È venerdì mattina, sciopero generale. Il corteo parte dal corso principale: qualche centinaio di persone, le bandiere dei sindacati, striscioni, un megafono che gracchia slogan scritti forse per un'altra epoca. Le persone in piazza sono abbastanza per una foto, troppo poche per fare notizia e diventare pressione sociale verso la politica.

Verso le dodici il serpentone che ha attraversato la città si scioglie. Un gruppo di ragazzi si stacca e punta dritto verso l'insegna gialla del fast food all'angolo. Ordinano, ridono, si fanno un selfie con lo striscione arrotolato sotto il braccio. Dietro il bancone c'è un loro coetaneo. Ha attaccato alle sei. Contratto part-time, turni spezzati. Lo sciopero generale, per lui, è stato un venerdì con un po' più di clienti.

Non c'è niente da ridere, e nemmeno da indignarsi. Quei ragazzi in piazza ci sono andati, e non è poco. Ma questa scena è la diagnosi perfetta: uno sciopero che non arriva al ragazzo dietro il bancone, all’autista del pullman, all’insegnante di asilo, non è generale. È una passeggiata tra convinti. E una piazza che non riesce a parlare a chi non c'è, alla lunga, smette di parlare anche a chi c'è.

Nelle settimane in cui in Italia le piazze si dividevano tra la manifestazione rituale e la vetrina sfondata, con le immagini dei saccheggi nel centro di Milano a fare il giro dei telegiornali, in tre Paesi lontanissimi tra loro succedeva qualcosa di opposto. La gente tornava a votare. In massa.

In Serbia, in Israele e in Brasile l'affluenza alle urne è schizzata a livelli che non si vedevano da decenni. Contesti diversi, sistemi diversi, ragioni diverse. Eppure un filo li lega: in tutti e tre i casi la partecipazione non è caduta dal cielo. Qualcuno l'ha costruita. E in tutti e tre i casi ha cambiato, o rischia di cambiare, il destino di un Paese.

Tre storie, tre lezioni diverse, ma che ci parlano di un fattore comune: laddove oggi c’è tensione sociale, ci può essere un sano ritorno ai valori democratici, senza ricorrere alla violenza e senza cadere nella trappola della grammatica dell’uomo forte al comando.

Belgrado: il metodo che porta al successo

Tutto comincia con un crollo. Novembre 2024, la pensilina della stazione di Novi Sad, appena ristrutturata, viene giù e uccide sedici persone. In un Paese dove la corruzione negli appalti è un segreto di Pulcinella, quella tragedia diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona.

A muoversi per primi non sono i partiti di opposizione. Sono gli studenti. Occupano oltre sessanta facoltà, bloccano strade e ponti, riempiono le piazze ogni settimana per due anni. E fanno una scelta che, col senno di poi, si rivela la più intelligente di tutte: la non violenza. Non come posa morale, ma come strategia. La violenza, scrivevano sui loro profili, non è mai stata la nostra arma: è la cosa contro cui combattiamo.

Sembra un dettaglio. È il punto invece che determina tutto. Un potere illiberale, che controlla media e apparati da oltre un decennio, sa benissimo come gestire una piazza che spacca vetrine: la mostra in televisione, la chiama teppismo, la usa per compattare la propria base (vi ricorda qualcosa?). Non sa cosa fare con una piazza che non gli offre nemmeno un pretesto. Ogni manganellata diventa un boomerang, ogni accusa di essere al soldo dell'Occidente si sgonfia davanti a ragazzi che sventolano la bandiera serba e alzano al cielo la mano con il segno nazionalista del Paese. Il tricolore nazionale non era il simbolo di una fazione: era di tutti. Ed è così che una protesta studentesca è diventata un movimento nazionale.

