Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, chiama «aggravanti» alcune caratteristiche che, nella vita pubblica di una democrazia europea, non dovrebbero richiedere particolari spiegazioni: essere una donna libera, avere quarant’anni e non conformarsi agli standard. Le elenca nel libro di Bruno Vespa, Storia della seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in un passaggio anticipato da la Repubblica, riferendosi alla diffidenza che ritiene di suscitare in una parte dell’establishment italiano, poco incline, secondo la segretaria democratica, ad accettare l’ipotesi di una sinistra nuovamente al governo. Una rivendicazione che contiene certamente una polemica politica, ma che solleva soprattutto un interrogativo sul rapporto tra il potere e una società la cui evoluzione procede ormai lungo traiettorie difficilmente riconducibili alle convenzioni tradizionali.

Perché la politica italiana, pur invocando incessantemente il rinnovamento della propria classe dirigente, continua spesso a misurare l’autorevolezza dei suoi protagonisti attraverso criteri che privilegiano la familiarità con determinati ambienti, la conoscenza dei codici del potere e la disponibilità a riprodurne comportamenti e consuetudini. Ne deriva una contraddizione che attraversa da decenni la nostra vita pubblica: si chiedono personalità capaci di cambiare le cose, salvo manifestare diffidenza quando il cambiamento mette realmente in discussione le abitudini sulle quali si sono costruiti equilibri e carriere.

Naturalmente, attribuire ogni resistenza nei confronti di Schlein a un indistinto establishment significherebbe ignorare la complessità degli interessi e delle culture politiche che convivono nel Paese, così come sarebbe improprio ricondurre le critiche alla sua leadership a una semplice ostilità verso la diversità. Ma la sua storia suggerisce una riflessione meno convenzionale, perché Schlein potrebbe rappresentare l’occasione per rimettere in discussione non soltanto i vecchi schemi della politica italiana, ma persino i criteri attraverso i quali quella stessa politica pretende di riconoscere e interpretare il cambiamento.

Dalla partecipazione alla mobilitazione di Occupy Pd, dopo la mancata elezione di Romano Prodi al Quirinale nel 2013, alla rottura con il partito durante la stagione renziana, fino alle esperienze al Parlamento europeo e alla vicepresidenza dell’Emilia-Romagna, il percorso della segretaria democratica è stato segnato da una combinazione di contestazione e responsabilità istituzionale. Nel febbraio 2023 riuscì a ribaltare nelle primarie aperte il risultato della consultazione tra gli iscritti, che aveva premiato Stefano Bonaccini, conquistando la segreteria con il 53,75 per cento dei consensi; alle europee del 2024, poi, il Pd raggiunse il 24,1 per cento, recuperando terreno rispetto alle politiche precedenti.

Risultati che testimoniano una capacità di modificare equilibri consolidati, senza per questo rappresentare una garanzia sulla possibilità di costruire una maggioranza di governo. Il problema, del resto, non consiste nello stabilire quanto Schlein sia diversa dai suoi predecessori, ma nel comprendere se quella diversità possa contribuire a interpretare un’Italia che ha profondamente modificato il proprio modo di vivere, lavorare e costruire relazioni, mentre una parte delle istituzioni continua a confrontarsi con modelli culturali che appartengono a stagioni ormai lontane.

La società che cambia e le resistenze della politica

Qualche settimana fa, a Roma, Schlein si è fermata tra gli studenti universitari accampati nelle tende per protestare contro il caro affitti, ascoltando la testimonianza di un ragazzo che, lavorando in un centro commerciale, guadagnava tra 750 e 800 euro al mese, dei quali 600 venivano assorbiti dal costo di una stanza. Un incontro che non conferisce particolari meriti a chi vi ha partecipato, considerato che ascoltare i cittadini dovrebbe essere una delle occupazioni fondamentali della politica, ma che restituisce con impressionante immediatezza la condizione di una generazione alla quale viene chiesto di formarsi, specializzarsi e competere, senza garantire sempre le condizioni economiche necessarie per farlo.

Il diritto allo studio rischia di rimanere subordinato alle possibilità finanziarie delle famiglie, mentre la mobilità sociale, che dovrebbe consentire ai giovani di migliorare la propria condizione attraverso l’istruzione e il lavoro, incontra ostacoli capaci di trasformare un percorso universitario in un privilegio. La proposta del Pd denominata «Diritto a restare», presentata nel giugno scorso per sostenere occupazione giovanile, accesso alla casa e opportunità professionali, nasce anche da questa contraddizione, pur dovendo dimostrare attraverso risorse adeguate e risultati concreti la propria efficacia.

Una società che costringe una parte dei suoi giovani a considerare l’emigrazione come l’unica possibilità di realizzazione personale non può limitarsi a celebrare il valore della formazione e del merito, senza interrogarsi sulle condizioni che impediscono a quelle aspirazioni di tradursi in progetti di vita.

