Mentre le famiglie affogano tra rincari e costo della vita, le istituzioni aprono le porte del Palazzo a chi ha fatto dell’inganno una professione, trasformando la memoria in coriandoli e il merito in una barzelletta
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Se cercate la fotografia esatta dell’Italia di oggi, la trovate nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. Non c’è bisogno di arrampicarsi su raffinate analisi sociologiche. Bastano Wanna Marchi e Stefania Nobile, con la loro bella targa di ottone in mano per il “Premio Internazionale della Cultura”. È il trionfo dell’apoteosi, il coronamento di un percorso che fa del vaffanculo la vera moneta corrente del dibattito pubblico.
La scena è meravigliosamente surreale. La capitale d’Italia apre le porte di uno dei suoi luoghi più iconici per celebrare chi, per anni, ha venduto polverine magiche, sale da cucina spacciato per talismani e ha convinto ingenui a firmare assegni in bianco con la promessa di un futuro senza malattie. E lo fa con il “Premio Internazionale della Cultura”. Quale cultura? La cultura dell’inganno elevata a sistema? La cultura del “prendi i soldi e scappa”? O forse la cultura del ricettario, dove l’unica misura è “l’amore”, un concetto che queste signore conoscono bene, soprattutto quando si tratta di amare il proprio portafoglio a spese degli altri?
Il sindaco Gualtieri e la sua amministrazione, naturalmente, cadono dal pero. “Iniziativa privata”, dicono. “Nessun patrocinio”, balbettano. Certo. Ma le chiavi della Sala della Protomoteca le hanno date loro. Il consigliere comunale Dario Nanni era lì a fare gli onori di casa, a stringere mani, a sorridere, a legittimare con la sua presenza questa gigantesca farsa. Come se nulla fosse. Come se gli anni di carcere, le sentenze, le lacrime delle vittime fossero solo un fastidioso dettaglio in fondo alla pagina di cronaca.
Ma la vera perla, il tocco di genio di questa tragicommedia, è la tempistica. Mentre l’Italia discute di caro bollette, di inflazione, di famiglie che non arrivano alla fine del mese, di un’economia che arranca, la “Cultura” celebra Wanna Marchi. È un po’ come dare un premio per la legalità a Fabrizio Corona o un encomio solenne per l’onestà a qualche ex ministro con un passato da habitué delle Procure. È il ribaltamento totale dei valori, la vittoria definitiva dell’apparenza sulla sostanza, del fake sul vero.
E non è un caso isolato. È il sintomo di un male profondo. Un Paese che si autoassolve, che dimentica, che riabilita tutto e tutti, purché ci sia un microfono acceso e una telecamera puntata. Un Paese dove l’unica condanna che conta davvero non è quella del tribunale, ma quella dell’oblio mediatico. E finché Wanna Marchi e sua figlia riescono a far parlare di sé, finché trovano un editore disposto a pubblicare i loro deliri e un’amministrazione comunale pronta a prestare loro la sala più prestigiosa, la loro condanna non arriverà mai.
Siamo arrivati all’inaccettabile? No, purtroppo siamo arrivati molto più in là. Siamo arrivati al punto in cui l’inaccettabile non solo viene accettato, ma viene premiato, applaudito e celebrato come un grande evento culturale. E mentre la Sala della Protomoteca si riempie di questi “culturali” applausi, il Paese reale, quello che fatica ad arrivare alla fine del mese, continua a sprofondare. Ma che importa? Almeno sappiamo che in Italia la “Cultura” è viva e vegeta. E che si chiama Wanna Marchi.

