Un’odissea tra malati abbandonati a piedi che cercano un passaggio per tornare a casa, familiari stremati e studenti che aspettano le madri prima di andare a scuola, emerge il dramma di un territorio dove il diritto alla salute rischia di trasformarsi in un lusso per pochi
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Fuori è buio e fa freddo, ma per circa trenta malati cronici di Reggio Calabria la notte non porta il riposo, bensì l'inizio di una vera e propria via crucis ospedaliera. La chiusura improvvisa dei trattamenti presso il Centro Dialisi privato San Giorgio di Pellaro, causata dal mancato accreditamento con il Servizio Sanitario Regionale, ha scaricato una crisi drammatica sulle spalle di pazienti già provati da quadri clinici complessi e invalidanti. Di fronte al rifiuto dei trasferimenti verso strutture distanti come Melito o Scilla, inagibili per chi vive sommerso da pluripatologie, l'unica ciambella di salvataggio offerta in via emergenziale dal Grande Ospedale Metropolitano è stata l'attivazione di un turno di dialisi notturna, con inizio alle ore ventuno e termine ben oltre l'una di notte.
È nell'oscurità di queste ore che si manifestano le immagini più strazianti e le umiliazioni più profonde. Finire una terapia salvavita alle due di notte significa trovarsi prostrati, in uno stato di spossatezza fisica che molti malati descrivono come un incubo privo di forze. Per chi non ha un mezzo proprio o non può contare su un accompagnatore a quell'ora, la fine delle cure si trasforma nell'incertezza del ritorno. Emblematico è il messaggio vocale diffuso da uno dei pazienti, che nell'oscurità del piazzale dell'ospedale si trova costretto a chiedere aiuto ai compagni di sventura con parole piene di dignità e rassegnazione: «Se c'è qualcuno qua con me in dialisi che va verso Pellaro, se mi può dare un passaggio che giustamente sono a piedi». Chi non trova un passaggio rischia di rimanere bloccato all'agghiaccio fuori dalla struttura, in attesa che qualcuno possa soccorrerlo.
Le ricadute di questa turnazione assurda stravolgono la vita dell'intero nucleo familiare. C'è chi racconta il tormento di dover svegliare nel cuore della notte un parente stremato dal lavoro: «Mio fratello, poveretto, deve venire a prendermi dopo che mi ha accompagnato, adesso alle due di notte, quando finisco la dialisi, si deve alzare dal letto e venire a prendermi, e non è corretto questo». E c'è il volto giovane di una ragazza di soli sedici anni, seduta sulle sedie d'attesa del Reparto Dialisi del GOM alle nove di sera passate per stare accanto alla madre: «Sono una ragazza di sedici anni che la sta aspettando nonostante tutti gli impegni che ho, perché non ho la minima intenzione di lasciarla da sola, e domani, anche se avrò le forze, andrò pure a scuola perché non ho intenzione di andare a dormire tre volte a settimana senza mia mamma in casa». A questa sofferenza si somma la protesta dei caregiver che assistono familiari affetti da demenza o tumori, per i quali la gestione notturna distrugge anche le poche ore di sonno necessarie alla sopravvivenza del nucleo assistenziale.
Tutto questo dolore non nasce da un'emergenza imprevedibile, ma rappresenta la diretta conseguenza di storture burocratiche e amministrative che si trascinano da oltre un decennio. Come denunciato con fermezza dal coordinatore Fintred, il dottor Francesco Puntillo, la città di Reggio Calabria soffre di una cronica ed esclusiva carenza di posti rene territoriali, a differenza di altre realtà calabre come Catanzaro e Cosenza che dispongono di strutture pubbliche sia ospedaliere che territoriali. L'Azienda Sanitaria Provinciale ha quantificato ufficialmente fin dal 2018 la mancanza di ben ventinove posti rene nel comune capoluogo, dato ribadito anche nelle delibere del 2024. Il paradosso scandaloso risiede nel fatto che il decreto regionale per il riconoscimento del fabbisogno è già stato predisposto ed è pronto da tempo sui tavoli della Regione, ma rimane bloccato perché nessuno si assume la responsabilità di apporre quella firma indispensabile per consentire l'operatività dei centri sul territorio.
La vicenda impone una riflessione di natura pedagogica e civile che va oltre il singolo fatto di cronaca. Come è possibile che una società democratica accetti come normale che cittadini anziani, ciechi, cardiopatici e oncologici debbano elemosinare un passaggio a notte fonda o rischiare di svenire su una panchina per poter accedere a una terapia salvavita? L'Articolo 32 della Costituzione italiana definisce la salute come un fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, ma la realtà calabrese sembra raccontare un'altra storia. Ci si deve chiedere se la sanità non sia stata progressivamente trasformata da diritto universale in un lusso per pochi, dove la burocrazia prevale sulla vita umana e dove la logica implicita diventa quella del «o paghi o muori». Quando le istituzioni sanitarie e regionali costringono le persone più fragili a umiliazioni notturne per mere schermaglie autorizzatorie, non stanno solo creando un disservizio: stanno spezzando il patto di fiducia tra Stato e cittadino, privando la cura della sua indispensabile dimensione di dignità e umanità.

