Bocciato a scrutinio segreto l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze, sostenuto dal governo: 188 contrari e 187 favorevoli. Le opposizioni chiedono le dimissioni di Giorgia Meloni e il ritorno alle urne. La sconfitta non provoca automaticamente la caduta dell’esecutivo, ma apre uno scontro politico dagli esiti imprevedibili
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Stefano Caofei
C’è chi dice (Dogospia) che Giorgia Meloni abbia architettato tutto a tavolino: scavare una buca profonda sul percorso del Governo affinché “cada” e si vada al voto prima che tutto diventi più difficile e Vannacci incrementi il suo bottino virtuale di voti. E se questo è davvero il piano, forse ha funzionato. Per un solo voto il governo è andato sotto sulla nuova legge elettorale, situazione che può preludere alla sua salita al Colle per rimettere il mandato nelle mani del presidente.
I fatti
Alla Camera dei deputati la maggioranza è stata battuta sull’emendamento alla nuova legge elettorale con cui Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc proponevano di introdurre le preferenze, mantenendo però i capilista bloccati. La modifica è stata respinta a scrutinio segreto con 188 voti contrari e 187 favorevoli, nonostante il parere favorevole espresso dal governo e dalla Commissione e le indicazioni di voto annunciate da Lega e Forza Italia. Un risultato che certifica la presenza di franchi tiratori nel centrodestra e mette Giorgia Meloni davanti al passaggio parlamentare più pericoloso dall’inizio della legislatura.
La proposta prevedeva la possibilità di esprimere fino a tre preferenze per i candidati successivi al capolista, che sarebbe rimasto predeterminato dal partito. Dopo settimane di tensioni, Forza Italia e Lega avevano deciso di sostenere la mediazione avanzata da FdI, Noi Moderati e Udc. Ma nel segreto dell’urna l’intesa politica non ha retto: una parte dei deputati della coalizione ha votato contro oppure non ha garantito il proprio sostegno, facendo saltare per appena un voto uno dei punti sui quali la presidente del Consiglio aveva impegnato direttamente la propria leadership.
L’appello di Meloni e il voto segreto
Poche ore prima dello scrutinio, Meloni aveva lanciato una sfida pubblica alle opposizioni, chiedendo che la votazione avvenisse in modo palese e invitando ogni parlamentare a «metterci la faccia». Il ricorso al voto segreto, richiesto dal Partito democratico e previsto dal regolamento per le norme elettorali, ha invece consentito alle divisioni interne al centrodestra di emergere senza che sia possibile attribuire responsabilità individuali. Quando sul tabellone è apparso il risultato, dai banchi delle opposizioni si sono levati applausi e richieste di dimissioni. Ma forse è una vittoria di Pirro. Difficile decifrare la situazione scremando tra desiderata e realtà.
L’Aula è stata successivamente sospesa. Su richiesta di Fratelli d’Italia era stata votata la prosecuzione dei lavori in seduta notturna, dalle 21 alle 24, mentre per le 20.15 è stata convocata la Conferenza dei capigruppo. La scelta di andare avanti con l’esame della legge appare come il primo tentativo della maggioranza di circoscrivere l’incidente, evitando che la sconfitta sull’emendamento si trasformi immediatamente nella paralisi dell’intera riforma.
Sul piano politico, però, la frattura è profonda. L’emendamento non era una modifica secondaria presentata da un singolo deputato, ma il compromesso costruito per ricomporre le divergenze tra i partiti di governo e sostenuto apertamente dalla presidente del Consiglio. La sua bocciatura mostra che gli ordini impartiti dai vertici di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non sono stati rispettati da tutti i parlamentari. Soprattutto, mette in discussione la capacità di Meloni di controllare la propria maggioranza mentre si avvicina la fase finale della legislatura e si discute delle regole con cui affrontare le prossime elezioni. Ma non è detto che il piano fosse proprio questo: mostrare plasticamente a Mattarella che deve sciogliere le Camere per andare a nuove elezioni.
Le opposizioni chiedono le dimissioni
Dal canto loro, le opposizioni fanno il loro mestiere e chiedono la fine della legislatura. Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, ha invitato Meloni a recarsi al Quirinale e a rassegnare le dimissioni. Duro anche Angelo Bonelli, secondo il quale «il Parlamento ha sfiduciato Giorgia Meloni». Il leader di Europa Verde ha sostenuto che la premier avrebbe tentato di condizionare le prerogative delle Camere con il proprio appello sui social: «Noi siamo pronti al voto e a governare».
Elly Schlein, segretaria del Pd, ha sottolineato il contrasto tra la compattezza mostrata dalle opposizioni e le divisioni esplose nel centrodestra: «Abbiamo fatto questa battaglia compatti», ha detto durante il sit-in organizzato davanti a Montecitorio. Alla manifestazione hanno partecipato anche Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e rappresentanti di Italia Viva, che hanno chiesto che Meloni riferisca al capo dello Stato.
Giuseppe Conte ha definito la riforma una «legge truffa» e l’emendamento sulle preferenze una «messinscena», sostenendo che il nuovo sistema avrebbe comunque lasciato alle segreterie dei partiti la scelta della grande maggioranza degli eletti. Per il presidente del Movimento 5 Stelle, il Parlamento non avrebbe soltanto respinto una modifica tecnica, ma avrebbe «bocciato il governo».
Lo spettro della crisi di governo
La sconfitta, tuttavia, non determina automaticamente le dimissioni del governo. L’articolo 94 della Costituzione stabilisce che il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta dell’esecutivo non comporta di per sé l’obbligo di lasciare l’incarico. Perché la crisi diventi formalmente parlamentare occorrerebbe una mozione di sfiducia oppure una questione di fiducia posta dal governo e respinta.
Il passaggio resta comunque politicamente esplosivo. Meloni potrebbe decidere di proseguire, minimizzando l’accaduto e verificando la tenuta del centrodestra sui successivi emendamenti. Potrebbe chiedere un chiarimento agli alleati o trasformare la prosecuzione della legge elettorale in una prova di compattezza. Se invece dovessero emergere nuove imboscate, la presidente del Consiglio potrebbe essere costretta a presentarsi alle Camere per una verifica della maggioranza o a salire al Quirinale.

