In molti hanno dovuto affrontare lunghi e costosi viaggi per recarsi alle urne. Ma chi ha accettato di fare il rappresentante di lista ha potuto esercitare il proprio diritto anche lontano dalla Calabria. L’ipocrisia di un sistema politico che critica i giovani ma poi cerca di escluderli
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COSTANTINO SERGI
Gliel’hanno negato e loro se lo sono preso lo stesso: il diritto al voto. C’è una macchia che sporca la prova di democrazia che il Paese ha offerto in questo ultimo referendum, dove non contava il quorum ma soltanto il cuore e le convinzioni personali. Una macchia che la Generazione Z, cioè la prima di nativi digitali fatta da ragazzi e ragazze che oggi hanno tra i 18 e i 30 anni, ha lavato via con una straordinaria partecipazione alla consultazione popolare. Sono loro, infatti, quelli che hanno trainato un’affluenza record che ha sfiorato complessivamente il 60%. E hanno votato quasi in massa per il No, ma questo, in realtà, è un aspetto secondario. Perché il punto è un altro.
Le storie dei fuorisede
In molti, quelli che studiano e lavorano lontani da casa, per esercitare il proprio diritto hanno dovuto sobbarcarsi costose spese di viaggio o trovare un escamotage, come partecipare alla consultazione referendaria in qualità di rappresentanti di lista. Hanno fatto così, ad esempio, due ragazze vibonesi che studiano a Torino, che raccontano: «Volevamo assolutamente partecipare ma tornare in Calabria per farlo era proibitivo, soprattutto con i prezzi dei biglietti che si sono impennati dopo la guerra in Medioriente, così ci siamo messe in contatto con un comitato referendario e abbiamo chiesto di svolgere il ruolo di rappresentanti di lista, a cui è concesso di votare nel seggio dove monitorano le operazioni di voto – spiegano –. Dovevamo esserci e ce l’abbiamo fatta, la posta in gioco era troppo alta per rinunciare».
Il rappresentante di lista (vibonese) più anziano d’Italia
Ma non soltanto i più giovani hanno utilizzato questo sistema. Il Vibonese vanta anche il più anziano rappresentante di lista d’Italia, Michele Contartese, 92 anni, originario di Rombiolo, che ha votato a Bologna dove risiede per motivi di salute. «Per 40 anni ho fatto il presidente di seggio al mio paese, qui rischiavo di non poter nemmeno votare. Ma la Costituzione non si tocca», ha detto, intervistato da Repubblica.
Storie pulite a cui fa da contraltare l’opacità di un sistema politico che a fini elettorali sguazza nella retorica democratica più appiccicosa, salvo negare nei fatti un diritto basilare.
Il nodo politico
Consentire ai fuorisede di votare nel proprio luogo di residenza non sarebbe stato un problema se ci fosse stata la volontà politica di farlo, perché un referendum non prevede circoscrizioni ed elezioni di candidati legati al territorio. Si tratta di un quesito a cui bisogna rispondere semplicemente Sì o No, senza nomi, senza partiti. Sarebbe bastato consentire l’iscrizione nelle liste elettorali dei luoghi di effettiva residenza e il gioco era fatto.
Tecnologie e contraddizioni
In un’epoca in cui i pagamenti digitali dominano il mercato e con la carta d’identità elettronica puoi fare praticamente tutto, ogni scusa appare posticcia. Cercare di azzoppare la partecipazione al voto dei giovani nel timore, fondato, che in questo modo il No avrebbe potuto prevalere, denuncia tutta l’ipocrisia di una classe politica vecchia e lontana anni luce dai nativi digitali. E non serve fare (o commissionare al proprio social media manager) reel su Tik Tok, meme e video con l’Intelligenza artificiale: alla fine polvere e ragnatele si vedono comunque, con il rischio che quelle stesse generazioni che hai voluto escludere poi arrivino per aprire le finestre e fare entrare aria nuova.



