma ferrea linearità, è lì che aspetta. Pronto a prendersi tutto lo spazio che la fiction di Palazzo Chigi sta abbandonando, un'inquadratura alla volta.
*Documentarista Unical