La distanza tra le trasformazioni sociali e le risposte delle istituzioni emerge anche nel confronto sui modelli familiari, ancora troppo spesso affrontato attraverso contrapposizioni ideologiche che sembrano ignorare la complessità delle relazioni contemporanee. Accanto alle famiglie tradizionali convivono nuclei monoparentali, ricostituiti, adottivi, omogenitoriali e forme di convivenza nelle quali affetti, responsabilità e solidarietà assumono configurazioni differenti, senza che questa pluralità comporti necessariamente il ridimensionamento di un modello rispetto agli altri.

La famiglia contemporanea non ha smesso di rappresentare un luogo fondamentale della società, ma ha modificato le forme attraverso le quali le persone costruiscono legami e condividono responsabilità, mentre una parte del dibattito pubblico continua a considerare la diversità delle esperienze come una questione da risolvere anziché una realtà con la quale confrontarsi.

Schlein sostiene il matrimonio egualitario, il riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali e una legislazione più efficace contro le discriminazioni, collocando queste rivendicazioni all’interno di una visione nella quale i diritti civili e quelli sociali appartengono alla medesima idea di emancipazione. Sono posizioni sulle quali il confronto democratico rimane aperto, ma che sollecitano interrogativi ai quali le istituzioni non possono sottrarsi indefinitamente.

La Spagna riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso dal 2005, mentre l’Italia ha introdotto le unioni civili nel 2016, mantenendo una distinzione giuridica rispetto al matrimonio. La differenza tra i due ordinamenti non autorizza classifiche sommarie sulla modernità delle rispettive società, ma testimonia quanto diversamente possano evolvere le legislazioni europee nell’affrontare trasformazioni culturali analoghe.

Il ritardo italiano nel riconoscimento di alcune realtà sociali rivela, del resto, una concezione della modernizzazione ancora troppo spesso circoscritta alle infrastrutture, all’efficienza amministrativa e alla competitività economica, quasi che il progresso di una nazione potesse essere misurato prescindendo dalla qualità delle relazioni sociali, dalle opportunità offerte alle nuove generazioni e dalla capacità delle istituzioni di accompagnare una società che ha già profondamente modificato il proprio modo di vivere.

Un’università realmente accessibile, una sanità capace di garantire cure indipendentemente dal reddito, un lavoro che consenta di costruire un’esistenza autonoma e una legislazione attenta alla pluralità delle esperienze familiari appartengono a una medesima concezione del progresso, nella quale la crescita economica acquista significato anche attraverso il miglioramento concreto della vita delle persone.

Il cambiamento oltre gli schemi

La storia politica italiana, tuttavia, suggerisce prudenza verso ogni leadership che rivendichi il carattere innovativo della propria esperienza, perché la capacità di contestare convenzioni consolidate non garantisce quella di sostituirle con soluzioni migliori. Schlein dovrà dimostrare che la propria indipendenza culturale e politica può trasformarsi in un progetto capace di confrontarsi con la complessità del Paese, rappresentare anche sensibilità lontane dalla sua e comporre le differenze che attraversano il centrosinistra, senza sacrificare la chiarezza della propria identità.

Sarebbe altrettanto limitante, però, giudicarne il profilo attraverso criteri di affidabilità ereditati da stagioni nelle quali appartenenze, relazioni e consuetudini hanno spesso contato quanto le idee e le capacità. L’esperienza istituzionale, la competenza e la mediazione rimangono requisiti indispensabili, ma non dovrebbero trasformarsi in argomenti per conservare indefinitamente equilibri che la società ha già cominciato a superare.

La sfida di Elly Schlein non consiste dunque nel rivendicare il diritto di essere diversa, che nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a giustificare, ma nel dimostrare che quella diversità possa tradursi in una capacità di governo all’altezza delle trasformazioni che attraversano l’Italia. La sua storia personale appartiene alla sfera della libertà individuale; la sua proposta politica, invece, deve essere sottoposta al giudizio dei cittadini, confrontata con le alternative e misurata sui risultati che sarà eventualmente in grado di produrre.

Rimane una considerazione che supera il destino della segretaria democratica e riguarda l’intero Paese: l’Italia non può pretendere di entrare nel futuro continuando a guardarlo con gli occhi del passato. Sono cambiate le famiglie, il lavoro, le relazioni, le aspirazioni dei giovani, il modo stesso di interpretare la libertà individuale, mentre una parte della politica continua a ragionare secondo categorie che appartengono a una società ormai profondamente diversa da quella reale.

Schlein ha scelto di mettere in discussione quelle convenzioni, anche a costo di risultare scomoda. Resta da verificare se saprà trasformare questa attitudine in cambiamenti concreti, offrendo alle nuove generazioni opportunità che oggi troppo spesso vengono negate e dimostrando che una visione differente della società può trovare corrispondenza nelle scelte di governo.

Il futuro, d’altra parte, non si costruisce difendendo a oltranza ciò che abbiamo ereditato, né considerando immutabile quello che le generazioni precedenti hanno stabilito.

Per cambiare davvero l’Italia bisogna trovare il coraggio di rompere i vecchi schemi. Anche quelli che per troppo tempo abbiamo scambiato per certezze.