Da Civita, l’attivista intreccia diritti civili, identità europea e politica territoriale, indicando nella regione amministrata da una giunta a guida Forza Italia un laboratorio politico capace di ottenere consenso e risultati: «Se la politica è trasparente, la gente partecipa e ci crede»
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C'è un filo conduttore che unisce la difesa delle libertà individuali, la paura per la perdita dell'identità europea e il valore cristiano del riscatto sociale. Francesca Pascale si concede a una conversazione a tutto campo, senza foglietti o risposte preordinate, muovendosi con disinvoltura tra i grandi temi della politica internazionale e la realtà locale calabrese. In questa intervista esclusiva, a Civita, non risparmia critiche alla classe dirigente, lancia un grido d'allarme sull'estremismo religioso e dichiara la sua fiducia nel modello di buon governo del centrodestra in Calabria.
I diritti civili e il ricordo di Iole Santelli
Francesca Pascale, si dice spesso che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri. Eppure, in Italia, i diritti si scontrano ancora con troppi ostacoli e paletti burocratici. Come si supera questo blocco? «Per quella che è la mia esperienza, penso che sia assolutamente così: bisogna difendere la libertà dell'altro per difendere soprattutto la propria. Quello che rammarica e mi dispiace personalmente è che da troppo tempo questo Paese subisce, purtroppo, un distacco profondo tra la realtà e la politica. Puntualmente, i vuoti legislativi vengono pagati dai più fragili. Ed è per questo che la battaglia per i diritti civili a cui ho dato vita nel 2013, proprio insieme alla mia cara, dolcissima amica Iole Santelli, si basa su un principio: i diritti e il rispetto dell'altro non devono avere un colore politico, una gabbiatura burocratica o un potere che ne impedisca l'esistenza. Nel 2026 siamo abbondantemente avanti nella società per poter rispettare i diritti di tutti. Vedere ancora massacrare e mortificare le persone per la propria individualità non è un buon biglietto da visita per un Paese democratico come il nostro».
Geopolitica, immigrazione e la difesa dei valori europei
Lei ha parlato di "massacri". Se guardiamo oltre i nostri confini, alle guerre che stanno cambiando il mondo e toccando indirettamente anche le nostre vite, cosa dovrebbe fare l'Italia per fermare queste tragedie? «Inevitabilmente le guerre sono un fatto da condannare senza mezze misure. Quello che dovrebbero fare la politica, le istituzioni e la società è una presa di coscienza attraverso la verità. Spesso le persone sono informate male; la stampa, i giochi di potere, i "giochi di palazzo" e gli accordi tra i vari poteri raccontano una versione dei conflitti viziata da faziosità e ideologia. Basta vedere quello che sta succedendo in Palestina, con Gaza che grida vendetta davanti agli uomini e a Dio. Però l'importanza di questa terribile guerra sembra quasi mettere in secondo piano tutte le altre: vediamo quello che succede in Sudan, vediamo quello che succede in Ucraina».
C'è qualcosa in particolare che la spaventa in questo scenario globale?
«La mia paura più forte, da donna quarantenne innamorata del proprio Paese e soprattutto dell'Europa, è l'islamizzazione incontrollata. I valori di una religione troppo radicale non coincidono con i valori della nostra Europa. Immagino la Sharia, che impedisce la vita agli esseri umani, vieta alle donne di esistere e per gli omosessuali prevede solo la morte. Sono disvalori che nel nostro contesto sociale mi spaventano molto. La politica dovrebbe avere il polso della situazione, ma anche regole e leggi ferme per impedire che le nostre libertà vengano ribaltate».
