Un congresso è possibile solo se si realizzano le condizioni per riformare il Pd

Servono scelte di forte discontinuità col passato e con tutto ciò che ha causato la fuga in massa di militanti ed elettori

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di Bruno Villella
5 ottobre 2022
19:00

Per la prima volta nella storia repubblicana, nel nostro paese, un centrosinistra inerme e irresponsabile, è stato sconfitto da un centro destra a trazione destra estrema. La direzione del Pd fissata per il 6 ottobre, ne prenda atto e dia prova di serietà e responsabilità. Servono scelte di forte discontinuità con le nefandezze che hanno causato l’allontanamento o la fuga dei tanti. Le regole per lo svolgimento del congresso all’odg, il come, non ha senso senza una volontà politica che indichi preliminarmente la meta.

Servono decisioni immediate a partire dagli aspetti pregiudizievoli che hanno denunciato i segretari nazionali e che per gli italiani costituiscono i caratteri identificativi di questo Pd. È stato Zingaretti che ha comunicato a tutta la nostra comunità che si sarebbe dimesso da segretario «per la vergogna, in quanto il partito è diventato un luogo dove si discute solo di poltrone» di «un Pd impantanato in una guerriglia quotidiana tra gruppi di potere» e, al grido di «stanno uccidendo il Pd» chiedeva che si svolgesse «un congresso politico».


Invece, Il palazzo restò impassibile. Resta il fatto che Zingaretti se ne andò sbattendo la porta. Tutto questo avveniva in un Paese sconvolto dalla pandemia, con il Pd impegnato nell’inedita, quanto delicata, esperienza di governo giallo rossa, un contesto nel quale la denuncia delle alterazioni identitarie del partito, da parte di Zingaretti, hanno avuto una propagazione virale. Per contro i capi corrente, con arroganza, rimuovevano la richiesta del congresso e scelsero, senza nemmeno lo straccio di un formale mandato, “la via di Parigi”.

Una scelta spregiudicata il cui epilogo ha rasentato il ridicolo. Infatti, da Parigi venne Letta, che non solo non smentì Zingaretti, ma in quel marzo del 2021, al suo insediamento come segretario, ammoniva il partito dicendo: «non vi serve un nuovo segretario, ma un nuovo Pd! Basta con il partito delle ztl e del potere». Letta confermò la priorità di una profonda riforma del Pd, mentre, al contrario, nei vertici cristallizzati sono prevalsi gli opportunismi e le logiche di potere.

Lo stesso Zingaretti, nonostante la sua drammatica denuncia, ha poi però pensato bene di continuare a essere parte di quel contesto dove si continuava a decidere tutto, fino alle candidature del 25 settembre, compresa la sua e quella dei tanti “paracadutati” nei territori. Ha continuato a decidere solo il palazzo perché il partito nei territori è stato da tempo reso inerme, presidiato attraverso un commissariamento di fatto, che là dove non formalizzato, veniva attuato attraverso la scelta di “garanti” al servizio del sistema correntizio nella divisione “cencelliana” delle quote di potere.

Solo l’arroganza di chi veleggia in un mondo surreale poteva immaginare che gli italiani potessero avere fiducia in questo Pd, magari pensando che bastasse agitare il pericolo della destra. l’ennesimo ricatto, che stavolta è stato restituito al mittente. Gli Italiani hanno detto no ad un andazzo che ha consentito, al centro come in periferia, il perpetuarsi del primato del potere correntizio e delle sue degenerazioni.

Per questo non possono essere assolti, non solo i colpevoli, ma anche i testimoni omertosi e consenzienti. Il Pd è diventato un tritacarne che ha distrutto la partecipazione democratica e prodotto segretari nazionali deboli e senza mandato.

È così che dopo un anno e mezzo, a seguito della prevedibile sconfitta elettorale, ora è toccato a Letta dimettersi, in un partito che ha un ciclo riproduttivo come i rinoceronti ogni 16/19 mesi “nasce” un segretario nazionale e, sin qui, in 14 anni, ne ha abortito 10. Sono esterrefatto dal dibattito di questi giorni. Si continuano ad ascoltare le prediche del giorno dopo, chiacchiere politiciste, malpancismi, tutto finalizzato alla rimozione delle palesi responsabilità. Da qui l’esigenza che nella riunione della prossima direzione, si acquisisca formalmente, la disponibilità di tutta la classe dirigente, ad ogni latitudine, a fare un passo indietro. Serve un chiaro segnale di apertura del partito, per cominciare a convincere i tanti che si sono visti costretti ad abbandonarlo.

Un segnale che occorre sostanziare attraverso una seria analisi sulle cause e sulle responsabilità che hanno determinato l’attuale condizione di degrado, adottando tutti i provvedimenti necessari per mettere in sicurezza il partito e dare certezze al nostro popolo che il Pd non sarà mai più come prima. Sono atti propedeutici che danno contezza della concreta possibilità di prospettare la riformabilità del Pd e, quindi, ripristinare una condizione che possa consentirgli di dotarsi di una identità, una visione della società ed un programma per il governo del Paese.

Serve uno straordinario impegno corale, per debellare le false dispute sulla conservazione del nome, del simbolo o sul dualismo Conte o Calenda. Ora è in gioco il destino del nostro partito.

Deve essere chiaro soprattutto per chi ha maturato altre scelte, altre convenienza, affinché possa scegliere tra fare un responsabile passo indietro o, se crede, di andare via, per mettere al riparo il congresso dai tatticismi, dagli ulteriori avvelenamenti del dibattito, non esclusi i rischi di ulteriori scissioni, per chi pensa di architettarle con il maggiore seguito possibile, al fine di poter negoziare al meglio con i titolari della sponda di approdo.

Si tratta di pericoli reali che non possono essere taciuti, ritornando a fare prevalere gli interessi generali del partito. In alternativa, di fronte a sbocchi gattopardeschi, a tutt’oggi non impossibili, quelli del tipo cambiamo tutto per non cambiare niente, allora saremmo certi che anziché un congresso staremmo celebrando una farsa.

di Bruno Villella
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