Le fotografie d'agenzia mostrano due cose, scattate nello stesso quarto d'ora, a due isolati di distanza.

Nella prima c'è una sala. Poltrone di velluto blu, targhette con i nomi dei Paesi, file intere vuote: gli uomini e le donne che dovevano sedercisi si sono alzati e sono usciti mentre l'oratore saliva sul podio. Restano i cartellini. Israele, gli Stati Uniti, qualche delegazione fedele, e quel silenzio particolare degli spazi progettati per contenere molte più persone di quante ne contengano.

Nella seconda ci sono le mani di una donna dietro la schiena. Polso contro polso, la fascetta di plastica stretta dagli agenti e il viso di chi aveva deciso in anticipo che sarebbe finita così. Susan Sarandon ha quasi ottant'anni e a febbraio, a Barcellona, le hanno consegnato un premio alla carriera. Ieri sedeva sull'asfalto di New York.

Stessa città, stessa ora. Dentro, una sala che si svuota. Fuori, un corpo che si lascia portare via.

Il 24 settembre 2026 Benjamin Netanyahu ha parlato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite davanti a un'aula mezza deserta. Decine di diplomatici sono usciti al suo ingresso, qualcuno intonando cori per la Palestina. Dal podio il premier israeliano ha replicato: siete codardi morali, noi difendiamo anche voi. Ha definito le accuse di genocidio la più grande bugia del secolo. Ha rinviato a Francia e Regno Unito l'accusa di colonialismo, ricordando che il termine l'hanno coniato loro. Ha chiamato tiranno Erdogan, ha puntato il dito contro il Qatar, ha detto che gli ebrei stanno sul Golan dai tempi di Mosè. Ha attaccato il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che gli aveva teso un ramoscello d'ulivo: antisemita, amico di Hamas, vergognati. Ha ridimensionato la violenza dei coloni in Cisgiordania a un manipolo di giovani teppisti, circa centocinquanta persone che vanno a lanciare pietre o ad abbattere ulivi. L'unico ringraziamento è andato a Donald Trump: Israele e l'America hanno agito insieme per salvare la civiltà.

Poche ore prima aveva parlato Mahmoud Abbas, in video da Ramallah: per il secondo anno consecutivo gli Stati Uniti gli hanno negato il visto. Il presidente dell'Autorità palestinese non può entrare nel palazzo che ospita le Nazioni Unite. Il premier israeliano sì, nonostante dal 21 novembre 2024 penda su di lui un mandato d'arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, legato in particolare al blocco degli aiuti umanitari fra l'ottobre 2023 e il maggio 2024.

Fermiamoci sulla parola bugia, perché è lì che si decide tutto.

Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani ha concluso che lo Stato di Israele è responsabile di aver commesso genocidio nella Striscia di Gaza, di non averlo impedito e di non averlo punito: quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948. Il rapporto indica il primo ministro, il presidente Herzog e l'ex ministro della difesa fra i responsabili di incitamento diretto e pubblico. A presiedere quella commissione c'era Navi Pillay: già giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, dove la chiamò Nelson Mandela, già alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nel giugno 2026 la commissione ha ribadito le proprie conclusioni, con un approfondimento sugli effetti di quella guerra sui bambini palestinesi.

Israele contesta quella qualificazione e ne chiede lo scioglimento. Ne ha diritto: una commissione d'inchiesta non è un tribunale, e la parola genocidio ha un peso giuridico che solo una corte può sancire in via definitiva. Ma una cosa è dire che la questione è aperta. Un'altra è chiamarla la bugia del secolo davanti a un'aula vuota.

Perché quell'aula, va detto, non si era svuotata per antipatia.

Poi c'è stato il momento che consegnerà questa giornata ai manuali. Netanyahu ha estratto e mostrato un cercapersone: uno di quegli apparecchi che nel settembre del 2024, in Libano, esplosero a migliaia nelle tasche e nelle mani delle persone. Ve lo ricordate, ha detto. Hezbollah se lo ricorda.

Io credo che nella storia della diplomazia di questo scorcio di secolo non esista un gesto che dica di più. Portare all'Assemblea delle Nazioni Unite l'oggetto con cui hai mutilato degli esseri umani, e mostrarlo come si mostra un trofeo di caccia in salotto. Non è arroganza. È qualcosa di più raro: la certezza assoluta che nessuno presenterà mai il conto.

Torniamo fuori, due isolati più a sud.

Il presidio che ha portato agli arresti era organizzato da Jewish Voice for Peace, un'organizzazione ebraica antisionista. Duecentocinquanta persone. E non era isolato: una parte delle proteste attorno al Palazzo di Vetro partiva dal mondo ebraico americano, con New Jewish Narrative, J Street, New York Jewish Agenda, T'ruah. Ebrei americani in piazza contro il premier israeliano.

Tenetelo a mente ogni volta che qualcuno prova a far coincidere la critica al governo di Israele con l'odio per gli ebrei. Quella coincidenza è stata smentita ieri, sul selciato di Manhattan, dalle persone che avrebbero avuto più titolo di chiunque altro per invocarla.

Con Sarandon sono stati fermati una candidata democratica al Congresso, Darializa Avila Chevalier, e il consigliere comunale Chi Ossé. Fra i manifestanti c'erano l'attrice Cynthia Nixon, il commediografo Tony Kushner, la fotografa Nan Goldin, la poetessa Eileen Myles.

