La vicenda di Bologna apre una riflessione sul rapporto tra violenza istituzionale, proteste di piazza e il rischio che la richiesta di giustizia venga oscurata dal dibattito sull'ordine pubblico
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“C’è un momento in cui le operazioni della macchina diventano così odiose e provocano tanto disgusto che non si può più stare al gioco, nemmeno tacitamente. E’ allora che si devono mettere i nostri corpi negli ingranaggi, nelle ruote e nelle leve ed in tutto l’apparato della macchina per farla fermare. E’ allora che si deve fare capire a chi la fa funzionare ed a chi ne è il proprietario che, se non saremo liberi, impediremo ad ogni costo che essa funzioni”.
Queste parole furono pronunciate il 2 dicembre 1964 dallo studente americano Mario Savio all’inizio della rivolta universitaria di Berkeley ed oggi mi sono ritornate in mente alla luce di fatti recentissimi.
Giorni fa a Bologna un pregiudicato quarantaduenne di nome Fakir Abderrahim è morto in Via Italo Svevo, nel quartiere popolare del Pilastro, durante un “semplice controllo” che forse andava a trasformarsi in un arresto.
In maniera molto professionale due poliziotti gli hanno messo le manette, lo hanno atterrato e gli hanno spinto la testa al suolo tendendogli un ginocchio sul collo ed una gamba sulla schiena, anche se il malcapitato urlava chiedendo aiuto ed implorava “basta… basta…”.
Tutto questo è andato avanti fino a che Abderrahim non ha respirato più.
I due agenti hanno poi spiegato di essere intervenuti in quella guisa perché Fakir stava dando in escandescenze.
Quattro operatori sanitari della Croce Rossa, che sono stati presenti ed inerti alla scena, hanno invece spiegato di non essere intervenuti perché avevano il “dovere” di “aspettare” la conclusione “protocollare” dell’intervento della polizia.
Su questa vicenda ci sono state proteste popolari in città. C’è stato prima un corteo nelle strade del Pilastro e poi un presidio democratico in Piazza del Nettuno, al quale ha partecipato anche il sindaco Matteo Lepore, che solo per questo si è già visto chiedere le dimissioni dai partiti di governo.
Terminato il presidio, migliaia di persone hanno poi marciato in corteo verso Piazza Roosevelt e, davanti alla Prefettura, sono state caricate, con idranti e lacrimogeni, dalla polizia, che in questo modo ha di fatto innescato gli scontri di piazza.
Da parte del governo c’è stato il solito silenzio sul delitto poliziesco ed il solito coro perbenista sulle “violenze” di piazza. Giorgia Meloni ha ammesso, bontà sua, che è necessario accertare la verità sulla morte di Abberahim ma naturalmente quello che ha trovato davvero “inaccettabile”, come ripete sempre, sono state, , tanto per cambiare, le “violenze” contro la polizia, che “niente può giustificare”. Matteo Salvini, da suo pari, naturalmente ha chiamato «teppisti» i dimostranti di piazza Roosevelt e poi ha accusato la sinistra di essere “anti-italiana” (sic), annunciando, dulcis in fundo, una visita a Bologna per esprimere la sua personale solidarietà agli agenti. Tutti siamo nati per soffrire e Bologna non fa eccezione.
Non parliamo poi della stampa di destra. Le “stars” del giornalismo “velinaro” governativo, da Alessandro Sallusti a Maurizio Belpietro fino a Nicola Porro, hanno accusato la sinistra di "coccolare” i violenti" ed hanno duramente criticato le responsabilità politiche di Lepore, accusandolo di avere “agevolato” un clima di tensione e “tolleranza” verso i “violenti” sfociato negli scontri in città.
Una delle magnifiche testate di questi signori poi non solo ha “cancellato” l’uccisione di Fakir dalle sue pagine, ma si è addirittura concentrata sui precedenti penali della vittima.
