L’allarme

Premierato, la riforma Meloni apre le porte a una democrazia dimezzata: le ragioni dei costituzionalisti

Ci sono anche docenti universitari calabresi tra i 180 che hanno condiviso le critiche di Liliana Segre: «Il Parlamento ridotto alla mera ratifica delle decisioni del Governo»

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di Ugo Adamo*
19 giugno 2024
18:33

«Una minoranza anche limitata, attraverso un premio, potrebbe assumere il controllo di tutte le nostre istituzioni, senza più contrappesi e controlli. Il Parlamento correrebbe il pericolo di non rappresentare più il Paese e di diventare una mera struttura di servizio del governo, distruggendo così la separazione dei poteri. Il Presidente della Repubblica sarebbe ridotto ad un ruolo notarile e rischierebbe di perdere la funzione di arbitro e garante». Questo è un passaggio molto significativo dell’appello sottoscritto da 180 costituzionalisti e costituzionaliste che hanno preso pubblicamente posizione dopo che l’autorevole intervento della senatrice a vita Liliana Segre aveva pronunciato parole piane ma ferme contro la riforma del premierato allora in discussione in Senato.

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L’appello ha l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica su ciò che di grave e preoccupante sta accadendo alle nostre istituzioni e alla Costituzione tutta. Con lo stesso spirito con cui si è sottoscritto quel documento, si consegna al lettore e alla lettrice di questo giornale una prima analisi del testo licenziato ieri in Senato.


È un dato acquisito da diversi decenni (ed evidentemente non da questo Governo) che la stabilità di governo è assicurata dalla compattezza della coalizione, dalla regolarità della politica e non già dai meccanismi di ingegneria costituzionale. Sorge subito il paradosso per cui, mentre da parte dei proponenti la riforma si lamenta la mancanza di stabilità degli organi costituzionali se si riuscisse a portare a compimento la riforma costituzionale in commento significherebbe che è stata proprio la stabilità governativa a renderla possibile; e tutto ciò a prescindere dalla riforma medesima.

E allora, bisogna subito sottolineare il vero fine della riforma che si muove nel medesimo solco sia di quelle fallite negli ultimi decenni che di quelle che hanno trovato affermazione positiva, come la modifica costituzionale che ha prodotto una drastica riduzione del numero dei parlamentari.

Il fine è quello di alterare il ruolo centrale che per la Costituzione (del 1947) spetta al Parlamento, e quindi di escludere il conflitto dai luoghi della rappresentanza con l’intenzione populisticamente orientata a renderli efficienti. L’esaltazione del valore della governabilità (il governo propone, il parlamento ratifica senza colpo ferire) è indicativo di una concezione limitata di democrazia: non conflittuale, ridotta a efficientismo, a-ideologica, in altri termini una democrazia dimezzata a conteggio numerico in cui il Parlamento diviene istituzionalmente consacrato a mero incubatore delle decisioni assunte dall’organo posto al vertice, il Governo e, al suo interno, dal premier.

Di conseguenza, i partiti politici vengono di fatto deresponsabilizzati per la soluzione delle crisi politiche, che restano fortemente compresse all’interno di un sistema rigido di automatismi. Le crisi di cui in parola sono anche quelle che, come gli ultimi anni hanno plasticamente dimostrato, possono derivare da situazioni di emergenza o di fragilità. Con il venir meno degli istituti propri della forma di governo parlamentare (su tutti la nomina di un nuovo governo da parte del Presidente della Repubblica) si azzerano quelle elasticità che hanno fino a ora permesso alla nostra forma di governo di rispondere ai processi di cambiamento e garantire (diversamente da quanto troppo spesso si sostiene) una risposta a gravi situazioni di crisi. Gli automatismi e la rigidità (per tutti lo scioglimento del Parlamento come atto dovuto del Presidente della Repubblica) rischiano, al contrario, di rendere il Parlamento incapace di esprimere un controllo forte sul Governo e di rappresentare il pluralismo sociale, politico e culturale del Paese tutto. Questo anche perché – sempre con la riforma in oggetto – il Parlamento si forma non in base ai voti ottenuti, ma per l’effetto trascinamento della scelta compiuta dai cittadini nel votare il premier («La legge disciplina il sistema per l’elezione delle Camere e del Presidente del Consiglio, assegnando un premio su base nazionale che garantisca una maggioranza dei seggi in ciascuna delle Camere alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio» art. 5 della deliberazione).

