In Calabria si consuma, da anni, una contraddizione che ha il sapore amaro dell’improvvisazione politica. Da un lato si proclama la rinascita del sistema sanitario regionale; dall’altro si continua a ricorrere a soluzioni emergenziali che finiscono per diventare strutturali. Il caso dei medici cubani è l’emblema di questa deriva.

L’accordo tra la Regione Calabria e il governo de Cuba, fortemente sostenuto dal presidente Roberto Occhiuto, è stato presentato come una risposta rapida alla carenza di personale sanitario. Una scelta definita “pragmatica”, necessaria per tenere aperti reparti che rischiavano la chiusura. Ma dietro l’emergenza si cela una questione più profonda: perché una regione italiana, parte integrante del sistema sanitario nazionale, deve importare medici dall’altra parte del mondo mentre continua a perdere i propri? È una toppa che diventa sistema.

La Calabria soffre da anni di una drammatica emorragia di professionisti. Giovani medici formati nelle università del Sud, spesso con sacrifici familiari enormi, trovano condizioni di lavoro migliori al Nord o all’estero. Turni massacranti, carenze strutturali, precarietà organizzativa e stipendi poco competitivi spingono via le nuove generazioni.

Nel frattempo, si annuncia la creazione di un polo universitario di Medicina a Cosenza, legato all’Università della Calabria. Un progetto ambizioso, almeno sulla carta. Ma quale credibilità può avere una nuova facoltà in un contesto ospedaliero dove permangono criticità organizzative, carenze di personale stabile e difficoltà logistiche?

Si rischia di formare nuovi medici destinati, ancora una volta, a partire.

Tuttavia vi sono problemi concreti, che in pochi osano raccontare e che hanno un costo ulteriore; i medici cubani non sono il problema. Sono professionisti che arrivano in Calabria con spirito di servizio, spesso in condizioni personali non semplici. Il punto è un altro: l’organizzazione che li accoglie con le su criticità evidenti. Burocratiche: riconoscimento dei titoli, equipollenza, inserimento nei protocolli italiani. Linguistiche: la comunicazione medico-paziente non è un dettaglio, è parte integrante della cura. Organizzative: inserimento in reparti già sotto stress, con carenze strutturali croniche. Logistiche: alloggi, trasporti, integrazione territoriale. Non pochi medici cubani, infatti, hanno scelto di non proseguire l’esperienza oltre il periodo iniziale previsto. Un segnale che dovrebbe indurre la politica a una riflessione seria. E invece l’esperimento viene riproposto come modello consolidato.

Questa volta assistiamo ad una discriminazione al contrario; infatti c’è un elemento che merita di essere affrontato senza ipocrisie: questa operazione finisce per apparire come una forma di “discriminazione al contrario”. Non verso i medici cubani, ma verso i medici calabresi e italiani.

Possibile che per trattenere un giovane specialista calabrese non si trovino le risorse per contratti stabili, percorsi di carriera, condizioni lavorative dignitose, mentre si riescano a strutturare accordi internazionali complessi e onerosi? Possibile che la soluzione sia sempre esterna, mai interna?

La verità è che l’emergenza è diventata un alibi. Si interviene sugli effetti, mai sulle cause. Si preferisce l’operazione mediatica alla riforma strutturale.

Il presidente Roberto Occhiuto difende l’iniziativa come necessaria per evitare il collasso del sistema. E in parte è vero: senza quei medici alcuni reparti avrebbero chiuso. Ma l’emergenza non può diventare una politica sanitaria permanente. La Calabria non ha bisogno di soluzioni tampone. Ha bisogno di: Stabilizzazione dei precari. Piani di assunzione pluriennali. Incentivi veri per chi sceglie di restare. Investimenti in organizzazione, non solo in annunci. Una rete ospedaliera funzionale, non frammentata.

Sorge, pertanto, una domanda che brucia alla politica: che senso ha creare un polo universitario di Medicina a Cosenza se poi non si garantisce un sistema sanitario capace di assorbire e valorizzare quei professionisti? Che senso ha parlare di eccellenza formativa mentre si supplisce alle carenze strutturali con contratti emergenziali internazionali? Il rischio è che la Calabria diventi un laboratorio politico permanente, dove ogni scelta è figlia dell’urgenza e mai della programmazione.

La vera vergogna non sono i medici cubani. La vera vergogna è non aver creato le condizioni perché i medici calabresi possano curare la Calabria.