C’è un dolore che ritorna, puntuale, come una condanna. Non conosce stagioni, non distingue tra estate e inverno, tra giorno e notte. È il dolore delle strade calabresi, quel lungo rosario di croci bianche piantate ai margini dell’asfalto, tra gli ulivi, le montagne e il mare. Un dolore che ogni settimana si rinnova e che troppo spesso ci trova, ormai, assuefatti, come se la morte dei giovani sulle strade fosse diventata una tragica normalità.

Anche quest’anno la cronaca continua a consegnarci il suo tributo di sangue. Ragazzi che escono per una serata con gli amici e non tornano più. Padri e madri di famiglia che escono la mattina per andare al lavoro senza fare mai più ritorno dai propri figli. Famiglie che attendono il rumore di una chiave nella serratura e ricevono invece una telefonata nel cuore della notte. Madri e padri costretti a riconoscere i propri figli in una camera mortuaria, quando fino a poche ore prima li avevano salutati con un semplice: «Torna presto».

La Calabria conosce bene questa ferita. Le statistiche raccontano una realtà che non può lasciare indifferenti: nel 2024 si sono registrati oltre tremila incidenti stradali, con novantasei vittime e migliaia di feriti. Numeri che rappresentano vite spezzate, famiglie distrutte, sogni interrotti.

Ma dietro i numeri ci sono i volti. C’è il ragazzo che non inizierà mai l’università. C’è la giovane madre che non vedrà crescere i propri figli. C’è l’operaio che stava tornando a casa dopo una giornata di lavoro. C’è la coppia che immaginava il futuro e che, invece, ha trovato la morte lungo una curva maledetta.

Particolarmente drammatica continua a essere la situazione della Strada Statale 106 Jonica, quella che molti, non a torto, hanno ribattezzato “la strada della morte”. Solo nell’ultimo anno si sono contati decine di morti e centinaia di feriti lungo questa arteria fondamentale per la Calabria orientale.

Tuttavia, sarebbe facile attribuire ogni responsabilità alle infrastrutture. Le strade dissestate uccidono, certamente. La mancanza di investimenti pesa come una colpa collettiva. Eppure non possiamo ignorare un’altra verità, forse più scomoda: troppe volte a premere l’acceleratore è l’incoscienza.

L’alcol che annebbia la mente. Le droghe che alterano la percezione del pericolo. La velocità trasformata in sfida. Lo smartphone che cattura lo sguardo mentre la strada reclama attenzione. La convinzione, tipica della giovinezza, che la tragedia riguardi sempre qualcun altro. E invece no.

La tragedia ha il volto di un ragazzo di diciott’anni. Di una studentessa che torna dal mare. Di un motociclista che percorre una strada che conosce a memoria. Di un padre che rientra dal lavoro.

Ogni volta il copione è lo stesso. Le sirene nella notte. I lampeggianti blu che squarciano il buio. I vigili del fuoco che lavorano in silenzio tra le lamiere. I soccorritori che combattono contro il tempo. E poi quel silenzio improvviso che segue la notizia peggiore. Ci siamo abituati a chiamarli “incidenti”. Ma molte volte non sono fatalità. Sono conseguenze. Sono il risultato di comportamenti prevedibili, evitabili, ripetuti.

Nessuna società civile dovrebbe accettare che i propri giovani muoiano così. Non dovrebbe accettare che il sabato sera diventi una roulette russa. Non dovrebbe accettare che una strada si trasformi in un confine tra la vita e la morte. Occorrono controlli, certo. Servono infrastrutture moderne, manutenzione, illuminazione, sicurezza. Servono leggi efficaci e pene severe. Ma tutto questo non basta se non cambia la cultura della strada. Bisogna tornare a considerare la vita un bene sacro. Ogni volta che qualcuno sale in auto dopo aver bevuto, sta giocando con la propria esistenza e con quella degli altri. Ogni volta che si preme sull’acceleratore per pochi secondi di adrenalina, si rischia di cancellare un’intera vita. Ogni volta che si prende in mano il telefono mentre si guida, si sceglie consapevolmente di sottrarre attenzione alla realtà. La verità è che non possiamo più permetterci di contare i morti. Non possiamo continuare a leggere nomi, età e fotografie come fossero semplici notizie di cronaca. Non possiamo continuare a piangere ragazzi che avrebbero dovuto vivere ancora decenni. Non possiamo continuare a seminare fiori sui guardrail e a pronunciare parole di cordoglio che il giorno dopo saranno già dimenticate. Perché ogni giovane che muore sull’asfalto è una sconfitta collettiva.

È una pagina strappata dal libro del futuro.
È una voce che non canterà più.
È una madre che non smetterà mai di aspettare.
È un posto vuoto a tavola che resterà tale per sempre.

Esiste, tuttavia, un’altra responsabilità che chiama in causa decenni di ritardi, promesse mancate e colpevoli disattenzioni istituzionali. In Calabria vi sono ancora oggi strade che non dovrebbero appartenere a un Paese moderno. Tratti dissestati, carreggiate deformate dal tempo, segnaletica insufficiente o assente, illuminazione carente, curve prive di adeguate protezioni, cantieri interminabili e arterie che costringono quotidianamente migliaia di persone a viaggiare in condizioni di costante pericolo.

Percorrere alcune strade della regione significa spesso affrontare un percorso a ostacoli, dove basta una distrazione, una buca improvvisa o un tratto particolarmente deteriorato per trasformare un viaggio ordinario in una tragedia.

La Calabria paga ancora oggi il prezzo di un isolamento infrastrutturale che non è soltanto economico, ma umano e sociale. Per troppi anni si è parlato di ammodernamenti, raddoppi e messa in sicurezza senza che alle parole corrispondessero interventi adeguati.

E quando una strada viene lasciata nell’abbandono, quando la manutenzione diventa episodica e insufficiente, la responsabilità delle vittime non può essere scaricata interamente su chi si trova al volante. Le istituzioni hanno il dovere di garantire ai cittadini infrastrutture sicure e dignitose. Quando questo non accade, ogni incidente diventa anche il riflesso di una mancanza collettiva e di una responsabilità pubblica che non può essere ignorata.

E la Statale 106 rappresenta forse il simbolo più doloroso di questa realtà. Da decenni intere comunità convivono con quella che è stata definita la “strada della morte”, un appellativo che dovrebbe suscitare vergogna in qualunque Paese civile.

Non è accettabile che nel 2026 si continui a morire lungo un’arteria fondamentale a causa di infrastrutture inadeguate, di tratti obsoleti e di una messa in sicurezza troppo spesso rinviata. Ogni croce che compare ai margini di quella strada è anche il promemoria di una promessa non mantenuta. Allora la riflessione finale non può che essere una: questa strage deve finire. Non domani, non tra qualche anno, non dopo l’ennesimo piano straordinario annunciato dalla politica. Deve finire adesso. Perché nessuna strada, per quanto lunga e difficile, vale il prezzo di una vita umana. E perché un Paese che continua a perdere i propri figli sull’asfalto è un Paese che, lentamente, sta smarrendo il senso stesso della propria umanità.