Fermatevi su quei nomi. Non sono comparse. Kushner ha vinto il Pulitzer con un'opera teatrale che è il monumento americano alla memoria omosessuale ed ebraica del Novecento. Goldin ha passato sette anni a far cadere il nome dei Sackler dai musei del mondo, e ci è riuscita. Gente che il conto lo ha già pagato una volta, e che ha deciso di pagarlo di nuovo.

E qui arriva la parte che riguarda noi.

Perché di Susan Sarandon si può dire tutto, tranne che la sua posizione le sia costata poco. Nel novembre del 2023 la sua agenzia l'ha scaricata dopo le sue dichiarazioni sulla guerra. All'inizio di questo settembre, in conferenza stampa, ha detto una frase che nessun attore in carriera pronuncia a cuor leggero: che non le propongono più film per il suo sostegno alla causa palestinese.

Il 26 maggio di quest'anno, in una conferenza stampa al teatro Out Off di Milano, a Francesco De Gregori è stato chiesto un parere su Bruce Springsteen e sulle sue critiche all'amministrazione americana. Ha risposto che prova sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera così netta su questioni internazionali di guerra, che un proclama buttato giù da un palco o scritto in un appello lo lascia abbastanza indifferente, che lui sensibilizza attraverso le canzoni e non attraverso quello che dice. Poi la frase che ha scatenato tutto: non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele. E ha aggiunto: non do lezioni, visto che anche io ho le idee confuse.

Gli hanno risposto Morgan, Elisa, Vasco Rossi, Fiorella Mannoia, Piero Pelù. Il Paese si è diviso in due squadre nel giro di quarantott'ore, come è ormai l'unica cosa che sappiamo fare in fretta.

Siccome mi interessa avere ragione e non vincere, va detto che in quelle parole c'è un nucleo sano, e chi finge di non vederlo è in malafede.

È vero che il proclama a comando non vale niente. È vero che la firma in calce a un appello è la forma più economica di coraggio mai inventata: costa trenta secondi e rende una settimana di reputazione. È vero che lo schieramento obbligatorio non è impegno, è conformismo con la camicia buona. E chi ha passato una vita a scrivere canzoni sulla storia, sui generali e sui vinti ha tutto il diritto di rivendicare che il suo posto è dentro le cose che fa, non dentro un comunicato.

Il punto però non è il diritto di tacere, che nessuno deve permettersi di negare. Il punto è che l'alternativa non è fra parlare e stare zitti.

L'alternativa è fra ciò che costa e ciò che non costa niente.

Un proclama dal palco di uno stadio esaurito non costa niente, e su questo il cantautore ha ragione da vendere. Ma una donna ammanettata sull'asfalto che ha perso i contratti non sta facendo un proclama. Sta pagando. E la differenza fra le due cose è esattamente la differenza fra la posa e la coscienza.

Non sono gli intellettuali ad avere il dovere di schierarsi su tutto. È chi ha ricevuto in dono tre cose che agli altri mancano — l'informazione, la tribuna e la protezione — ad avere il dovere di spenderle. Un privilegio che non si spende non è innocenza. È una rendita.

E c'è una soglia oltre la quale l'onestà intellettuale si capovolge nel suo contrario. Dire "ho le idee confuse" sulle mosse tattiche di una guerra è legittimo, anzi è saggio. Dirlo davanti a un mandato d'arresto internazionale, a una commissione d'inchiesta che parla di genocidio, a bambini che muoiono di fame dentro un perimetro chiuso dall'esterno, non è più prudenza. È la complessità usata come coperta.

La confusione, del resto, non è mai stata un fatto privato. Nel Novecento è stata la più efficace delle politiche pubbliche: si producevano tante versioni dei fatti finché diventava scortese chiederne una.

Faccio la domanda che mi sono fatto io, e non ho intenzione di risparmiarmela, perché scrivo su un giornale e quindi sono in ballo esattamente come tutti gli altri.

Che cosa siete disposti a perdere?

Non che cosa pensate: quello lo pensiamo tutti, ed è gratis. Che cosa siete disposti a perdere. Un contratto. Una serata. Un invito. Un cliente. Un parente che a Natale non vi rivolgerà più la parola. Perché il coraggio non è un'opinione forte: è un'opinione con un prezzo di listino, che qualcuno ha deciso di pagare in contanti.

Resta la sala.

Resta quell'immagine delle poltrone blu senza nessuno sopra, i cartellini dei Paesi allineati come lapidi ordinate, e un uomo che parla a un'aula che si è alzata e se n'è andata. Lui ha chiamato codardi quelli che uscivano. Ma un'assemblea vuota non è un'assenza: è una sentenza pronunciata senza parole, da gente che per mestiere le parole le pesa al milligrammo.

E fuori, due isolati più a sud, c'era chi quella sentenza la scriveva col proprio corpo, sedendosi in mezzo alla strada e lasciandosi stringere la plastica intorno ai polsi.

Fra quei due isolati c'è tutto quello che dobbiamo decidere. Se guardare da un'altra parte sia davvero una forma di equilibrio, o se nel frattempo qualcuno si sia limitato a spostare la sedia.

Un giorno, quando tutto questo sarà finito e i tribunali avranno detto la loro, i nostri figli ci faranno la domanda che noi abbiamo fatto ai nostri padri. Non ci chiederanno che cosa pensavamo: lo sapranno già, perché avremo lasciato dietro di noi milioni di parole tiepide e ben archiviate.

Ci chiederanno dov'eravamo. E se eravamo seduti, ci chiederanno da che parte guardavamo.