Poi il secondo colpo di genio: capire che la piazza, da sola, non basta. Gli studenti hanno costruito una lista, sono andati casa per casa, hanno trasformato due anni di mobilitazione in voti. Il 25 ottobre i serbi si sono messi in fila ai seggi dall'alba. L'affluenza è stata la più alta da oltre trent'anni. La Lista degli studenti ha superato il 50 per cento dei voti e conquistato la maggioranza assoluta del Parlamento. In serata Aleksandar Vučić, dopo quattordici anni di potere, ha ammesso la sconfitta.

Non che il regime non ci abbia provato fino all'ultimo: l'osservatorio indipendente CRTA ha segnalato irregolarità in quasi un seggio su tre. Ma quando vota quasi tutto il Paese, i brogli non bastano più. È la lezione più semplice e più dura: la partecipazione di massa è l'unico atto che nessun potere riesce a neutralizzare.

Israele: sarà inclusione o disinteresse?

Due giorni dopo, il 27 ottobre, vota Israele. Prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023, un Paese spaccato e segnato da tre anni di guerra. L'affluenza arriva al 77,7 per cento, la più alta dal 1999. Ma il dato che fa tremare i comitati elettorali del Premier Netanyahu è un altro: secondo le stime riportate da Channel 12, i cittadini arabi israeliani, circa un quinto della popolazione, hanno votato intorno all'80 per cento. Quattro anni fa erano poco più della metà.

È una minoranza che per decenni si è sentita esclusa, e che spesso si è esclusa da sola, convinta che il voto non servisse a niente. Questa volta ha deciso di contarsi. Le ragioni sono concrete, quotidiane: la criminalità che dilaga nelle città arabe, la sicurezza che non arriva, la sensazione di essere cittadini di serie B.

La reazione dice molto. Nel pieno della giornata elettorale il primo ministro ha lanciato l'allarme: gli arabi stanno votando in massa, la destra deve svegliarsi. Il ministro delle Finanze ha sospeso la campagna per convocare una riunione d'emergenza sull'affluenza araba. Il voto di una parte dei cittadini trattato come una minaccia da arginare.

Ed ecco la domanda che pesa più di ogni altra cosa. Quella minoranza ha fatto quello che ogni manuale di educazione civica consiglia: ha smesso di lamentarsi ed è andata a votare. Se adesso non verrà ascoltata, se il suo voto verrà neutralizzato o semplicemente ignorato, quale lezione ne trarrà? Che votare non serve. E una comunità che impara che la democrazia non le risponde non torna a casa tranquilla. Cerca altre strade. La partecipazione è una promessa: che la democrazia ha il dovere di onorare, altrimenti si imbocca un tunnel pericoloso, che abbiamo visto incendiare le banlieue.

Brasile: la mobilitazione inattesa

Lo stesso giorno di Belgrado, il 25 ottobre, il Brasile va al ballottaggio. Al primo turno Flávio Bolsonaro era arrivato davanti a Lula con oltre due milioni di voti di vantaggio. E in Brasile, fin dal ritorno della democrazia, chi arriva primo al primo turno ha sempre vinto il secondo. Sette volte su sette. Una regola non scritta, ma solida come una legge.

Questa volta no. Lula recupera lo svantaggio e chiude con oltre quattro milioni di voti in più. È la prima rimonta della storia presidenziale brasiliana.

Non è interessante chi ha vinto. Ci dovrebbe interessare come. Tra i fattori decisivi gli analisti indicano la mobilitazione di chi al primo turno era rimasto a casa. Non elettori da convertire, ma elettori da svegliare. Persone che c'erano già, che avevano già un'opinione, ma che non avevano trovato un motivo sufficiente per alzarsi dal divano.

È la lezione più utile per chi fa politica: l'astensione non è un muro, è un serbatoio. Chi lo considera perso ha già deciso di perdere. Chi impara a parlargli può ribaltare risultati che sembravano scritti. Ma questo in Calabria e in Italia sembra non interessare e attivare nessuno…

Lo specchio italiano

Torniamo a casa. Il malessere, da noi, non manca: il carovita, i salari fermi, i tagli dell’ultima manovra finanziaria, una generazione che fa le valigie. Le piazze ci sono state. Il 30 ottobre lo sciopero generale ha portato in strada decine di migliaia di persone in oltre cinquanta città. La tensione sociale, insomma, se solleticata, esiste.

