Giuseppe Conte può vincere la battaglia della popolarità senza conquistare le primarie, Elly Schlein può imporsi nella consultazione del centrosinistra senza riuscire necessariamente a trascinare l'intera coalizione verso Palazzo Chigi. Le due prospettive, apparentemente paradossali, raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale la complessità della competizione che si è aperta nel campo progressista, dove la scelta del candidato premier rischia di trasformarsi in una prova di resistenza per un'alleanza ancora impegnata a trovare una propria identità politica.

Le rilevazioni delle ultime settimane restituiscono un quadro tutt'altro che uniforme. Lab21, nell'indagine diffusa il 17 ottobre da Affaritaliani, attribuisce all'ex presidente del Consiglio il 41,8% delle preferenze per la leadership, contro il 27,2% della segretaria democratica. Quattordici punti e sei decimi di vantaggio che, considerati isolatamente, sembrerebbero assegnare a Conte una posizione di netta superiorità. Il sondaggio Noto per Porta a Porta del 20 ottobre, tuttavia, disegna uno scenario differente: nella simulazione delle primarie Schlein raggiunge il 49%, Conte il 46%, Alessandro Onorato il 5%.

La distanza tra le due fotografie non autorizza a considerare inattendibile l'una o l'altra, perché le domande, i campioni e le platee di riferimento non coincidono necessariamente. Esprimere un giudizio favorevole su un leader, indicarlo come figura preferita per guidare un'alleanza e decidere di partecipare personalmente a una consultazione politica sono comportamenti profondamente diversi, soprattutto in un Paese nel quale la distanza tra cittadini e partiti continua a rappresentare uno dei problemi irrisolti della democrazia rappresentativa.

Ma un'altra rilevazione, pubblicata il 2 novembre e commentata da Alessandra Ghisleri sulla Stampa, introduce una variabile che potrebbe rivelarsi persino più importante della competizione tra i due protagonisti. Secondo Only Numbers, il 44,7% degli elettori del campo largo non considera la coalizione unita e coesa, mentre il 41,7% esprime una valutazione positiva. Una frattura nella percezione dell'alleanza che precede la scelta del candidato e ne condiziona inevitabilmente le prospettive.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto chi riuscirà a prevalere sull'altro. Riguarda la capacità del vincitore di ottenere, dopo le primarie, la fiducia di quanti avranno sostenuto lo sconfitto.

Il vantaggio organizzativo di Schlein e il consenso personale di Conte

L'accordo del 30 ottobre tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra ha finalmente assegnato una successione temporale alla costruzione dell'alternativa: definizione del programma entro novembre, mobilitazione nazionale a dicembre e primaria entro febbraio 2027. Un'intesa politicamente significativa, maturata dopo settimane di discussioni e diffidenze reciproche, che tuttavia lascia ancora da risolvere alcune questioni decisive, dalle regole di partecipazione alla composizione definitiva della coalizione.

La scelta delle procedure non rappresenterà un dettaglio organizzativo. Una consultazione fondata prevalentemente sui gazebo, sulla presenza fisica e sulla mobilitazione delle strutture territoriali potrebbe valorizzare la tradizione organizzativa del Partito democratico, che dispone di circoli, amministratori, militanti e di una lunga esperienza nella gestione delle primarie.

Schlein partirebbe dunque da una condizione potenzialmente favorevole, rafforzata dalla vicinanza politica di una parte dell'elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra. Nella rilevazione Noto del 20 ottobre, la segretaria raccoglie il 79% delle preferenze tra gli elettori democratici e il 75% tra quelli di Avs, mentre Conte raggiunge il 97% nel Movimento 5 Stelle.

Percentuali che descrivono appartenenze politiche ancora robuste, ma che non possono essere trasformate automaticamente in previsioni sul risultato. La partecipazione effettiva, la distribuzione territoriale degli elettori e le modalità della consultazione potrebbero modificare sensibilmente gli equilibri.

Conte possiede una risorsa differente, meno legata alla struttura di partito e maggiormente riconducibile alla riconoscibilità personale. Ha guidato due governi sostenuti da maggioranze profondamente diverse, ha attraversato la pandemia da presidente del Consiglio e conserva un profilo istituzionale che lo rende riconoscibile anche presso cittadini estranei al Movimento 5 Stelle.

È un patrimonio politico considerevole, ma non privo di contraddizioni. L'esperienza di governo costituisce contemporaneamente un elemento di credibilità e un terreno sul quale gli avversari possono contestare scelte, compromessi e risultati. Inoltre, l'apprezzamento personale raccolto al di fuori del centrosinistra non coincide necessariamente con una disponibilità a votare per lui, né tantomeno a partecipare alle primarie.

Per l'ex premier la sfida consisterà nel trasformare una popolarità relativamente trasversale in una mobilitazione politica concreta, convincendo anche elettori democratici, progressisti e civici a riconoscersi nella sua candidatura.

Per Schlein, invece, la questione sarà dimostrare che la forza organizzativa del Pd può diventare qualcosa di più di un vantaggio nella competizione interna, traducendosi in una capacità di attrazione nazionale.

Le piazze, il disagio sociale e la ricerca di un'identità comune

Entrambi hanno compreso che la partita non può essere affidata esclusivamente ai sondaggi o alle trattative tra gruppi dirigenti. Conte continua a privilegiare un rapporto diretto con i luoghi del disagio economico, dalle vertenze del lavoro alle difficoltà degli agricoltori e degli autotrasportatori, cercando di interpretare le conseguenze del carovita e della progressiva erosione del potere d'acquisto.

