Una provincia dalle caratteristiche complesse mette alla prova l’organizzazione del soccorso: non basta contare le ambulanze, bisogna valutarne operatività, equipaggi e copertura
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C'è un momento preciso in cui la sanità smette di essere fatta di prenotazioni, liste d'attesa, visite specialistiche e interminabili discussioni sulla riorganizzazione dei servizi, per diventare qualcosa di molto più concreto e terribilmente semplice: qualcuno sta male e bisogna arrivare in fretta. È in quel momento che il cittadino prende il telefono e compone il 118, affidando a una voce dall'altra parte della linea e a un equipaggio che dovrà raggiungerlo una parte enorme della propria vita. Non è una metafora e non è nemmeno una questione di percezione: nell'emergenza, il tempo è una variabile clinica e ogni minuto può avere un peso diverso a seconda della gravità della situazione.
Per questo parlare del 118 vibonese significa parlare di molto più che di ambulanze, turni e numeri di intervento. Significa interrogarsi sulla capacità complessiva di un territorio di garantire una risposta sanitaria quando non c'è più la possibilità di aspettare, quando il medico di famiglia non basta, quando il pronto soccorso è ancora lontano e quando la differenza tra un intervento tempestivo e uno tardivo può diventare decisiva.
La provincia di Vibo Valentia, del resto, presenta caratteristiche che rendono l'organizzazione dell'emergenza particolarmente delicata. È un territorio nel quale convivono aree urbane e piccoli centri, una fascia costiera densamente frequentata durante la stagione estiva e zone interne nelle quali le distanze, la conformazione delle strade e i collegamenti possono trasformarsi in un elemento determinante per i tempi di soccorso. Nei mesi estivi, inoltre, la popolazione effettivamente presente sul territorio aumenta considerevolmente, soprattutto lungo la costa, proprio quando crescono anche gli spostamenti, il traffico e, inevitabilmente, le possibilità che si verifichino situazioni che richiedono un intervento sanitario.
È quindi legittimo, e anzi necessario, chiedersi se l'organizzazione del 118 sia realmente calibrata sulle caratteristiche della provincia e sulle sue esigenze, oppure se continuiamo a ragionare utilizzando numeri e parametri che non restituiscono fino in fondo la complessità del territorio. La domanda non è polemica. È giornalistica.
Quanti interventi vengono effettuati ogni anno dal 118 vibonese? Qual è la loro distribuzione territoriale? Quanti vengono classificati come emergenze ad alta priorità? Quali sono i tempi medi che trascorrono tra la chiamata e l'arrivo dell'equipaggio sul posto? Quante ambulanze sono effettivamente operative nelle diverse fasce orarie e quanti mezzi possono contare sulla presenza di personale sanitario? Quante volte un'ambulanza deve percorrere decine di chilometri per raggiungere un paziente o trasferirlo verso una struttura ospedaliera? E, soprattutto, cosa accade quando più emergenze si verificano contemporaneamente e il numero dei mezzi disponibili si riduce drasticamente?
Sono domande che non possono essere liquidate con una dichiarazione di circostanza, perché dietro ciascuna di esse non c'è soltanto una statistica, ma una persona che aspetta.
Il numero delle ambulanze, da solo, non racconta la realtà
Uno degli errori più comuni quando si discute dell'organizzazione dell'emergenza consiste nel limitarsi a contare le ambulanze presenti sulla carta, come se la semplice esistenza di un mezzo equivalesse automaticamente alla disponibilità di un servizio.
La realtà è naturalmente più complessa. Un'ambulanza impegnata in un intervento non può rispondere contemporaneamente a un'altra chiamata; un mezzo utilizzato per un trasferimento ospedaliero rimane fuori dalla disponibilità della rete per tutto il tempo necessario a completare quella missione; un equipaggio insufficiente può ridurre concretamente la capacità operativa anche quando i mezzi, formalmente, risultano presenti.
È per questo che il vero parametro da osservare non dovrebbe essere soltanto il numero complessivo delle ambulanze, ma la loro effettiva operatività, la distribuzione sul territorio, la dotazione degli equipaggi e la capacità del sistema di mantenere una copertura adeguata anche quando il numero degli interventi aumenta.
Un sistema di emergenza funziona quando riesce a garantire una risposta anche nel momento in cui viene sottoposto alla massima pressione. Ed è proprio nei momenti di maggiore affollamento che si misura la sua effettiva solidità.
Una provincia non è una mappa uniforme
C'è poi un elemento che qualsiasi analisi seria dovrebbe mettere al centro: la geografia. Vibo Valentia città non è un piccolo comune dell'entroterra, così come una località della costa durante il mese di agosto non può essere considerata identica a quella stessa località in una giornata di novembre. Le distanze, le condizioni della viabilità, la presenza turistica e la distribuzione delle strutture sanitarie incidono direttamente sull'organizzazione del soccorso.
È una questione quasi banale, ma proprio per questo spesso dimenticata: sulla carta una provincia può sembrare piccola; sulla strada, soprattutto quando bisogna attraversarla rapidamente, può diventare molto più grande.
E allora l'organizzazione del 118 deve necessariamente tenere conto non soltanto della popolazione residente, ma anche della popolazione effettivamente presente, dei flussi stagionali, delle caratteristiche del territorio e della possibilità che un mezzo venga impegnato per un tempo considerevole prima di tornare nuovamente disponibile.
