Le Aree Interne, con i processi di desertificazione che le caratterizzano, non rappresentano più un esercizio di retorica politica, ma un’emergenza nazionale. Lo scorso dicembre Fratelli d’Italia ha presentato al Senato il DDL 1495 che mira a introdurre un'aliquota IRPEF sostitutiva e forfettaria del 4 per cento per i pensionati che trasferiscono la residenza fiscale da Paesi extra UE ai piccoli comuni sotto i 3.000 abitanti che ricadono nelle Aree SNAI.

Il DDL, incardinato presso la Commissione Finanze del Senato, è giunto quasi all’indomani della Conferenza stampa “Piccoli Comuni la sfida del futuro”. L’evento, organizzato su iniziativa del Senatore Filippo Melchiorre, ha riunito per un dibattito/confronto operativo i sindaci dei piccoli comuni protagonisti delle puntate della trasmissione “Prove d’Inchiesta”, format televisivo dedicato alle criticità che attraversano le piccole comunità italiane

Vice presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, membro della Commissione parlamentare Antimafia e del Comitato infiltrazioni mafiose nelle società sportive, Capogruppo di Fratelli d’Italia nella commissione banche del Senato, Melchiorre, tre decenni al Consiglio Comunale di Bari e una lunga esperienza sulle problematiche legate all’amministrazione locale alle spalle, è relatore del DDL.

Senatore, il DDL 1495 pare incontrare alcune delle proposte emerse dalle conclusioni degli Stati Generali dei Piccoli Comuni 2026 sulla fiscalità di vantaggio. Di cosa si tratta?

«E’ un’iniziativa parlamentare del collega senatore Domenica Matera, di cui sono relatore in commissione Finanze e Tesoro che nasce dalla consapevolezza che il tema dello spopolamento dei piccoli Comuni, in particolare delle Aree SNAI, deve essere affrontato con misure concrete. Abbiamo territori che perdono residenti, servizi e attività economiche. Allo stesso tempo esiste una platea di pensionati italiani residenti all’estero, ma anche stranieri, interessati a trasferirsi nel nostro Paese. L’idea è introdurre una fiscalità di vantaggio stabile per chi sceglie di trasferire la propria residenza in piccoli Comuni delle aree interne, garantendo una permanenza minima e generando ricadute economiche dirette sul territorio. È una misura strutturale, coerente con le riflessioni emerse agli Stati Generali».

Anziché puntare sui giovani, puntiamo sugli anziani?

«Non c’è alcuna contrapposizione tra generazioni. Le politiche per i giovani restano fondamentali, soprattutto sul piano del lavoro e dell’impresa. Tuttavia, ripopolare significa adottare strumenti concreti e immediatamente efficaci. Un pensionato porta un reddito certo, sostiene i consumi locali, contribuisce alla riattivazione del patrimonio immobiliare e rafforza la domanda di servizi. Questo può creare un indotto capace di rendere quei territori più attrattivi anche per famiglie e giovani imprenditori».

Un target che sicuramente avrà maggiore necessità di cure mediche. Come la mettiamo con la carenza di servizi sanitari e la lontananza da presidi ospedalieri?

«Il tema sanitario è centrale. La nostra proposta deve essere accompagnata da un rafforzamento della medicina territoriale: telemedicina, case e ospedali di comunità, trasporto sanitario potenziato e integrazione sociosanitaria. Dobbiamo spezzare il circolo vizioso per cui lo spopolamento porta alla chiusura dei servizi e la chiusura dei servizi accelera lo spopolamento. Più residenti significa anche maggiore sostenibilità dei presidi esistenti».

Lo scorso 5 dicembre alla conferenza stampa “Piccoli Comuni, quale futuro” è stata lanciata l’apertura di un tavolo tecnico operativo per individuare soluzioni urgenti contro lo spopolamento delle Aree Interne. A che punto siamo?

«Il 5 dicembre è stato soprattutto un primo e significativo momento di confronto con i rappresentanti di numerosi piccoli Comuni, in occasione della presentazione di una trasmissione in onda su LA7 dedicata proprio alle loro realtà. È stata un’occasione di ascolto diretto delle istanze dei sindaci e degli amministratori locali. In quella sede abbiamo dato la nostra piena disponibilità a farci promotori delle loro richieste nelle sedi istituzionali competenti. L’obiettivo è trasformare quel confronto in un percorso strutturato che porti a iniziative legislative e amministrative concrete contro la desertificazione demografica».

Tra le proposte per i giovani emerse nei position paper finali degli Stati Generali dei Piccoli Comuni c'è la richiesta di rafforzamento del sistema scolastico. Bene, ma il lavoro? Gli insediamenti produttivi? Di quale futuro stiamo parlando?

