Giorgia Meloni porta a casa la nuova legge elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, superando anche l’ultima prova dello scrutinio segreto, ma l’approvazione definitiva del Melonellum, arrivata dopo tre voti di fiducia e un percorso parlamentare segnato da tensioni nella maggioranza, rischia di rappresentare soltanto la conclusione della prima fase di una partita destinata a proseguire davanti alla Corte costituzionale. La presidente del Consiglio ottiene la riforma sulla quale aveva investito una parte significativa della propria iniziativa politica, mentre si apre un confronto che potrebbe incidere non soltanto sulle regole delle prossime elezioni, ma anche sui tempi nei quali gli italiani saranno chiamati alle urne.

Il successo parlamentare non cancella infatti le incognite sulla tenuta costituzionale della legge, soprattutto per quanto riguarda il premio di maggioranza previsto al Senato, dove l’attribuzione di 35 seggi aggiuntivi sulla base del risultato nazionale potrebbe entrare in tensione, secondo le contestazioni avanzate da alcuni costituzionalisti, con il principio dell’elezione su base regionale stabilito dall’articolo 57 della Costituzione. Un problema che non riguarda soltanto l’interpretazione delle norme, perché l’eventuale eliminazione o modifica del premio potrebbe incidere sulla possibilità di ottenere maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, rimettendo in discussione proprio l’obiettivo di governabilità che la riforma intende perseguire.

Il voto segreto premia Meloni, ma la riforma apre una nuova partita

Il voto conclusivo della Camera arriva dopo una settimana nella quale il governo aveva scelto di blindare i primi tre articoli della legge attraverso altrettante questioni di fiducia, ottenendo nell’ultima votazione, mercoledì 7 ottobre, 228 sì, 144 no e tre astenuti. La prova dello scrutinio segreto rappresentava tuttavia un passaggio politicamente differente, perché consentiva ai parlamentari di esprimersi senza rendere pubblica la propria scelta e riapriva il timore di una nuova frattura interna alla coalizione, dopo quanto accaduto nel luglio scorso durante il confronto sulle preferenze.

La maggioranza ha superato anche questo ostacolo, consegnando a Meloni un risultato che rafforza la sua iniziativa parlamentare, senza però risolvere le questioni politiche e costituzionali sollevate durante l’esame della riforma. Alla vigilia della votazione, interpellata sulla propria tranquillità, la presidente del Consiglio aveva risposto con una battuta, «Lo sono sempre», scegliendo di non alimentare pubblicamente le preoccupazioni legate al voto segreto.

La nuova legge introduce un sistema proporzionale corretto da un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, attribuito alla lista o coalizione più votata a condizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei consensi in entrambe le Camere. In assenza di questo requisito, oppure qualora Camera e Senato esprimano vincitori differenti, l’assegnazione dei seggi avviene senza premio, mentre vengono eliminati quasi tutti i collegi uninominali, tornano le preferenze fino a un massimo di tre e rimangono i capilista bloccati. Le forze politiche dovranno inoltre indicare il candidato che intendono proporre alla presidenza del Consiglio, senza modificare le prerogative costituzionali del capo dello Stato.

I 35 senatori e il nodo dell’articolo 57 della Costituzione

Il punto più delicato della riforma riguarda proprio il meccanismo pensato per garantire la stabilità del futuro governo, perché il premio nazionale di 35 senatori dovrà confrontarsi con una disposizione costituzionale che attribuisce alla dimensione regionale un ruolo essenziale nella formazione della rappresentanza parlamentare. L’articolo 57 stabilisce infatti che il Senato della Repubblica è eletto su base regionale, una formulazione che ha già alimentato il confronto tra costituzionalisti sulle modalità attraverso le quali un premio nazionale possa essere distribuito senza alterare il rapporto tra consenso territoriale e rappresentanza.

Il problema potrebbe manifestarsi soprattutto nelle regioni dove la coalizione vincitrice a livello nazionale dovesse ottenere un risultato inferiore rispetto allo schieramento avversario, ma beneficiare comunque degli effetti del premio complessivo. Secondo i critici, una distribuzione di questo genere rischierebbe di produrre una rappresentanza non coerente con il risultato regionale, mentre i sostenitori della riforma ritengono che il meccanismo possa essere interpretato in modo compatibile con la Costituzione e con l’esigenza di assicurare maggioranze parlamentari stabili.

