Chi ha fatto il giuramento d’Ippocrate vuole essere messo nelle condizioni di poter garantire a tutti la giusta assistenza sanitaria. Difficile farlo in un sistema che sembra sull’orlo del baratro, con le flebo che vengono attaccate ai muri con lo scotch
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Qualche giorno fa ho girato ad un mio carissimo amico il video appello di Roberto Occhiuto in cui incita i medici calabresi sparsi per il mondo a tornare in Calabria. Il mio amico è originario di Cosenza, visceralmente legato alla sua città, ma dopo essersi laureato all’università di Perugia, fa il medico fra l'Umbria e il Lazio. Ho voluto fare un piccolo esperimento per vedere quanto facesse presa l’appello, soprattutto su uno come lui che avrebbe più di una ragione per tornare a casa. La risposta, come mi aspettavo, è stato un secco “no, grazie”.
Quello che non si considera nell’appello è che il medico non è una professione qualunque e la stella polare non può essere solo la retribuzione. Chi intraprende questa nobile professione presta un giuramento antichissimo, risalente al IV secolo a.c. ma ancora attualissimo quello d’Ippocrate. Nella sua versione moderna i camici bianchi giurano “di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale ispirerò ogni mio atto professionale”. Queste cose si possono perseguire in Calabria?
Il problema non è di questo o quel governo, visto che tutte le amministrazioni regionali che si sono succedute in questi anni non sono riuscite a migliorare la condizione della nostra sanità. Si tratta piuttosto di un problema di sistema: la sanità in Calabria sembra viaggiare pericolosamente sul ciglio del baratro. Quale medico sente di poter esercitare serenamente la sua professione in ospedali dove le flebo vengono attaccate al muro con lo scotch? Quale medico vorrebbe entrare nel girone infernale dei nostri Pronto Soccorso, intasati all'inverosimile per la totale assenza di filtri sul territorio? Quale medico vorrebbe assistere a pazienti che arrivano in ospedale dopo interminabili attese di un’ambulanza, in un contesto dove un minuto in più o in meno potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte?
Dopo l’appello diversi medici hanno spiegato che non si tratta di avere pagato l’affitto (molti magari hanno ancora la casa in Calabria) ma di essere messi nelle condizioni di poter operare in serenità, con gli strumenti necessari, con le attrezzature giuste, con il personale adatto per quantità e qualità. Proprio per riuscire a garantire a tutti la necessaria assistenza imposta da quel giuramento e magari per evitare di essere, incolpevolmente, presi a botte dai parenti o ricoperti di denunce.
Queste condizioni in Calabria vanno tutte costruite, per ora non ci sono. D’altronde lo rivela lo stesso appello lanciato dal commissario: l’idea di assegnare qualche centinaio di euro in più a chi sceglie di venire in Calabria è come cercare di convincere qualcuno a partire per una guerra, per il Vietnam. Una situazione che è stata già applicata alla giustizia, dove la Calabria viene tristemente classificata come sede “disagiata”.
Non saranno purtroppo qualche manciata di euro in più a far tornare i medici in Calabria, ma una politica sanitaria efficiente e un piano serio e credibile per rimettere in sesto un sistema che viaggia pericolosamente sull’orlo del baratro.