Una posizione netta, che tocca da vicino anche le dinamiche del Mezzogiorno. «È una posizione dura ma legittima. Noi nel Sud Italia stiamo subendo l'arrivo di persone da un altro continente, con religioni diverse, che pian piano stanno radicando le loro abitudini quasi con il diritto di sopprimere le nostre. È tendenzialmente pericoloso ed è la mia più grande paura. Il problema non è lo straniero che viene in Europa per migliorare la propria vita, cercare lavoro, un luogo sicuro o farsi una famiglia. Il tema emerge quando l'altro non è in grado di rispettare le nostre libertà acquisite, la nostra cultura e le nostre tradizioni. Io sono cattolica, a volte scettica per i dolori della vita come tutti, ma siamo cristiani e questo valore lo dobbiamo difendere. La nostra Europa è nata sui valori cristiani; non possiamo correre il rischio che diventi improvvisamente musulmana per un'empatia ideologica che si trova spesso a sinistra».
Il valore del riscatto: il carcere e l'inclusione
Ha partecipato come madrina all'iniziativa "Oltre" nel carcere di Castrovillari organizzata dall’Associazione Jole Santelli, una giornata dedicata alle donne detenute e ai ragazzi con disturbi dello Spettro Autistico. Qual è il suo approccio verso la realtà carceraria? «Amo le seconde opportunità. Gli esseri umani corrono dei rischi nella propria libertà, possono sbagliare, e dare una seconda possibilità lo trovo profondamente giusto e cristiano. Personalmente, trovo che le carceri siano luoghi che non fanno bene agli esseri umani, soprattutto quando si deve correggere e recuperare un errore. Chiaramente, per i fatti di sangue o per reati legati alla mafia e alla criminalità organizzata la situazione è diversa. Ma per reati molto più leggeri, mi piacerebbe vedere uomini e donne affidati ai servizi sociali, e non che la loro vita venga totalmente imprigionata per un solo errore. Faccio fatica a vedere la detenzione in quelle condizioni come l'unica soluzione. Dobbiamo dare una regola e un equilibrio ai valori di empatia e accoglienza, altrimenti si sfaldano. Purtroppo, vedo spesso una politica troppo impegnata a esistere per la propria "spilletta sulla camicia" e poco attenta a ciò che serve davvero ai cittadini: attenzione, cura, dedizione, rispetto e sicurezza».
Parlando di differenze e unicità, lei ha accennato prima anche all'incontro con alcuni ragazzi con disabilità… «Io cerco di essere curiosa ogni volta che incontro un essere umano, indipendentemente dalle differenze, per imparare dall'altro e capire quali errori faccio io. Negli esseri umani non negherei mai l'empatia, l'educazione e l'accoglienza».
Il "modello Calabria" e la filiera del centrodestra
C'è una forte filiera politica di centrodestra che governa la Regione Calabria del presidente Occhiuto direttamente collegata con i palazzi romani, e che vede figure del territorio come Gianluca Gallo o Francesco Cannizzaro ottenere importanti successi elettorali come, per esempio, l'ultimo exploit a Reggio Calabria. Quanto può influire al sud Italia questo sistema nel migliorare le cose? «Io mi fido molto di un centrodestra come quello che ha vinto qui in Calabria con Cannizzaro, con Occhiuto, e ieri con Iole Santelli. Per me Calabria, Sicilia, Campania e Puglia sono sempre state il fiore all'occhiello del buon governo quando si sceglie la squadra giusta per fare scuderia. Il modello Cannizzaro, non solo per come ha vinto quest'ultima tornata in maniera straordinaria, ma per il percorso, dimostra che l'ingrediente vincente è stato l'unione, la dedizione verso l'altro e un programma chiaro. Se la politica è trasparente, la gente partecipa e ci crede; se invece si disperde, automaticamente le persone si stancano».
L’intervento di Francesca Pascale traccia così il profilo di una figura poliedrica, capace di oscillare tra posizioni progressiste sui diritti individuali e un fermo conservatorismo identitario e culturale. Nel suo discorso, la condanna delle guerre e la paura per una deriva radicale si fondono con il pragmatismo del "modello Calabria", offrendo la visione di un centrodestra che, per essere vincente, deve saper coniugare il valore cristiano della seconda opportunità alla fermezza della legalità. Una sfida che la classe dirigente, secondo l'attivista, non può più permettersi di ignorare se vuole colmare lo storico distacco tra i palazzi del potere e le reali esigenze dei cittadini.