L’aspetto ancora più spiacevole in questa già tristissima storia, infine, non è poi stato tanto il perbenismo saccente di Matteo Lepore che, a scanso di equivoci, data l’aria che tira, ci ha tenuto a precisare che solo il presidio di Piazza del Nettuno rappresenta la protesta della città, quanto l’opportunismo spicciolo della stessa famiglia di Fakir, che ha preso “nettamente” le distanze dalle “violenze” dei manifestanti di Piazza Roosevelt, anzi ha definito gli scontri con la polizia «un attacco» contro di sé, sostenendo che una misteriosa “strumentalizzazione della protesta” rischia di “allontanare l'attenzione dalla richiesta di accertare la verità”. A queste già giudiziosissime considerazioni l'avvocato di parte civile ha quindi aggiunto altro, esprimendo anche lui “solidarietà” alle “forze dell'ordine”, impegnate – indovinate un po’ - nella difesa della “sicurezza” dei cittadini per bene.
Ed è proprio a questo punto che, per me, scatta l’analogia con le parole di Mario Savio citate all’inizio di questo articolo.
Certo, la “macchina” americana del 1964 era molto diversa da questa nostra italianissima “macchina” del 2026, ma il disgusto che suscita è proprio la stessa che provarono Savio e gli studenti di Berkeley per l’America del loro tempo.
Come si può “stare al gioco”, anche solo “tacitamente”, di fronte alla minimizzazione “protocollare” della morte di un uomo?
Come si può “stare al gioco” quando il fermo di una persona in stato alterato implica la sua uccisione?
Come si può “stare al gioco” quando la sofferenza umana non è più una condizione sufficiente per un immediato intervento sanitario?
Come si può “stare al gioco” di fronte all’arrogante ed ipocrita perbenismo di chi “si nasconde con protervia dietro al dito”, per dirla con Francesco Guccini, indicando gli scontri di piazza come problema principale rispetto all’uccisione di un uomo e sapendo benissimo che quegli scontri non ci sarebbero mai stati se non li avesse innescati la carica della polizia?
Chi ha cercato – e trovato – gli scontri è stata la polizia, il che vale a dire il governo, perché la polizia, atteso che non è composta da masochisti a cui piaccia il famigerato “servizio O.P.”, queste cose le fa sempre su indicazione politica.
Come si può “stare al gioco” del delirio forcaiolo di chi, facendo volare gli stracci dei precedenti penali di Fakir Abberahim, insinua l’idea che, in fondo, con un delinquente tutto sia permesso?
Come si può “stare al gioco”, infine, di questo nauseante “obbligo morale” dell’inchino di fronte all’ “autorità”, per cui, anche quando, come in questo caso, si rivendicano diritti sacrosanti, bisogna prima “prendere le distanze” da qualcuno e addirittura recitare il giuramento di “fedeltà” alle forze dell’ordine?
Le risposte a queste domande probabilmente soffiano ancora nel vento, parafrasando Bob Dylan, ma dividere chi si ribella all’ingiustizia non ha mai reso un servizio alla democrazia.
E, continuando con le citazioni, è forse opportuno – e non opportunista – ricordare qualcuno che certo di non violenza se ne intendeva più di Giorgia Meloni o di Salvini o di Sallusti o di Belpietro o di Porro oppure, ancora più certamente, di Lepore, vale a dire Martin Luther King, il quale diceva: “L'estremismo nella difesa della giustizia non è un difetto, ma una virtù. E la moderazione di fronte all'ingiustizia non è una virtù, ma un difetto, anzi, è peggiore dell'ingiustizia stessa”.
Tra i dimostranti di Piazza Roosevelt questo estremismo si è visto ed è stato intenzionale. Tutto il resto è stato incidentale.
Ma, per il resto, chi nel futuro sarà disposto a mettere il proprio corpo “negli ingranaggi, nelle ruote e nelle leve ed in tutto l’apparato della macchina per farla fermare”?