La questione non può essere considerata già risolta, perché spetterebbe eventualmente alla Corte costituzionale valutare la compatibilità delle disposizioni con i principi della Carta. Nel 2014 la Consulta dichiarò illegittimi alcuni meccanismi del Porcellum, mentre nel 2017, intervenendo sull’Italicum, ritenne non irragionevole il premio attribuito alla lista capace di raggiungere il 40 per cento dei voti, censurando invece il sistema del ballottaggio. Precedenti che non consentono di anticipare l’esito di un eventuale giudizio sul Melonellum, ma confermano la centralità del rapporto tra rappresentatività, proporzionalità e governabilità.

Schlein e Conte contro la riforma: dalle contestazioni politiche ai ricorsi

Elly Schlein, segretaria nazionale del Partito democratico, e Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, hanno accompagnato il percorso parlamentare del Melonellum con una contestazione che riguarda tanto il contenuto della legge quanto il metodo scelto dalla maggioranza per arrivare alla sua approvazione. Le opposizioni hanno denunciato il ricorso ripetuto alla fiducia, le modifiche alle regole elettorali nella fase conclusiva della legislatura e il rischio che il nuovo sistema possa alterare il rapporto tra voti ottenuti e seggi assegnati.

Schlein aveva già trasformato il confronto sulla riforma in una sfida politica diretta alla presidente del Consiglio, dichiarando durante il precedente passaggio parlamentare che il centrosinistra avrebbe cercato di sconfiggere la maggioranza indipendentemente dal sistema elettorale adottato. Conte, da parte sua, ha contestato anche le disposizioni relative alla presentazione delle liste e alla raccolta delle firme, sostenendo che alcune delle nuove regole rischiano di penalizzare le formazioni politiche meno strutturate.

Le contestazioni politiche sono destinate ad affiancarsi a quelle giudiziarie. La rete coordinata dall’ex presidente della Rai e costituzionalista Roberto Zaccaria ha annunciato la preparazione di ricorsi da presentare presso una trentina di tribunali civili italiani dopo l’entrata in vigore della legge, con l’obiettivo di ottenere una pronuncia della Corte costituzionale sulle disposizioni ritenute incompatibili con il diritto di voto e con i principi costituzionali.

La battaglia delle opposizioni, dunque, non si esaurisce con il voto parlamentare, ma potrebbe proseguire su un terreno nel quale saranno i giudici a valutare se esistano le condizioni per sottoporre alla Consulta le questioni sollevate dai ricorrenti. Una prospettiva che introduce un elemento di incertezza nella preparazione delle prossime elezioni, soprattutto qualora la Corte fosse chiamata a pronunciarsi sul premio nazionale al Senato.

La Consulta potrebbe decidere a febbraio: il calendario diventa politico

Il calendario dei ricorsi rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della vicenda, perché una pronuncia della Corte costituzionale potrebbe arrivare già nel febbraio 2027, secondo le valutazioni dei promotori dell’iniziativa giudiziaria. I ricorsi dovrebbero essere depositati dopo l’entrata in vigore della legge, mentre i tribunali ordinari sarebbero chiamati a valutare la rilevanza e la non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, decidendo eventualmente di trasmetterle alla Consulta.

Il percorso non garantisce tuttavia una decisione entro una data prestabilita, perché i tempi dipenderanno dalle valutazioni dei giudici e dall’organizzazione delle udienze costituzionali. Febbraio rappresenta quindi una possibilità, non una scadenza certa, ma il solo fatto che una pronuncia possa intervenire nei primi mesi del prossimo anno introduce una variabile destinata a pesare sulle valutazioni politiche del governo.

Secondo una ricostruzione pubblicata da Repubblica, negli ambienti dell’esecutivo sarebbero già allo studio possibili soluzioni tecniche per preservare il premio di maggioranza al Senato, modificandone le modalità di distribuzione regionale. Tra le ipotesi esaminate figurerebbe un sistema capace di mantenere il bonus nazionale attenuando le possibili distorsioni territoriali, ma si tratta di valutazioni attribuite alle fonti di governo e non di una soluzione formalmente adottata.