Il problema è che si disperde. Da una parte c'è la violenza, quella di chi spacca vetrine e saccheggia negozi. È il regalo più grande che si possa fare a chi governa: sposta il dibattito dalle ragioni della protesta all'ordine pubblico e allontana proprio quella maggioranza silenziosa che servirebbe convincere. Dall'altra c'è il rito, il corteo stanco che parla ai già convinti e finisce, appunto, con il panino e il giretto per i negozi del centro cittadino.

In mezzo manca quello che a Belgrado c'era: un metodo. E un simbolo comune. In Serbia la bandiera nazionale stava in mano agli studenti. Da noi un tricolore in un corteo fa notizia, come se l'appartenenza al Paese fosse proprietà di una parte sola. Finché sarà così, ogni protesta resterà la protesta di qualcuno contro qualcun altro, mai la richiesta di un Paese intero alla propria classe dirigente, ai partiti, ai politici.

La responsabilità non è dei cittadini che restano a casa. È di chi organizza: partiti, sindacati, associazioni, movimenti, Chiesa. Chi convoca una piazza deve chiedersi non solo quanti verranno, ma chi sta lasciando fuori. Il ragazzo dietro il bancone non è un crumiro. È il segno che lo sciopero non lo ha cercato, non lo ha coinvolto, non lo ha motivato, anche se sa bene quanto pesa il costo del diesel e non può permettersi un chilo di kiwi.

La fiammella da tenere accesa e far divampare

E poi ci siamo noi, c'è la Calabria. Una terra abbandonata, e che tale si sente. Il dato più eloquente non è un sondaggio, è una serie storica. Alle regionali del 2010 votava il 59 per cento dei calabresi. Nel 2025 il 43. Oltre sedici punti persi in quindici anni. Più di un calabrese su due, oggi, non sceglie chi lo governa.

Si dirà che il dato è gonfiato dai tanti emigrati ancora iscritti nelle liste, che non tornano a votare. È vero, ed è parte del problema: anche quella è una forma di abbandono, solo più lontana. Ma il resto dell'astensione è qui, nei paesi che si svuotano e nelle periferie dove nessuno passa più se non in campagna elettorale.

Eppure è proprio qui che la lezione di Belgrado e del Brasile diventa interessante. Dove l'astensione è più alta, il serbatoio è più grande. In una regione dove vota meno della metà degli aventi diritto, basterebbe riportare alle urne una piccola parte di chi è rimasto a casa per rovesciare qualunque equilibrio. Basterebbe poco per innescare un vero terremoto. La nostra marginalità, ancora una volta, può essere una leva. La Calabria non ha bisogno di convincere i convinti. Ha bisogno di qualcuno che vada a cercare chi ha smesso di crederci.

La rabbia c'è, la delusione pure. Le piazze mezze piene ci sono già. Le proteste di agricoltori e trasportatori hanno anche dimostrato che nella sofferenza c’è grande dignità e rispetto per la propria comunità. Quello che manca è un’intelligenza connettiva che sia in grado di trasformarle in partecipazione. Allora la domanda è per tutti, e soprattutto per chi ha la responsabilità di organizzare: partiti, sindacati, associazioni, cooperative, parrocchie. Chi avrà il coraggio di fare quello che hanno fatto gli studenti serbi? Chi rinuncerà al rito per costruire un metodo? Chi riuscirà a organizzare uno sciopero generale che entri anche in quel fast food, salga sul pullman e parli all’insegnante di asilo e al ragazzo dietro il bancone? Uno sciopero generale che ognuno senta suo, di cui si senta parte.

Astensione e disinteresse non sono un destino. Belgrado lo ha appena dimostrato. Il resto dipende da chi (noi tutti) decide di riaccendere la fiammella, e da chi preferisce lasciarla spegnere per continuare a vincere col minimo sforzo e il solito metodo.

*Esperto di Comunicazione Politica