L’effetto del rafforzamento delle prerogative del Governo in Parlamento, unito alla modifica della legge elettorale con premio di maggioranza, comporta un intollerabile restringimento della rappresentanza politica, a detrimento di una composizione irenica dei conflitti sociali, economici, civili (in una parola, politici).

Il tutto in un sistema in cui il vero problema del Parlamento è quello di non disporre di un tempo adeguato alla discussione perché costretto alla conversione in legge dei decreti legge del Governo e dalle questioni di fiducia presentate nel corso di ogni anno (sempre dal Governo), anche su maxi emendamenti, tanto da limitare se non proprio escludere il dibattito sulle leggi che attribuiscono fisionomia all’ordinamento medesimo, come le leggi di bilancio.

La governabilità è un interesse costituzionale che se sganciato dalla rappresentanza risulta sottoposto a una torsione tale da non essere più pienamente democratico. Continua, quindi, quel processo di impoverimento della democrazia che il corpo elettorale (se chiamato a esprimersi nel referendum costituzionale) ha finora se non proprio arrestato almeno sensibilmente rallentato.

L’elezione contemporanea del premier e dei parlamentari, con la costituzionalizzazione prevista di un premio di maggioranza (da definirsi con legge ordinaria), produce un sistema di relazioni tra poteri esecutivo e legislativo a detrimento irragionevole del secondo e con compromissione del principio di pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato; tutto ciò per un non meglio definito principio di stabilità che continua a essere nella disponibilità dei partiti politici e della loro convenienza politica. L’assenza di una elezione contestuale costituisce il primo contrappeso in tutte le forme di governo che prevedono la legittimazione diretta dell’organo esecutivo. Ma il modello di premierato all’italiana costituisce un unicum al mondo («Il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per cinque anni […]. Le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio hanno luogo contestualmente» così l’art. 5 della delibera legislativa).

Mentre ora il Parlamento è patologicamente subordinato al Governo, nella delibera votata in Senato nella giornata di ieri (18 giugno) lo diventa fisiologicamente: un Parlamento completamente subalterno al Governo, incapace di opporsi alle decisioni governative senza rischiare lo scioglimento immediato. Infatti, il potere del Parlamento di sfiduciare un Governo ritenuto inadatto a guidare il Paese viene neutralizzato dalla minaccia costante di nuove elezioni.

Tutto questo varrebbe addirittura nel caso di un premier eletto che – in un contesto caratterizzato da un cronicizzato astensionismo – potrebbe essere espressione di una minoranza del corpo elettorale.

La riforma decide di imboccare una strada specularmente inversa a quella che per Costituzione dovrebbe percorrere; non si cerca, infatti, di migliorare il funzionamento del Parlamento, già svilito da un abuso della decretazione d’urgenza, ma lo si limita attraverso un doppio procedimento di erosione: dall’alto, con la riforma costituzionale, e dal basso, con l’attuazione del regionalismo differenziato.

La riforma dovrebbe perseguire una più attenta considerazione delle problematiche poste dal programma politico-istituzionale del "ritorno alla Costituzione". La riforma proposta, invece, rappresenta una profonda regressione culturale, con l’accentramento del potere in una singola persona e la diminuzione delle funzioni e dei poteri del Parlamento e del Capo dello Stato. L’istituzione di una Camera con un sistema iper-maggioritario e la rimozione del sistema di garanzie e contrappesi considerati indispensabili dai Costituenti conducono a un’alterazione in senso illiberale della logica della Repubblica parlamentare consacrata nella vigente Costituzione repubblicana. L’elezione diretta serve solo per attribuire una legittimazione popolare al premier, ma non garantisce né la governabilità né la stabilità. Questo il lettore/elettore deve averlo chiaro fin da subito.

*costituzionalista, DESF-UniCal

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