L’eventuale intervento della Consulta potrebbe inoltre riguardare soltanto alcune disposizioni, lasciando applicabile il resto della legge, oppure incidere in maniera più significativa sull’architettura del premio. Ogni scenario avrebbe conseguenze differenti sulla formazione delle maggioranze parlamentari, rendendo ancora più importante il rapporto tra le scelte del governo, le decisioni della Corte e il calendario delle prossime elezioni.

Tajani e Salvini frenano sul voto anticipato, Meloni guarda al 2027

L’approvazione del Melonellum si intreccia con il confronto interno al centrodestra sulla durata della legislatura, perché mentre Fratelli d’Italia ha lasciato emergere l’ipotesi di un ritorno alle urne nella primavera del 2027, gli alleati continuano a manifestare valutazioni differenti sui tempi e sulle condizioni politiche nelle quali affrontare la prossima campagna elettorale.

Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia, ha espresso nei giorni scorsi una posizione prudente rispetto all’ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere. «Noi siamo favorevoli ad arrivare alla fine della legislatura», ha dichiarato il leader azzurro, indicando una preferenza che si accompagna alle riserve emerse anche nella Lega, interessata a completare il percorso dell’autonomia differenziata prima di aprire una nuova stagione elettorale.

Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e segretario federale della Lega, aveva invece indicato nella governabilità la finalità essenziale della riforma, sostenendo che il nuovo sistema dovesse consentire a chi ottiene la maggioranza di governare per cinque anni. Una posizione coerente con l’obiettivo dichiarato del Melonellum, ma che dovrà confrontarsi con gli equilibri politici della coalizione e con le conseguenze di un eventuale intervento della Corte costituzionale.

Nel frattempo, la presenza di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, europarlamentare ed ex generale, introduce un’ulteriore variabile nei rapporti tra le forze della destra. Il movimento ha annunciato il voto contrario alla riforma, senza escludere un futuro dialogo programmatico con il centrodestra, una disponibilità che non equivale a un’intesa politica ma che pone alla maggioranza il problema di come organizzare le alleanze per raggiungere la soglia del 42 per cento necessaria a ottenere il premio.

Dall’altra parte, Schlein e Conte devono affrontare una questione speculare, legata alla definizione della leadership e del programma dell’eventuale coalizione progressista, mentre il confronto sulle primarie continua ad attraversare i rapporti tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Una legge costruita per rafforzare la governabilità rende infatti ancora più rilevante la capacità delle coalizioni di presentarsi compatte agli elettori, con un candidato alla presidenza del Consiglio riconoscibile e un programma condiviso.

Meloni vince in Parlamento, ma la partita sulle regole resta aperta

Il risultato della Camera consegna a Meloni un successo parlamentare, ma non chiude il confronto sulla legge elettorale e sulle condizioni nelle quali si svolgeranno le prossime elezioni politiche. Il testo passa ora al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la promulgazione, mentre i promotori dei ricorsi annunciati si preparano a contestare davanti ai giudici alcuni dei meccanismi introdotti dalla riforma.

La presidente del Consiglio dovrà quindi confrontarsi con due questioni strettamente collegate: da una parte la necessità di preservare la stabilità della maggioranza e definire con gli alleati la strategia per il 2027, dall’altra l’incertezza sulla tenuta costituzionale del premio nazionale al Senato, che potrebbe incidere sulla formazione delle future maggioranze parlamentari.

Il Melonellum nasce per rendere più stabile il governo che uscirà dalle urne, ma la sua applicazione potrebbe dipendere da un giudizio costituzionale ancora tutto da scrivere. Meloni ha ottenuto la legge che voleva e ha superato la prova dello scrutinio segreto, ma il passaggio decisivo potrebbe arrivare nei prossimi mesi, quando la Consulta sarà eventualmente chiamata a pronunciarsi sui meccanismi contestati. Fino ad allora, la maggioranza dovrà tenere insieme le proprie esigenze politiche, le valutazioni degli alleati e un calendario elettorale sul quale l’ultima parola non spetta soltanto a Palazzo Chigi.