Generale Roberto Vannacci, eurodeputato, onorevole Domenico Furgiuele, deputato della Repubblica, negli ultimi giorni l’opinione pubblica sta assistendo alla vostra insistenza sul concetto di “remigrazione”, presentato come proposta politica e culturale.

È doveroso chiarire cosa significhi realmente questo termine. Secondo le definizioni comunemente accettate, la remigrazione indica il ritorno forzato delle persone migranti nei Paesi d’origine. Un eufemismo che, nei fatti, corrisponde a espulsioni collettive, indipendentemente dai percorsi di vita, integrazione e cittadinanza maturati nel tempo.

Non è un caso che questa proposta trovi spazio soprattutto nei programmi di movimenti europei apertamente ispirati a ideologie autoritarie, quando non esplicitamente fasciste.

Chi scrive ha scelto, nella propria vita istituzionale e civile, una direzione diametralmente opposta.
Sono stato sindaco di Acquaformosa, piccolo comune della provincia di Cosenza, appartenente alla minoranza storica arbëreshë: una comunità di origine albanese giunta in Italia oltre cinque secoli fa, fuggendo da guerre e persecuzioni.

Oggi sono presidente di un’associazione che da oltre quindici anni gestisce progetti SAI di Accoglienza Pubblica, riconosciuti dallo Stato italiano. In questo periodo sono state accolte più di 4.000 persone, provenienti da oltre sessanta Paesi e quattro continenti, accompagnate in percorsi di inclusione sociale, lavorativa e culturale.

La nostra storia dimostra un principio semplice ma fondamentale: l’Italia è anche il risultato di migrazioni accolte.
Per questo motivo risulta inquietante una visione politica che riduce la complessità umana a categorie da espellere, alimentando paura, conflitto e violenza sociale.

Da qui una domanda che merita una risposta pubblica e chiara: secondo la vostra idea di remigrazione, esiste un limite temporale oltre il quale una comunità migrante può dirsi definitivamente parte della nazione?
Oppure anche le minoranze etniche storiche – arbëreshë, ladini, walser e molte altre – potrebbero un domani essere considerate “non legittime”?

La questione non è teorica. Insieme ad altri rappresentanti delle comunità arbëreshë ho manifestato contro l’accordo Italia-Albania sul trasferimento dei migranti nei centri di Shëngjin. Alla luce delle vostre posizioni, dobbiamo chiederci se il dissenso politico e la solidarietà umana possano trasformare dei cittadini in soggetti “non graditi”.

La storia europea ci insegna dove conducono le politiche fondate sull’esclusione e sulla disumanizzazione.
Riproporle oggi, sotto nuove etichette linguistiche, non le rende meno pericolose.

Resto in attesa di un vostro chiarimento, che non può più essere eluso.