Il calo di Vannacci nei sondaggi si inserisce in una lunga serie: da Renzi a Salvini, da Veltroni a Fini, i consensi crescono in fretta e calano altrettanto in fretta
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Il generale aveva promesso una destra «non moderata». Per qualche mese gli elettori gli hanno creduto. Il 3 febbraio 2026 Roberto Vannacci ha lasciato la Lega dopo mesi di tensioni e ha presentato il manifesto di Futuro Nazionale. I primi sondaggi lo stimavano in media al 2,5%, con valori che andavano dall'1,6 al 4,2%. In estate è arrivata la crescita: a luglio ha superato la Lega, il partito di cui era stato vicesegretario fino a pochi mesi prima. A settembre ha superato anche Forza Italia: Youtrend lo dava al 7,9%, Ipsos all'8,8%.
Poi è arrivato il primo voto vero. Alle suppletive di Reggio Calabria il centrodestra ha vinto con il 51,02%, Futuro Nazionale al 10,94%, con un'affluenza del 22,34%. Vannacci ha festeggiato la doppia cifra. Forza Italia ha festeggiato di più, perché aveva vinto senza di lui. Da lì è cominciata la discesa.
Per EMG, Futuro Nazionale perde lo 0,9% e scende al 5,6%. SWG registra lo stesso valore, dopo settimane in cui il partito stava tra il 7 e l'8%. Due settimane prima, sempre EMG aveva rilevato il nuovo sorpasso della Lega, al 7,5% contro il 6,5%.
Bisogna però essere precisi. Un partito nato otto mesi fa e oggi al 5-6% non è finito. Per ora è un ridimensionamento, non un crollo. Ma l'andamento ricorda altri casi.
Renzi. Alle europee del 2014 porta il Pd al 40,8%. Alle politiche dell'anno prima il partito aveva preso il 25,4%: quindi non raddoppia, ma cresce di oltre quindici punti. Nel dicembre 2016 perde il referendum costituzionale, e nel 2018 il Pd scende al 18,7%. Oggi Italia Viva è al 2,6%.
Salvini. Nel 2013 la Lega era al 4,1%. Alle europee del 2019 arriva al 34,3%: in sei anni il partito si moltiplica per otto. Dopo la crisi del Papeete, nel 2022 scende all'8,8%. Oggi le stime vanno dal 7,3% di EMG fino al 4,4% di Youtrend. L'idea che la Lega sia «tornata al 4%» vale quindi solo per alcuni istituti.
Prodi. Batte Berlusconi due volte, nel 1996 e nel 2006, e due volte cade per colpa dei suoi alleati: Bertinotti nel 1998, Mastella nel 2008. Nel 2013 i 101 franchi tiratori del suo stesso campo gli negano il Quirinale. Il suo è più un esilio che un'uscita di scena: resta una figura di riferimento senza un partito.
Veltroni. Nel 2008 porta il neonato Pd al 33,2%, ma perde le elezioni. Si dimette meno di un anno dopo, nel febbraio 2009, dopo la sconfitta alle regionali in Sardegna. Ma a farlo fuori è stato il forte dissenso dalemiano nel PD.
Fini. Nel 1996 Alleanza Nazionale prende il 15,7%. Nel 2010 rompe con Berlusconi. Nel 2013 Futuro e Libertà si ferma allo 0,5% e lui resta fuori dal Parlamento. Silvio non perdona. Ma la destra italiana ha perso una grande occasione.
Con il passaggio alla cosiddetta Terza Repubblica, i cicli si sono accorciati ancora. Nel 2013 Monti fonda Scelta Civica e prende l'8,3%, ma il partito si dissolve entro la fine della legislatura. Il M5S passa dal 32,7% del 2018 al 15,4% del 2022. Grillo scompare, Conte al timone, ma M5S scivola verso il 12%
Fa eccezione Meloni, salita dal 4,3% al 26% in quattro anni e da allora stabile come primo partito. La differenza sta nella struttura. Fratelli d'Italia era costruito su un partito organizzato. Gli altri si reggevano sulla popolarità personale del leader.
È questo il punto per Vannacci. La sua crescita è venuta dalla visibilità mediatica e dal voto di protesta, non da un partito radicato sul territorio. A Reggio Calabria, un analista ha osservato che Futuro Nazionale esiste, ma rende meno dove contano le reti locali. Nella Seconda Repubblica i leader duravano un decennio, nella Terza durano qualche stagione. Il generale ha avuto la sua estate. La verifica vera saranno le politiche del 2027.

