Potere, verità ed economia. Chi decide il futuro del Sud nell’Europa di oggi? È il tema dell’incontro pubblico in programma sabato 18 luglio, alle ore 19.00, in Piazza Marinai d’Italia a Crotone. A confrontarsi saranno Michele Santoro, Federico Cafiero De Raho e Antonella Grippo, protagonisti di un dibattito dedicato ai rapporti tra politica, economia, informazione e alle sfide che attendono il Mezzogiorno nel contesto europeo.

Abbiamo intervistato l’europarlamentare Pasquale Tridico.

Professore Tridico, il titolo del convegno pone una domanda molto forte: “Chi decide il futuro dell’Europa di oggi?”. Chi detiene realmente il potere decisionale nell’Unione europea e quali cambiamenti ritiene necessari per renderla più democratica e vicina ai cittadini?

«Partirei da una precisazione, perché non è una sfumatura: il titolo dice "chi decide il futuro del Sud nell'Europa di oggi". E la risposta onesta è che oggi il Sud non decide. Il potere reale non sta a Bruxelles: sta nel Consiglio, cioè nelle capitali. Il Parlamento europeo è l'unica istituzione eletta dai cittadini, e sul bilancio pluriennale non può nemmeno emendare: può solo dire sì o no. Il resto si tratta dentro il negotiation box, un documento che quasi nessuno legge e che decide dove vanno duemila miliardi. Merz chiede altri 400 miliardi di tagli e sa già dove prenderli: coesione e agricoltura. Cioè da noi.

Per renderla democratica servono tre cose: superare l'unanimità, dare al Parlamento un vero potere di bilancio, e finanziare l'Unione con risorse proprie, digital tax, extraprofitti, tassazione dei grandi patrimoni, invece che con i contributi nazionali. Finché l'Europa dipende dal portafoglio dei governi, a decidere saranno sempre i governi».

L’Europa è chiamata ad affrontare sfide senza precedenti: guerre, instabilità internazionale, competitività economica, transizione digitale ed energetica. Quali dovrebbero essere, a suo giudizio, le priorità dell’Unione nei prossimi anni?

«La prima è la pace, e non è un'affermazione retorica ma una voce di bilancio. L'Europa ha scelto 800 miliardi per il riarmo, 650 a debito degli Stati, 150 di prestiti SAFE, di cui 15 all'Italia, mentre la spesa sanitaria italiana è scesa al 6,4% del Pil. Oggi la regola è: se compri un carro armato puoi sforare, se costruisci un ospedale no. È una scelta politica, non una legge di natura.

Le altre priorità: l'energia, perché le nostre imprese chiudono per il costo dell'energia prima ancora che per la concorrenza cinese; la sovranità tecnologica, e l'euro digitale, di cui sono unico relatore italiano, serve esattamente a smettere di regalare ogni giorno commissioni e dati a Visa e Mastercard. E la revisione del Patto di stabilità, che è una camicia di forza da 13 miliardi di austerità l'anno, firmata nel 2023 da chi oggi si lamenta di Bruxelles».

Lei ha spesso sostenuto la necessità di un’Europa più attenta alla coesione sociale. Come si possono conciliare crescita economica, competitività e tutela del lavoro senza aumentare le disuguaglianze?

«È un falso dilemma, e da economista mi permetta di dirlo senza giri di parole: i grandi Paesi, i Paesi più ricchi, sono quelli che vantano alti salari e fanno competizione sull’innovazione e non sul costo del lavoro. L’Italia è l'unico grande Paese europeo in cui i salari reali sono più bassi di trent'anni fa. Ed è anche il Paese in cui la produttività non cresce. È la stessa storia raccontata due volte.

Quindi, salario minimo, che in Italia ancora non esiste; piena attuazione della direttiva europea sui salari adeguati e sulla contrattazione collettiva; un reddito minimo europeo contro la povertà; e una fiscalità che smetta di chiedere più tasse a un operaio che a una multinazionale digitale, sono le battaglie che porto avanti come presidente della sottocommissione Fisc del Parlamento europeo. La disuguaglianza non è il prezzo della crescita. È il motivo per cui non cresciamo».

La Calabria continua a essere una delle regioni con i maggiori ritardi di sviluppo, ma dispone anche di importanti risorse umane, ambientali e strategiche. Quale ruolo può giocare nella nuova Europa e quali opportunità dovrebbe cogliere attraverso le politiche europee?

«La Calabria ha sole, vento, acqua, un agroalimentare di qualità, Gioia Tauro, il primo porto di transhipment del Mediterraneo, e tre università che formano bene. Sulla carta è una regione strategica per la transizione energetica e per i corridoi mediterranei.

