Conta gli interlocutori, rivendica di essere solo contro tutti e trasforma il confronto televisivo in una prova di forza. Un racconto che alimenta nei sostenitori la sensazione di essere sotto attacco
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Due contro uno. Quattro contro uno. Cinque contro zero. Vannacci lo dice con la voce piatta di chi conta i morti dopo un’imboscata. Nel video sui social guarda dritto nella telecamera e trasforma tre talk-show in rapporti di forza. Gruber e Palmerini diventano due nemici. Telese e Aprile quattro.
Da Del Debbio il record, cinque contro nessuno. Lui solo. Sempre lui solo. È propaganda grezza. Funziona perché non chiede di capire. Chiede solo di schierarsi. Il generale non spiega perché certe trasmissioni lo invitino con più interlocutori. Non discute il merito delle domande. Conta le teste e dichiara l’assedio. Il linguaggio militare non è un vezzo. È il metodo. Riduce la politica a un problema di superiorità numerica. Chi sta dall’altra parte del tavolo non è un giornalista o un avversario politico. È una forza ostile da contenere. I suoi seguaci assorbono tutto senza filtrarlo.
Commentano “due mignotte rosse”, “galline”, “zecche”. Non chiedono se due contro uno sia davvero una trappola o semplicemente il formato di un programma che mette l’ospite di fronte a chi lo contesta. Non notano che lo stesso Vannacci cerca quelle trasmissioni. Ci va. Ci torna. Poi torna sui social e racconta la sopravvivenza. Il meccanismo è chiuso. Lui fornisce la cornice. Loro riempiono di rabbia. La critica non entra. Chi prova a far notare che i talk-show non sono campi di battaglia viene liquidato come parte del sistema. Oppure peggio. Il generale porta in politica quarant’anni di caserma. Ha comandato reparti. Ha fatto missioni. Sa cosa significa essere in inferiorità. Quella esperienza diventa adesso lo schema unico. Ogni dibattito è un’operazione. Ogni critica un fuoco di copertura. Ogni media un territorio nemico. I sostenitori non vedono il limite. Non si chiedono se governare un paese richieda qualcosa di diverso dal resistere all’assalto. Preferiscono il racconto del soldato isolato. È più semplice. Dà identità. Trasforma la frustrazione in missione. La propaganda non nasconde. Espone. Dice apertamente che siamo pochi, siamo sporchi, siamo i figli di nessuno. E funziona proprio perché è così scoperta.
Non serve raffinatezza. Serve la ripetizione del rapporto di forza. Due. Quattro. Cinque. Zero. I numeri diventano prova. La prova diventa verità. La verità diventa scudo. Chi lo segue non ha bisogno di verificare quanti fossero davvero in studio. Conta solo il sentimento di essere assediati insieme a lui. C’è un punto in cui questo modo di parlare smette di essere stile e diventa incapacità. Incapacità di chi ascolta. Di chi non riesce più a distinguere tra un confronto televisivo e un’azione di guerriglia. Di chi applaude il generale che conta i nemici invece di rispondere alle domande. La politica resta fuori. Dentro resta solo il rumore di chi si sente sempre sotto attacco e non vuole altro. Il video finisce. I commenti continuano. Qualcuno scrive ancora “due contro uno”. Come se bastasse.
*Documentarista


