Nell’ultimo video social sui rimborsi sospetti per l’auto blu il governatore trasforma i giornali in bersagli mobili da abbattere davanti alla platea di follower: ha capito che nel tribunale dell’algoritmo non conta avere ragione, conta avere l’ultima parola e dirla con più foga degli altri
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Il presidente Occhiuto fissa lo sguardo dritto in camera. Non c’è il velluto delle conferenze stampa. Manca l’odore stantio delle aule consiliari. C’è solo la nuda vicinanza del sensore ottico del dispositivo smartphone che annulla le distanze, quel grandangolo che deforma leggermente i lineamenti e rende tutto, paradossalmente, più vero. O almeno, più verosimile. In questo frammento di bit, ultimo in ordine di tempo caricato sui social, il presidente della Calabria non sta solo parlando ma sta mettendo in scena un’esecuzione, quella della mediazione giornalistica.
Il punto di rottura non è l’indagine per quei tremila e ottocento euro di rimborsi, una cifra che nel mercato nero della politica suona quasi come un’offesa al rango, una macchia di sugo su un abito di sartoria. Il vero fatto è il corpo del governatore che si fa scudo e clava. Occhiuto brandisce i fogli di giornale, fotocopiati appositamente per essere oggetti di scena, come nei grandi set cinematografici. Li sventola. Li usa come feticci di una realtà che intende smontare con la forza bruta di un’ironia che taglia la carne. Non c’è spazio per il dubbio. La tattica è quella della disintermediazione radicale, un corpo a corpo dove il leader scende nel fango digitale per gridare che quel fango, in realtà, è profumo. È il trionfo del "Direct-to-Consumer" applicato al consenso politico, dove la testata giornalistica non è più l’interlocutore, ma il bersaglio mobile da abbattere davanti a una platea di follower pronti all'applauso.
C’è un momento preciso, nel video, in cui la tecnica massmediologica si fa chirurgia. È esattamente quando Occhiuto mescola il sacro del bilancio regionale col profano della sua salute. «Tiè, sto benissimo», esclama, e in quel gesto scaramantico, quasi atavico, c’è tutto il rifiuto del protocollo istituzionale. È un debunking emotivo. Se riesco a convincerti che la notizia sulla mia aritmia cardiaca è una balla, allora, per proprietà transitiva, anche il sospetto sui rimborsi dell'auto blu deve essere fango. È un cortocircuito logico che funziona a meraviglia nel flusso caotico dei social. Geniale. Si chiama associazione d’errore e consiste nello screditare la fonte su un dettaglio triviale per invalidare l’intera impalcatura accusatoria. Se hanno mentito sul mio cuore, mentono anche sui miei conti. Il ragionamento fila dritto come un fuso, anche se le due cose abitano pianeti distanti.
Il ritmo del montaggio, seppur invisibile, segue le pulsazioni della rabbia controllata. Frasi brevi. Secche. Colpi di tosse retorici. Voce leggermente gracchiante. Il governatore gioca la carta del gigante buono assediato dai nani. Tredici, quattordici miliardi di euro amministrati con la mano ferma di chi governa una terra difficile, contrapposti alla miseria di uno scontrino contestato. È l’argomento della sproporzione, una leva psicologica che trasforma l’indagato in un martire della logica. Chi mai, si chiede lo spettatore medio mentre scorre il feed col pollice, rischierebbe la carriera per il prezzo di un vecchio scooter? È qui che la comunicazione di Occhiuto si fa muscolare, potente, esibendo la propria onestà come un trofeo troppo grande per essere intaccato da minuzie burocratiche.
Ma il vero capolavoro di manipolazione del frame arriva con la costruzione del nemico. Da una parte l’inchiesta romana, dall’altra i “leoni da tastiera”. Mettere nello stesso sacco una testata nazionale e un anonimo commentatore livoroso è una mossa d’alta scuola. Serve a livellare tutto verso il basso. Se tutto è “gogna”, allora nulla è critica legittima. Le quattrocento querele annunciate non sono solo un atto legale, sono un segnale di fumo. È il linguaggio della deterrenza. Occhiuto alza un muro di carte bollate per proteggere il perimetro del suo racconto, trasformando la difesa in un’offensiva preventiva. Non è più un uomo che risponde ai magistrati, è un padre che difende la sua prole e la sua salute dall’assalto di un’orda invisibile e cattiva.
Persino la geografia diventa uno strumento di propaganda. Camigliatello Silano contro Cortina d’Ampezzo. Non è solo una smentita sulle vacanze di gennaio, ma è una dichiarazione d'amore elettorale. È il populismo del territorio che rigetta il vizio della “neve bene” per rifugiarsi nel calore ruvido della propria terra. Schernire l’accusa di essere stato a Cortina serve a ribadire un’identità: io sono qui, tra i pini e i faggi nostrani, non nei salotti dei poteri forti del Nord. È una pennellata di colore locale che serve a distrarre l’occhio dal grigio delle carte giudiziarie, un trucco da prestigiatore che sposta l’attenzione sulla passione mentre la mano sinistra nasconde il trucco.
Questa non è politica vecchio stile. È un assalto frontale alla verità mediata. Occhiuto ha capito che nel tribunale dell’algoritmo non conta avere ragione, conta avere l’ultima parola e dirla con più foga degli altri. La sua è una narrazione carnale, fatta di pelle, di risate nervose e di carta stropicciata davanti all'obiettivo. È l’estetica della verità prodotta in casa, quella che sembra più autentica proprio perché manca di filtri, ma che in realtà è filtrata dal desiderio di sopravvivenza politica. Un'operazione di chirurgia estetica sulla reputazione, eseguita a cuore aperto sotto l'occhio indiscreto di qualche migliaio di follower.
Alla fine del video, quello che resta non è la chiarezza sui rimborsi, ma un’immagine di forza. Il leader è ancora lì, non è caduto, non ha il fiatone. Ha trasformato il sospetto in una medaglia al valore, un attacco subìto che giustifica ogni futura durezza. Resta però un dubbio sottile, come il ronzio di una zanzara in una stanza buia: se bastano un reel e un gesto di scaramanzia per cancellare un’inchiesta, che fine fa la realtà quando lo schermo si spegne? Forse la gogna non è solo quella dei media, ma quella di un dibattito pubblico ridotto a uno scontro tra pixel e querele, dove la verità è solo l'ultima versione dei fatti rimasta online prima del prossimo refresh.
*Documentarista Unical