Il rischio però è duplice. Il primo viene da Bruxelles, ma guai a fermarsi lì: quella maggioranza è anche la maggioranza che governa l'Italia. Forza Italia sostiene la Commissione von der Leyen, e Fratelli d'Italia ne esprime il vicepresidente esecutivo, Raffaele Fitto, con delega proprio alla Coesione. È questa Commissione ad aver varato una proposta di bilancio 2028-2034 che penalizza la coesione e la Pac: dissolve la coesione come politica territoriale sciogliendola dentro piani nazionali, e per le regioni italiane meno sviluppate si passerebbe da 30 a 27 miliardi, con le Regioni ridotte a spettatrici. Se il futuro del Sud diventa un capitolo di un piano scritto a Roma, il Sud perde. E chi in Calabria protesta contro i tagli, a Bruxelles li ha firmati.

Il secondo rischio è in casa nostra. Nei programmi FESR di Calabria, Sicilia e Sardegna ci sono 352 milioni per la prevenzione del rischio idrogeologico: 156 non sono ancora stati assegnati. Poi arriva l'alluvione e si chiede lo stato di emergenza. La Bei nel 2025 ha investito quasi 5 miliardi nel Mezzogiorno. Le risorse ci sono: il problema è che non sappiamo prenderle. Servono progetti, competenza tecnica, Comuni che si aggregano. Il Sud deve imparare a fare squadra».

Molti giovani calabresi continuano a lasciare la regione per studiare o lavorare. Cosa dovrebbe fare concretamente l’Europa per creare occupazione qualificata nel Mezzogiorno e invertire il fenomeno dello spopolamento?

«I numeri prima delle opinioni. Svimez: la Calabria è la regione meridionale che trattiene meno laureati, solo il 59,2% resta al Sud. Un neolaureato calabrese guadagna 1.559 euro netti al mese, cento in meno della media nazionale; all'estero, con lo stesso titolo, ne prende oltre seicento in più. E la fuga dei cervelli costa al Mezzogiorno quasi 8 miliardi l'anno: formiamo capitale umano con denaro pubblico e lo regaliamo a Milano e a Monaco di Baviera. È il più grande trasferimento di ricchezza dal Sud al Nord, ed è anche il meno discusso.

Non lo si inverte con i bonus o con i premi al merito: se dopo la laurea il lavoro non c'è, il bonus lo incassi e parti lo stesso. Nella campagna elettorale per le scorse Regionali abbiamo proposto una cosa molto concreta: quattro poli tecnologici e formativi, uno al Nord, due al Centro (uno a est e uno a ovest), e uno al Sud della nostra regione. Sarebbero serviti a trattenere i giovani e a generare diffusione e assorbimento di tecnologia sul territorio, con un investimento pubblico regionale sostenuto anche dai fondi europei. Non è assistenza ma politica industriale.

Serve poi un fondo europeo per l'occupazione qualificata vincolato alle regioni in ritardo, ricerca e innovazione insediate qui e non solo nei poli del Nord, il salario minimo, e servizi che rendano possibile restare, come sanità e trasporti su tutti. La Svimez l'ha detto meglio di chiunque: libertà di partire, diritto di restare. Oggi in Calabria la partenza non è una libertà. È l'unica opzione».

Guardando ai prossimi dieci anni, quale Europa immagina? E quale messaggio si sente di rivolgere ai cittadini calabresi affinché si sentano protagonisti, e non semplici spettatori, del futuro europeo?

«Immagino un'Europa che tassa i grandi patrimoni e finanzia la sanità, invece di tassare il lavoro e finanziare i carri armati. Con un bilancio proprio, una difesa comune vera al posto di ventisette riarmi nazionali, e una politica di coesione che resti una politica dei territori.

Nella nostra regione lavoro vero, salari veri e servizi veri sono il primo argine alla 'ndrangheta. Dove lo Stato non arriva, arriva qualcun altro, e presenta il conto. La criminalità organizzata prospera sul bisogno: toglierle quel monopolio è una politica economica, prima ancora che giudiziaria.

Ai calabresi dico che l'Europa non è un posto lontano che ogni tanto manda i soldi: è il luogo dove si decide se il vostro ospedale avrà i fondi, se il treno arriverà, se il vostro stipendio sarà dignitoso. Spettatori si diventa nel momento in cui si smette di guardare. È per questo che il 18 luglio a Crotone parliamo di potere, verità ed economia: il potere lo racconta chi lo ha inseguito per una vita come Michele Santoro. La verità la conosce chi l'ha cercata nelle aule di giustizia come Federico Cafiero De Raho; e l'economia è il nome che diamo alle scelte politiche quando vogliamo farle sembrare inevitabili. Non lo sono. Vi aspetto, piazza Marinai d'Italia, ore 19».