Ciò che è accaduto negli scorsi giorni nel Bellunese è uno degli esempi più lampanti e disturbanti di disumanizzazione contemporanea.

Su una linea di trasporto pubblico, in un contesto montano e climaticamente avverso, un bambino di undici anni, privo del titolo di viaggio aggiornato richiesto da una recente rimodulazione tariffaria, viene fatto scendere dal mezzo dall’autista incaricato del servizio. Il minore è solo, non accompagnato, senza cellulare, mentre fuori è già buio e la neve rende il territorio ostile e potenzialmente pericoloso.

Il bambino percorre a piedi circa sei chilometri per rientrare a casa, dove giunge in lacrime e in stato di ipotermia. Solo a posteriori si attivano le consuete procedure: sospensione del conducente, annuncio di accertamenti interni, comunicazioni ufficiali. Ma ciò che rileva, prima e oltre ogni atto successivo, è l’abbandono deliberato di un minore, consumatosi nel nome di una regola applicata senza pensiero.

Si tratta di abbandono di un minore. Chi ha fatto scendere quel bambino dall’autobus non merita attenuanti. Qui non siamo al cospetto di un errore: siamo davanti a una deficienza morale strutturale.

Il conducente che apre le porte, indica l’asfalto innevato e scarica un undicenne nel nulla compie un gesto infame, nel senso pieno, etimologico, della parola. «Infamis» è colui che perde il volto, che abdica alla dignità dell’essere umano per rifugiarsi nella tana fetida dell’obbedienza. Un uomo che, davanti a un bambino, sceglie deliberatamente di non vedere un bambino.

Non c’è nulla di “professionale” in quel gesto. C’è solo una rigorosa, ottusa adesione alla parte più ottimale e disumana della funzione, quella che consente di esercitare un potere minimo senza pagarne il prezzo morale. Un potere miserabile, esercitato su chi non può opporre nulla. Perché il coraggio non abita nei regolamenti, ma nella capacità di disobbedire quando l’obbedienza diventa oscena.

Chi ha lasciato quel bambino nella neve ha applicato la norma come si applica un timbro. E non si osi pronunciare la parola “dovere”. Il dovere, qui, è stato tradito. Perché il primo dovere di chi esercita un’autorità, anche minima, è riconoscere il limite oltre il quale l’autorità si trasforma in violenza. Quel limite ha undici anni, cammina nella neve e piange. È un bambino. Non vederlo è una scelta. Una scelta vile.

Il gesto del conducente è la traduzione fedele di una mentalità che ha espulso la pietà come scarto inutile. Qui non si tratta di stigmatizzare un errore umano: qui si tratta di denunciare una disumanità lucida, esercitata con calma, senza fretta, senza esitazioni.

Una disumanità che non si sporca le mani, che non urla, che non colpisce, ma apre le porte, fa scendere, riparte, come se nulla fosse.

In quel gesto vi è la disumanizzazione più totale. Un bambino nella neve e un uomo al volante. Se tra questi due il primo resta umano e il secondo no, allora il problema non è il biglietto. È l’uomo.

E chiamarlo “conducente” è già un eufemismo. Ha condotto solo la propria umanità fuori dal veicolo, lasciandola indietro, congelata, insieme a un bambino che non avrebbe mai dovuto conoscere così presto la vera, nuda, irriformabile ferocia degli adulti.