Secondo le notizie diffuse ieri, la Giunta regionale ha approvato una delibera che istituisce in Calabria il cosiddetto “reddito di merito”: dal prossimo anno accademico, gli studenti calabresi iscritti agli atenei della regione che manterranno una media alta e saranno in regola con il percorso di studi potranno ricevere 1.000 euro al mese, con un protocollo d’intesa da firmare con i rettori per rendere operativa la misura. Questo è il nucleo della notizia. Ma proprio da qui nasce il problema: al momento, nelle comunicazioni pubbliche, non si vedono ancora con chiarezza i contorni veri del provvedimento.

Non si conoscono in modo puntuale la soglia esatta del merito richiesto, la platea effettiva dei beneficiari, il numero massimo degli ammessi, la durata concreta dell’erogazione e il rapporto con gli strumenti ordinari del diritto allo studio. C’è il nome della misura, c’è la cifra, c’è il messaggio politico. Manca ancora, almeno pubblicamente, l’architettura reale. È per questo che il “reddito di merito” appare prima di tutto come un’operazione di propaganda. È una misura perfetta per i titoli: semplice, immediata, spendibile, emotivamente forte. Mille euro al mese per convincere i giovani a restare. Ma le politiche serie non si giudicano dallo slogan, si giudicano dai criteri, dalle coperture, dalla durata, dalla coerenza con il resto delle politiche pubbliche. E qui la coerenza, per ora, non si vede. Perché in Calabria il diritto allo studio ha già una sua architettura e non è affatto quella del bonus indistinto. Basta leggere gli atti ufficiali della stessa Regione.

Nella deliberazione di Giunta n. 581 del 20 novembre 2025, la voce dedicata alle borse universitarie indica come destinatari gli studenti al primo conseguimento del titolo “in possesso dei requisiti di merito, di reddito e di regolarità didattica/frequenza”, mentre la programmazione assegna 55 milioni di euro a “borse di studio e contributi (voucher) per studenti universitari”. Sul portale ufficiale Calabria Europa, inoltre, l’obiettivo dell’intervento per l’anno accademico 2024-2025 è definito in modo ancora più chiaro: garantire il diritto allo studio a studenti “capaci e meritevoli, privi di mezzi”, idonei ma non beneficiari nelle graduatorie. Questa è la logica del diritto allo studio: tenere insieme merito e bisogno, non sostituire il bisogno con una premialità sganciata dal reddito. Anche il Consiglio regionale, con la deliberazione n. 61 del 30 marzo 2026, va nella direzione opposta a quella evocata dal “reddito di merito”. Il testo parla di borse attribuite a studenti in possesso dei “requisiti di merito e di reddito” e indica come obiettivo prioritario la “copertura totale delle borse di studio” per gli idonei. Tradotto: la priorità dichiarata dalla Regione dovrebbe essere garantire fino in fondo il diritto allo studio di chi ha i requisiti ed è privo di mezzi, non introdurre un assegno che, per come è stato presentato, rischia di allargarsi anche a famiglie che non rientrerebbero mai negli strumenti ordinari.

È qui che la misura mostra la sua natura classista: più che correggere le disuguaglianze, rischia di redistribuire al contrario. Un anti Robin Hood universitario. Ma il punto più debole, e più politico, è un altro. Se davvero si vogliono trattenere i giovani in Calabria, bisogna offrire loro opportunità vere, non un premio temporaneo. Perché il problema non è convincere uno studente a restare altri due o tre anni in un ateneo calabrese; il problema è che cosa trova dopo. E qui la realtà regionale è spietata. Secondo l’Istat, in Calabria il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è fermo al 48,5 per cento, quello giovanile al 18,5 per cento, mentre il tasso di mancata partecipazione al lavoro dei giovani tra 15 e 29 anni arriva al 58,2 per cento.

Le giornate retribuite dei dipendenti assicurati Inps sono pari al 69,9 per cento di quelle teoricamente lavorabili, contro il 78,9 della media italiana. E nel 2023 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti in Calabria è stata di 15.350 euro lordi, oltre 8 mila euro in meno della media nazionale. Questo non è un contesto che trattiene i talenti: è un contesto che li espelle o li dequalifica. Banca d’Italia completa il quadro e lo rende ancora più duro. Nel 2024 il tasso di attività dei giovani calabresi si è fermato al 37,7 per cento, contro il 50,9 nazionale; il tasso di occupazione giovanile al 28,7 per cento; i NEET tra 15 e 34 anni restano al 30,1 per cento, quasi tredici punti sopra la media italiana. E non è solo un problema di quantità del lavoro, ma di qualità: nel 2023 il 37 per cento dei giovani dipendenti del settore privato non agricolo aveva un contratto temporaneo e l’80 per cento dei giovani lavoratori subordinati era concentrato nel terziario, con prevalenza dei comparti “a media e bassa intensità di conoscenza”, cioè quelli con mansioni meno qualificate e minori prospettive di crescita. In una regione dove il lavoro è spesso sottopagato, precario, povero e strutturalmente debole, raccontare che bastino 1.000 euro al mese per “trattenere i migliori” non è solo poco credibile: è poco realistico. E infatti il problema non è il bonus, ma il deserto che c’è intorno al bonus.

I giovani non restano dove c’è un sussidio; restano dove vedono una traiettoria. Restano se c’è lavoro qualificato e regolare, se ci sono dottorati, borse di studio piene e tempestive, programmi di inserimento lavorativo, legami veri tra università e imprese, percorsi di ricerca, concorsi trasparenti, selezioni pulite, meritocrazia reale. E in Calabria tutto questo è fantascienza!

In una regione in cui troppo spesso l’accesso alle occasioni è percepito come intermediato in modo opaco da reti politiche, fedeltà personali, clientele e galoppini, la retorica del “merito” annunciato dall’alto rischia di suonare persino offensiva. Perché il merito non si proclama in conferenza stampa, si costruisce nelle regole, nelle istituzioni, nella credibilità del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione. La cosa paradossale è che gli strumenti giusti la Regione li conosce già. La stessa programmazione approvata nel 2025 prevede risorse per i master post laurea e per i dottorati organizzati in rete tra università, enti di ricerca e imprese. Sono queste le leve con cui si prova davvero a trattenere capitale umano: alta formazione, sbocchi professionali, connessione con il sistema produttivo, costruzione di competenze spendibili. Non le mancette, e tanto meno le mancette per i già forti. Se si separa il merito dal reddito, il rischio è di trasformare una misura pubblica in un regalo anche per chi non è privo di mezzi. E in una Calabria in cui il diritto allo studio dovrebbe ancora servire a rimuovere ostacoli sociali ed economici, questa non è giustizia: è propaganda travestita da premio. C’è poi un’ultima ragione per cui il “reddito di merito” convince poco. In una regione dove l’economia non osservata pesa più che altrove, e dove l’Istat stima in Calabria il valore massimo nazionale dell’economia non osservata sul valore aggiunto, pari al 19,1 per cento, con un’incidenza del lavoro irregolare al 7,9 per cento, il problema non è inventare un nuovo bonus da campagna elettorale permanente. Il problema è fare emergere lavoro regolare, alzare salari, rafforzare le imprese sane, rendere contendibili e trasparenti le opportunità. Senza questo, il “reddito di merito” resta quello che sembra: un titolo efficace, una misura mediaticamente redditizia, ma una politica poco credibile e ancora meno risolutiva. I giovani calabresi non hanno bisogno di una mancetta. Hanno bisogno di una regione in cui il futuro sia meno precario, meno opaco e meno povero.

*Docente Università Mediterranea