La movida reggina scuote gli animi degli adulti alla ricerca di una soluzione credibile

Il ruolo dei genitori, della famiglia, degli insegnanti nel percorso formativo dei giovani diviene strategico in presenza di comportamenti aggressivi che sfociano in fenomeni di devianza 

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di Caterina Capponi
22 luglio 2020
09:21

La rissa verificatasi tra sabato e domenica, sul Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, ha sollecitato in queste ultime ore, riflessioni, incontri con rappresentanti delle forze dell’ordine, esternazioni forti, quali l’indignazione, la vergogna, la rabbia; individuando sin troppe cause come il ricorso all’alcol, alla droga, alla crisi istituzionale, politica, religiosa, alle famiglie assenti, o addirittura alla cultura mafiosa, ma ben poche soluzioni, fatto salvo per il ricorso ad un’azione repressiva di polizia.

Sicuramente la frequenza degli episodi impone di porre una questione sul piano della sicurezza, nonostante i notevoli sforzi, l’intervento degli agenti e la presenza di un maggiore impiego di uomini non scioglie il nodo cruciale, tuttavia non si tratta solamente di un problema d’immagine del “più bel chilometro d’Italia” o della sorte commerciale dei locali stagionali.

Consiste evidentemente in un episodio deprecabile, assolutamente da biasimare e condannare, non soltanto perché un gruppo di ragazzi veniva coinvolto in gesti di violenza inaudibile, ma che sia divenuto presto virale sui social non è di poco conto.

 

Qualcuno sarà pronto a trincerarsi dietro il diritto di render pubblico un avvenimento d’interesse collettivo, ma chi scrive è sollecito nel sottolineare che la barbarie e l’assenza totale di senso civico, si consumano davanti ai nostri occhi, ritenendo pienamente coinvolti in prima persona, i testimoni intenti ad assaporare l’impetuosa scena, filmarla e condividerla, senza il minimo turbamento. I social network, in realtà secondo studi recenti aumentano sentimenti di frustrazione, depressione, fino a far registrare fenomeni di aggressività comunicativa, definita dagli esperti “Hate speach”.

Tale disagio sociale crescente, non si limita alla dimensione virtuale ma provoca un’incapacità nel gestire rapporti personali e nell’affrontare la quotidiana conflittualità.

 

Tutto ciò è considerevolmente amplificato se si tratta di giovani in fase adolescenziale, già in contrasto con famiglie e con il mondo circostante.

Negli anni Novanta per la prima volta veniva riconosciuta come “Emotional Intelligence” La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni.

Giunto recentemente dall’America il nuovo modello del “Coping power”, si sta ormai diffondendo e sperimentando in alcune scuole italiane, per affrontare i notevoli problemi emotivi e i comportamenti aggressivi dei giovanissimi, oltre al nervosismo eccessivo, supportandoli, in un percorso che spieghi come sia semplice fraintendere le reali intenzioni degli altri.

 

Il ruolo dei genitori, della famiglia, degli insegnanti in questo percorso formativo diviene strategico in presenza di comportamenti aggressivi che conducono celermente, ad un enorme peggioramento delle prestazioni scolastiche sino a sfociare in fenomeni di devianza minorile.

Non ignoriamo, già da molto tempo, che vi sono delle caratteristiche biologiche nella gestione dell’impulsività interagenti con il contesto, le comunità di appartenenza, il gruppo dei pari, i modelli educativi parentali di riferimento, tra i quali, un fattore di rischio è rappresentato sicuramente dall’alto tasso di criminalità presente nel territorio.

Occorre, quanto prima, ritornare sui banchi di scuola per apprendere le regole della conversazione, a partire dalle sue primissime condizioni: la coscienza di non essere in possesso di assolute certezze, assumendo un atteggiamento autocritico e rispettoso dell’interlocutore, come salubre monito o fruttuosa scintilla, capace di accendere il grande dialogo interumano.

Caterina Capponi
Caterina Capponi
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