Il nascente organismo: «Non si tratta di uno spazio qualsiasi, né una superficie disponibile a interventi slegati dalla sua stratificazione storica, ma un luogo che avrebbe richiesto una continuità con il progetto urbano originario che negli anni Trenta fu impostato da Marcello Piacentini, secondo una visione della piazza come spazio ordinato, monumentale e profondamente connesso alla rappresentazione della città»
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«Quello che è accaduto con l’inaugurazione della cosiddetta Fontana Ferma in Piazza De Nava non può essere liquidato come una semplice scelta estetica discutibile, perché in realtà – sottolinea il comitato Costituente 594 Reggio Calabria - Futuro Nazionale – si inserisce in un processo più ampio e ormai riconoscibile, che tende a sostituire le identità storiche dei luoghi con un’idea sempre più astratta e globalizzata di cultura, la quale, proprio perché pretende di essere neutra e universale, finisce spesso per non appartenere più a nessuno.
Piazza De Nava, che non a caso porta il nome dell’onorevole Giuseppe De Nava, figura legata alla storia politica e civile della città, e che si colloca nel rapporto diretto con il Museo Archeologico Nazionale, quindi con la Magna Grecia e con uno dei patrimoni più identitari del Mediterraneo, non è uno spazio qualsiasi, né una superficie disponibile a interventi slegati dalla sua stratificazione storica, ma un luogo che avrebbe richiesto, anche solo per rispetto minimo della sua funzione simbolica, una continuità con il progetto urbano originario che negli anni Trenta fu impostato da Marcello Piacentini, secondo una visione della piazza come spazio ordinato, monumentale e profondamente connesso alla rappresentazione della città.
E invece, in una dinamica che ormai si interpella con una certa frequenza, si interviene non rafforzando questa identità ma, al contrario, svuotandola, attraverso installazioni che, pur richiamando elementi del Mediterraneo come le anfore e i vasi bronzei, (ma anche “bumbuli”) finiscono per perdere proprio ciò che quei simboli dovrebbero rappresentare, cioè il legame vivo con l’acqua, con il movimento, con la funzione originaria del luogo.
Una fontana senza acqua, infatti, non è soltanto una scelta formale ma diventa quasi una dichiarazione culturale implicita, che racconta un tempo nel quale si conserva la forma dei simboli ma se ne elimina la sostanza, in cui si evoca il passato senza però viverlo, e in cui si tende a privilegiare una lettura sempre più concettuale dell’arte pubblica, spesso distante dalla sensibilità comune.
In questo quadro, e senza voler ridurre la questione a una polemica di schieramento, colpisce, comunque, una contraddizione politica evidente, perché l’attuale governo di centrodestra, che nei suoi programmi e nelle sue dichiarazioni richiama con forza la difesa dell’identità nazionale, delle tradizioni e della cultura italiana, si trova poi, nei fatti, a dover gestire o comunque a non riuscire a invertire processi culturali che vanno spesso in una direzione diversa, cioè quella dell’omologazione simbolica e della progressiva neutralizzazione dei riferimenti identitari nei luoghi pubblici.
Dispiace, in questo contesto, vedere il nostro neo sindaco costretto a “scoprire il lenzuolo” su un’opera che, verosimilmente, da amministratore radicato sul territorio e consapevole della sensibilità della propria comunità, difficilmente avrebbe impostato in questi termini, ma che evidentemente rientra in dinamiche decisionali più ampie, nelle quali il livello locale si trova spesso a gestire ciò che viene elaborato altrove.
Noi non accettiamo questa deriva, non accettiamo che la modernità venga usata come alibi per cancellare ciò che siamo, né che le piazze storiche delle nostre città diventino spazi neutri, intercambiabili, privi di radici, perché una cultura che perde il legame con i propri luoghi finisce inevitabilmente per perdere anche il legame con il proprio popolo.
Difendere Piazza De Nava significa allora, oggi più che mai, tracciare una linea di confine tra chi considera la cultura come un processo di radicamento e continuità storica e chi invece la riduce a esercizio astratto, teorico, spesso autoreferenziale, scollegato dalla vita reale delle comunità.
Il Comitato 594 Reggio Calabria si colloca senza ambiguità dalla prima parte, perché riteniamo che un popolo che rinuncia ai propri simboli non diventi più moderno, ma semplicemente più sostituibile, e una comunità sostituibile, alla lunga, è una comunità che rischia di non riconoscersi più nemmeno nei propri luoghi», conclude il comitato Costituente 594 Reggio Calabria - Futuro Nazionale.

