Il presidente della Repubblica promulga la riforma voluta dal governo Meloni. Il Quirinale non è un tribunale costituzionale: il giudizio sulla legittimità delle nuove regole spetta alla Consulta. Al centro del confronto, il premio di maggioranza e l’equilibrio tra governabilità e rappresentanza.

La firma di Sergio Mattarella è arrivata ieri sera, venerdì. La nuova legge elettorale, approvata definitivamente dalla Camera, è stata promulgata dal presidente della Repubblica. Si chiude così il passaggio al Quirinale, ma non si esaurisce la discussione sulla riforma che ridisegna le regole con cui gli italiani eleggeranno il prossimo Parlamento. La promulgazione non è una certificazione definitiva di costituzionalità.

Il capo dello Stato non dispone di un potere di veto politico sulle leggi approvate dal Parlamento. La Costituzione gli attribuisce una funzione di garanzia: può rinviare una legge alle Camere, con un messaggio motivato, quando ravvisa ragioni che giustificano una nuova deliberazione. Se il Parlamento la approva nuovamente, il presidente è tenuto a promulgarla. Il suo compito non è sostituirsi alla Corte costituzionale, né trasformare ogni dubbio giuridico in un ostacolo all’attività legislativa.

È questa la distinzione decisiva per comprendere la scelta di Mattarella. La firma non significa che ogni possibile obiezione alla riforma sia stata superata. Significa che il presidente non ha esercitato il potere di rinvio previsto dall’articolo 74 della Costituzione. Il giudizio sulla legittimità delle norme, quando la questione viene sottoposta alla Consulta attraverso le procedure previste dall’ordinamento, appartiene a un’altra sede e segue un altro percorso.

La nuova legge introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza che scatta al raggiungimento del 42 per cento dei voti, assegnando 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro i limiti stabiliti dal testo. Per la maggioranza, l’obiettivo è rendere più stabile il governo e più chiaro l’esito delle elezioni. Le opposizioni contestano invece il meccanismo del premio e altri aspetti della riforma, sollevando dubbi sulla rappresentatività e sull’effettiva libertà di scelta degli elettori. La questione centrale è il rapporto tra governabilità e uguaglianza del voto.

La Corte costituzionale potrà essere chiamata a valutare se le nuove regole rispettino i principi della Carta: dall’uguaglianza del voto alla ragionevolezza del premio, fino alla tutela della rappresentanza parlamentare. Non basta, tuttavia, annunciare un ricorso: occorre seguire un percorso giuridico idoneo a portare le disposizioni contestate davanti alla Consulta. E non è possibile anticipare oggi quale sarà l’esito del giudizio.

La storia italiana offre un precedente significativo. Nel 2014 la Corte costituzionale dichiarò illegittime alcune disposizioni del cosiddetto Porcellum, intervenendo proprio sul premio di maggioranza e sulle distorsioni che poteva produrre nella rappresentanza. Un precedente che dimostra come una legge elettorale possa essere sottoposta a controllo anche dopo la sua approvazione e promulgazione, senza che ciò comporti automaticamente l’illegittimità di ogni successivo sistema elettorale.

La firma di Mattarella, dunque, non chiude la partita. La sposta sul terreno delle garanzie costituzionali. Il Parlamento ha la responsabilità di stabilire le regole del voto; il presidente della Repubblica esercita il proprio ruolo di garanzia; la Corte costituzionale verifica, nei casi e con le procedure previsti, il rispetto della Carta.In una democrazia, la governabilità è un obiettivo legittimo. Ma lo è altrettanto la tutela della rappresentanza. Il punto non è stabilire se una legge elettorale favorisca questa o quella parte politica: è verificare che le regole del confronto democratico siano compatibili con i principi costituzionali. Ed è su questo terreno, non sulla sola firma del Quirinale, che si misurerà la tenuta della nuova legge.