La prevenzione, in questo senso, non riguarda soltanto le campagne informative o la sicurezza stradale. Riguarda anche la capacità dell'organizzazione sanitaria di prevedere i momenti nei quali il territorio sarà maggiormente sottoposto a pressione e predisporre una risposta adeguata prima che l'emergenza si presenti.
E poi ci sono gli uomini, che non sono una voce di bilancio
Ogni discussione sul 118 che dimentichi il personale è destinata a rimanere incompleta, perché nessun mezzo, per quanto moderno, può sostituire le persone che ogni giorno rispondono alle chiamate e intervengono nei luoghi più diversi, spesso in condizioni difficili e con informazioni necessariamente limitate.
Medici, infermieri, autisti-soccorritori e operatori della centrale rappresentano il punto concreto attraverso il quale il sistema entra in contatto con il cittadino. Sono loro che devono valutare rapidamente una situazione, decidere la priorità dell'intervento, raggiungere il paziente, stabilizzarlo quando necessario e contribuire a scegliere il percorso assistenziale più appropriato.
Per questo diventa inevitabile porsi alcune domande anche sulla consistenza degli organici, sulla distribuzione del personale, sull'organizzazione dei turni e sulla capacità di garantire continuità del servizio senza sottoporre chi lavora nell'emergenza a una pressione che, alla lunga, rischia di diventare essa stessa un problema per il sistema.
Non si tratta di trasformare ogni difficoltà in un'accusa contro chi lavora. Semmai è l'esatto contrario: significa riconoscere che chi opera nel 118 può garantire un servizio all'altezza delle necessità soltanto se viene messo nelle condizioni di farlo.
Non serve cercare un colpevole a tutti i costi
Il punto, allora, non dovrebbe essere quello di costruire l'ennesima polemica tra maggioranza e opposizione, tra amministrazione e sanità, tra chi difende il sistema e chi lo considera un disastro. La sanità non dovrebbe diventare l'ennesimo campo di battaglia nel quale ogni dato viene utilizzato esclusivamente per confermare una posizione politica già decisa.
Se il 118 vibonese funziona bene, bisogna avere l'onestà di riconoscerlo. Se esistono operatori che ogni giorno garantiscono il servizio in condizioni difficili, meritano rispetto e non strumentalizzazioni. Ma proprio per questo, se esistono carenze organizzative, scoperture, problemi nella distribuzione dei mezzi, difficoltà nella gestione dei trasferimenti o tempi di risposta che meritano di essere approfonditi, bisogna avere lo stesso coraggio di raccontarli.
L'informazione non dovrebbe essere il megafono di chi governa e nemmeno il megafono di chi protesta. Dovrebbe fare una cosa molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomoda: verificare.
Verificare significa chiedere i dati ufficiali, confrontarli, leggere gli atti, ascoltare gli operatori, raccogliere le segnalazioni e soprattutto distinguere ciò che è documentato da ciò che appartiene alla percezione.
Perché nel momento in cui si parla di emergenza sanitaria, la percezione può essere importante per capire il problema, ma non può sostituire i numeri.
L'emergenza non concede il lusso di aspettare
La sanità ordinaria, almeno in alcune circostanze, consente di programmare. Un esame può essere rinviato, una visita può essere riprogrammata, un appuntamento può essere spostato. L'emergenza, invece, non conosce agende e non consulta calendari.
Un arresto cardiaco, un trauma grave, un'emorragia, un incidente stradale o una difficoltà respiratoria possono trasformare nel giro di pochi minuti una giornata normale in una situazione nella quale ogni decisione assume un peso enorme.
È questa la ragione per cui il 118 dovrebbe essere considerato uno dei termometri più importanti dello stato di salute della sanità vibonese. Non perché debba essere un servizio perfetto, cosa che nessun sistema sanitario può realisticamente garantire, ma perché deve essere un servizio affidabile proprio quando tutto il resto diventa improvvisamente urgente.
Ecco perché l'analisi del 118 non può fermarsi alla domanda se il servizio esista o meno. La domanda vera è se sia adeguato al territorio che deve servire, se disponga delle risorse necessarie, se riesca a garantire tempi di risposta compatibili con la natura delle emergenze e se abbia una struttura sufficientemente solida da reggere anche quando la domanda aumenta.
Sono queste le questioni sulle quali sarebbe interessante ascoltare non soltanto la politica, ma soprattutto chi ha la responsabilità di organizzare il servizio e chi, ogni giorno, lo rende concretamente possibile.
Perché quando un cittadino chiama il 118 non sta chiedendo un servizio efficiente in senso astratto e non sta partecipando all'ennesima discussione sulla sanità calabrese. Sta chiedendo che qualcuno arrivi.
E quando dall'altra parte del telefono c'è una persona che sta vivendo una delle peggiori situazioni della propria vita, la differenza tra un sistema che funziona e uno che funziona soltanto sulla carta può essere misurata in minuti.A volte anche in uno solo.
Ed è per questo che sul 118 vibonese non servono slogan, né comunicati celebrativi, né polemiche precostituite. Servono dati, trasparenza e la disponibilità a guardarli senza paura. Perché l'emergenza, a differenza della politica, non aspetta il prossimo comunicato stampa.



