Riccardo Magi, leader di +Europa, dopo le tappe di Pisa e Venezia arriva in Calabria con il tour “Eureka”. Lo abbiamo intervistato per capire natura e obiettivi dell’iniziativa.

Che cos’è Eureka?

«Eureka è il laboratorio politico di +Europa, incentrato naturalmente sull’Europa. Per noi parlare di Europa significa parlare del tempo che abbiamo perso nella costruzione e nella realizzazione di un’Europa politica. Emma Bonino – presidente del partito – ci ricorda sempre che l’Europa è “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”, e oggi queste definizioni iniziano a manifestarsi concretamente».

In che modo?

«Oggi ne stiamo pagando le conseguenze in termini di rischi per la sicurezza europea e per la tenuta della nostra economia. È urgente – anzi, siamo già in ritardo – compiere un passo verso una vera integrazione politica europea. Ma sappiamo che non si tratta di un percorso facile né scontato, anche se spesso viene presentato come tale».

Eureka significa “ho trovato”. Che cosa ha trovato in Calabria?

«Ho trovato una terra bellissima, e devo dire che ultimamente ci sto venendo molto spesso. La Calabria è l’esempio di una regione che avrebbe moltissimo da guadagnare da una presenza più incisiva dell’Europa. Vorremmo che le politiche europee aiutassero di più i territori: pensiamo allo sviluppo delle infrastrutture e dei trasporti. O riusciamo ad avere risorse e una governance europea capace di sostenere le aree più fragili, oppure queste opportunità si trasformeranno nuovamente in un gap destinato ad allargare le differenze».

Cosa significa, dunque, parlare di Europa in Calabria?

«Significa parlare alle nuove generazioni e dire loro che “qui c’è futuro”. Perché un giovane calabrese deve trasferirsi per curarsi, o semplicemente per studiare o lavorare? Questa situazione deve finire».

Passiamo alle regionali: Stefani ha vinto in Veneto, mentre Decaro e Fico si sono imposti in Puglia e Campania. Esito scontato?

«Assolutamente sì. Mi ha colpito il margine tra vincitori e vinti, ancora più ampio di quanto indicassero i sondaggi. Questo dimostra che non erano competizioni realmente aperte: si consolidano sistemi di potere e di governo difficili da scalfire».

È molto critico sul regionalismo. Perché?

«Non è un’impressione: lo sono. Sono convinto che il regionalismo italiano avrebbe bisogno di un “tagliando”. Dopo 25 anni possiamo dire che molte competenze regionali – a partire dalla sanità – non vengono esercitate nell’interesse dei cittadini né garantiscono servizi di qualità. Altro che autonomia differenziata: bisognerebbe fermarsi un attimo per capire cosa ha funzionato e cosa no. E questo il governo non lo sta facendo».

Cosa sta facendo il governo Meloni?

«Si stanno buttando tutti a capofitto sull’autonomia differenziata che, se applicata così, significherebbe istituzionalizzare il divario tra regioni. Noi pensiamo invece che si debba procedere in senso opposto: prima colmare i divari, poi riconoscere maggiori responsabilità dove esistono reali capacità amministrative».

Se fosse lei al posto della premier, cosa avrebbe fatto sul piano internazionale?

«La cifra della politica estera di Meloni è l’ambiguità. Ha cercato ruoli di primo piano con gli Stati Uniti di Trump, nonostante Trump – fin dalla campagna elettorale – abbia dimostrato di non avere alcun interesse per l’Europa. Per lui siamo impostori e approfittatori che hanno danneggiato gli Stati Uniti. Io avrei lavorato per rafforzare la compattezza dei Paesi europei, almeno di quelli fondatori, per mostrare unità sulle grandi questioni geopolitiche. Lei invece ha rappresentato una frattura. Sul piano proposto da Stati Uniti e Russia per la cosiddetta “pace in Ucraina”, il governo italiano non ha chiarito la propria posizione, mentre Spagna, Francia e Germania si sono espresse con nettezza. Perché l’Italia no?».

Veniamo alla legge elettorale. Meloni ha criticato la proposta con un reel molto duro. Cosa ne pensa?

«La legge elettorale è fondamentale: trasforma i voti in seggi. Quando si vuole cambiarla bisogna chiedersi perché. In questo caso l’obiettivo è indecente: Donzelli, poche ore dopo le regionali, ha detto che la legge va cambiata perché loro hanno perso. In pratica si propone una riforma per mantenere al potere chi già governa. Con quella attuale non avrebbero garanzie».

Cosa la preoccupa di più?

«Vogliono abolire i collegi uninominali e introdurre un premio di maggioranza molto forte basato su un sistema proporzionale. Ma si può mai assegnare un premio a chi prende il 40%? Neanche la “Legge Truffa” prevedeva questo: chiedeva almeno il 50% più uno».

E lei cosa proporrebbe?

«Proporrei una legge elettorale che restituisca voce ai cittadini, che sono stanchi di sentirsi irrilevanti. È anche per questo che sempre più persone disertano le urne».

Che momento sta vivendo +Europa?

«Un momento difficile, com’è normale per un partito federalista europeo, concentrato sulle libertà individuali, sulla democrazia e sulla partecipazione, in una fase storica in cui questi temi sono messi in discussione. Però continuiamo ad avere una forte risposta dai giovani: è la nostra forza e la nostra energia».

I giovani hanno davvero voglia di partecipare alla vita politica?

«Qualche mese fa abbiamo promosso un referendum per modificare la legge sulla cittadinanza, raccogliendo un consenso sorprendente soprattutto tra i più giovani, e in particolare tra le ragazze. La fascia 18-30 anni è stata la nostra risposta più bella. La stessa fascia che spesso si accusa di disinteresse verso la politica».