La sua comunicazione conserva una caratteristica precisa: parte frequentemente da problemi riconoscibili nella vita quotidiana e cerca di ricondurli alla responsabilità delle scelte politiche. Una modalità che gli consente di parlare anche a settori sociali non stabilmente collocati nell'elettorato tradizionale del Movimento.

Schlein insiste invece sulla necessità di intervenire sulle disuguaglianze strutturali, sulle condizioni del lavoro, sul diritto alla casa e sulle difficoltà delle nuove generazioni, in particolare di quanti incontrano ostacoli crescenti nell'accesso all'università e nell'acquisizione di un'autonomia economica.

La condizione degli studenti costretti a destinare gran parte delle proprie disponibilità agli affitti universitari rappresenta uno degli esempi più evidenti di un sistema nel quale le opportunità individuali continuano a dipendere in misura considerevole dalle condizioni economiche delle famiglie.

Sarebbe però semplicistico attribuire a Conte il monopolio del pragmatismo sociale e a Schlein quello delle aspirazioni generazionali. Entrambi cercano di intercettare un malessere che attraversa categorie differenti, spesso accomunate dalla sensazione di vivere in un Paese incapace di garantire prospettive proporzionate ai sacrifici richiesti.

La manifestazione nazionale annunciata per dicembre rappresenterà un primo banco di prova della capacità di trasformare queste sensibilità in una proposta politica condivisa. Ma la presenza nelle piazze, per quanto importante, non potrà sostituire la definizione di un programma di governo.

Le distanze sulla politica estera, a cominciare dalla guerra in Ucraina, restano un terreno particolarmente delicato. E una coalizione che aspira a governare deve poter indicare agli elettori non soltanto ciò che contesta dell'attuale maggioranza, ma anche le decisioni che intende assumere una volta ottenuta la responsabilità dell'esecutivo.

Il rischio che la vittoria di uno diventi la sconfitta di tutti

Le simulazioni elettorali aiutano a comprendere perché la leadership non possa essere considerata una questione esclusivamente interna. Nell'indagine Noto del 20 ottobre, con Schlein candidata premier il Pd raggiungerebbe il 21% e il Movimento 5 Stelle il 10,5%; con Conte alla guida, i democratici scenderebbero al 19,3% e i pentastellati salirebbero al 13,5%.

Il campo largo si attesterebbe complessivamente al 43,4% nella prima ipotesi e al 43,9% nella seconda, contro un centrodestra stimato al 44,1%. Differenze contenute, da leggere entro i limiti propri delle simulazioni demoscopiche, che non consentono di assegnare a nessuno dei due candidati una maggiore probabilità certa di vittoria.

La successiva rilevazione Only Numbers aggiunge un ulteriore motivo di riflessione: nelle simulazioni riportate, la scelta di Schlein potrebbe comportare una perdita di circa due punti per il Movimento 5 Stelle, mentre una candidatura di Conte produrrebbe un effetto analogo sul Partito democratico.

Non si tratta di risultati elettorali già acquisiti, ma di segnali politicamente rilevanti. Se una parte dell'elettorato reagisse alla scelta del candidato ridimensionando il proprio sostegno al partito di riferimento, le primarie rischierebbero di produrre un vincitore formalmente legittimato ma alla guida di una coalizione elettoralmente indebolita.

Il confronto tra Conte e Schlein si intreccia così con una questione che il centrosinistra conosce da tempo: la difficoltà di conciliare identità politiche differenti senza chiedere a ciascuna forza di rinunciare alle proprie caratteristiche fondamentali.

Il Pd non può trasformarsi nel Movimento 5 Stelle, così come Conte non può limitarsi a riprodurre le posizioni democratiche per ottenere una candidatura unitaria. La costruzione di un'alternativa richiede un equilibrio più complesso, nel quale le differenze possano convivere dentro un indirizzo di governo riconoscibile e credibile.

A complicare il quadro contribuisce anche il rapporto con le componenti centriste e civiche, la cui presenza potrebbe ampliare il perimetro elettorale dell'alleanza ma rendere più impegnativa la definizione di una sintesi programmatica, soprattutto sulle politiche economiche e sulle scelte internazionali.

La capacità di vincere le primarie e quella di guidare una coalizione competitiva alle elezioni politiche rimangono dunque due qualità distinte, che nessuno dei protagonisti può permettersi di confondere.

Conte dovrà dimostrare che la propria popolarità può trasformarsi in una leadership capace di ottenere il sostegno convinto di un elettorato più ampio di quello pentastellato. Schlein dovrà provare che la legittimazione derivante dal principale partito del centrosinistra e dalla partecipazione progressista può tradursi in una proposta capace di conquistare anche gli elettori meno vicini alla sua formazione politica.

Entrambi, soprattutto, dovranno convincere i rispettivi sostenitori che la competizione interna non può diventare una resa dei conti destinata a proseguire dopo il voto.

Il centrosinistra ha finalmente stabilito quando scegliere il proprio candidato premier. Deve ancora dimostrare di sapere che cosa intende fare del Paese e come tenere insieme le forze chiamate a realizzare quel progetto.

A febbraio, se il calendario sarà rispettato, uno tra Conte e Schlein potrebbe uscire vincitore dalle primarie. Ma il giudizio politicamente decisivo arriverà dopo, quando si comprenderà se la consultazione avrà prodotto una leadership condivisa oppure soltanto una nuova gerarchia tra partiti diffidenti.

Perché il vero rischio del campo largo non è scegliere il candidato sbagliato. È scegliere un vincitore e scoprire, troppo tardi, che una parte dei propri elettori non è disposta a seguirlo.