«Senza lavoro non c’è futuro. Il rafforzamento della scuola è un tema importante, ma nello stesso tempo dobbiamo sostenere insediamenti produttivi coerenti con le vocazioni territoriali: agroalimentare di qualità, energie rinnovabili, artigianato evoluto, manifattura leggera e nuove forme di lavoro digitale. Le Aree interne possono diventare laboratori di sviluppo sostenibile, ma serve una strategia industriale territoriale chiara».

Oggi le Aree interne non sono più solo le lande semi-isolate dell’entroterra, ma anche intere sezioni di costa che si avviano ormai a diventare ultra-periferie in fase di abbandono. Siamo al punto di non ritorno?

«Non siamo al punto di non ritorno, ma il tempo è decisivo. L’Italia è composta in larga parte da piccoli Comuni e non possiamo permettere una desertificazione territoriale che avrebbe conseguenze economiche e sociali profonde. Serve una strategia nazionale stabile e coordinata».

Manfredi, Sindaco di Napoli, ha rimarcato la necessità di adottare un approccio sistemico per le Aree Interne, parlando di “errore politico e anche concettuale”, se si separa la politica dei Comuni più grandi e delle Metrocity da quella dei più piccoli. Quali strumenti di programmazione e attuazione ordinari e straordinari possono essere messi in campo per combattere la desertificazione anagrafica e produttiva?

«Condivido l’impostazione richiamata dal Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: non esiste una contrapposizione tra grandi città e piccoli Comuni. Occorrono strumenti strutturali come fiscalità di vantaggio, semplificazioni amministrative, incentivi per chi investe, programmazione integrata tra livelli istituzionali e fondi legati a obiettivi concreti di ripopolamento. La chiave è il coordinamento di ogni livello istituzionale».

Nel suo intervento agli Stati Generali dei Piccoli Comuni, Manfredi ha anche parlato di opportunità per i piccoli Comuni che hanno aderito alla Carta di Amalfi. Ma un modello economico basato su un solo pilastro, come in questo caso il turismo, non può essere risolutivo.

«Il turismo rappresenta un’opportunità importante, ma non può essere l’unico pilastro economico. Un modello fondato su un solo settore rischia di essere fragile. Dobbiamo puntare su diversificazione produttiva: agricoltura innovativa, trasformazione agroalimentare, filiere energetiche locali, manifattura leggera, servizi alla persona. Solo un’economia plurale garantisce stabilità occupazionale».

L'ondata di maltempo che ha colpito molte aree del Sud Italia, Calabria compresa, ha fatto emergere criticità e fragilità di interi pezzi del Paese, spesso aree periferiche o ultra-periferiche. Come i può ripensare il modello di vita e di governance in queste aree?

«Le emergenze climatiche degli ultimi anni hanno evidenziato fragilità infrastrutturali e organizzative. Oltre alla gestione dell’urgenza, dobbiamo rafforzare la pianificazione territoriale, incentivare l’unione dei servizi essenziali tra Comuni e migliorare il coordinamento su tutela idrogeologica e protezione civile che compete alle Regioni. Le Aree interne devono diventare più resilienti».

Per Unioncamere nel quinquennio 2025-2029 servirebbero oltre 600.000 lavoratori immigrati alle imprese dei settori agricolo, edile e dei servizi alla persona. L'agricoltura avanzata e la zootecnia potrebbero rappresentare i settori trainanti per una cosiddetta economia delle aree interne. In quest'ottica è possibile coniugare il tema dei flussi regolari di immigrazione con quello di ripopolamento delle Aree interne?

«I dati di Unioncamere evidenziano un fabbisogno significativo di manodopera, soprattutto in agricoltura, edilizia e servizi alla persona. Se programmati e legati a reali opportunità occupazionali, i flussi regolari possono contribuire anche al ripopolamento delle Aree interne. L’agricoltura avanzata e la zootecnia possono rappresentare settori trainanti soprattutto nelle zone con queste vocazioni».

Ritiene praticabile un modello di integrazione focalizzato sull’accoglienza e l’avviamento al lavoro nelle piccole comunità dove il controllo sociale e le dinamiche d’integrazione possono essere facilitate?

«È praticabile se fondato su lavoro reale, formazione e coinvolgimento delle amministrazioni locali. Le piccole comunità possono favorire integrazione e coesione sociale, ma occorre equilibrio rispetto alla popolazione residente e un modello organizzato. L’obiettivo non è solo rispondere a esigenze produttive, ma rafforzare comunità vive, stabili e orientate al futuro».