L’ultima data indicata è giugno. È questo l’orizzonte temporale fissato dal direttore generale dell’Asp di Cosenza, Vitaliano De Salazar, per l’apertura del reparto di Medicina e del Pronto soccorso dell’ospedale Vittorio Cosentino di Cariati. Una tempistica resa nota dopo il sopralluogo effettuato ieri mattina e che rappresenta, però, «un ulteriore slittamento» rispetto alle precedenti indicazioni che parlavano di maggio, come denuncia il movimento Le Lampare. Entro aprile, invece, l’attivazione della Casa della comunità.

Una visita, quella del direttore generale, che si inserisce in una vicenda lunga e complessa, segnata da una chiusura e poi da una lunga mobilitazione per tenere accesi i riflettori su un presidio che altrimenti si sarebbe spento in silenzio. Una storia raccontata tante volte ma ancora senza lieto fine, che ha reso l’ospedale di Cariati il simbolo di una sanità promessa e mai pienamente restituita al territorio.

Con De Salazar, ieri, l’assessora regionale Pasqualina Straface e il sindaco Cataldo Minò, al quale il movimento civico ricorda di aver «assunto in Consiglio comunale un impegno preciso: richiedere e formalizzare l’incontro con il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, per discutere del reinserimento dell’ospedale di Cariati nella rete ospedaliera, come previsto dal decreto già approvato».

Un impegno formalizzato il 26 gennaio scorso, quando il Consiglio comunale aveva votato all’unanimità l’istituzione di una commissione incaricata di avanzare la richiesta ufficiale alla Cittadella. Da allora, però, denunciano Le Lampare, «nessun contatto, nessuna comunicazione, nessun passo avanti». Da qui la critica anche alla mancata informazione dell’assise civica sul sopralluogo del direttore generale, che avrebbe potuto rappresentare «un’occasione utile – e forse doverosa – per porre domande puntuali sui lavori in corso, sulle tempistiche e sulle reali prospettive di riattivazione».

Un termine, adesso, c’è. Giugno. Ma non è la prima volta e non sarebbe la prima volta se il termine venisse disatteso. Questi i timori dei membri del movimento che ricordano come in passato «una semplice ristrutturazione dei locali, nemmeno terminata, sia stata presentata come attivazione del Pronto soccorso», nonostante l’assenza di servizi fondamentali e di personale essenziale, come l’anestesista, figura che – sottolineano – «continuiamo ad attendere».

Da qui l’avvertimento: «Di fronte a una nuova tempistica resa nota, manterremo la massima attenzione». Anche perché, nonostante il reinserimento di Cariati nella rete ospedaliera, salutato all’epoca (e giustamente) come una vittoria dei comitati che si erano battuti per la riapertura, restano ancora da dipanare nodi cruciali: i tempi di attivazione del laboratorio analisi, la piena operatività del Pronto soccorso oltre l’attuale Punto di primo intervento, e le modalità di reclutamento del personale.

«Ogni giorno di silenzio istituzionale pesa sulle spalle dei cittadini», dichiarano Le Lampare. E lanciano un messaggio netto: «Basta annunci, basta passerelle: vogliamo sanità pubblica e rispetto del decreto di apertura del Vittorio Cosentino».

Il braccio di ferro sui medici cubani

Infine, dal movimento, una nota a margine sulla questione dei medici cubani. «Come abbiamo denunciato da mesi, la Calabria è in mezzo a un processo politico più ampio. Le pressioni dell’Ambasciata Usa sui medici cubani erano già iniziate mesi fa, e oggi le ricostruzioni giornalistiche lo confermano: l’amministrazione Trump sta chiedendo a vari Paesi, Italia compresa, di interrompere gli accordi con il personale sanitario cubano. Mentre la Regione ribadisce in queste ore che i medici resteranno, arriva la notizia dell’incontro tra Occhiuto e il rappresentante Usa Mike Hammer. È la conferma che la Calabria è stata trascinata in un braccio di ferro internazionale. Le pressioni americane sono inaccettabili: nessuno può condizionare le scelte sanitarie di un territorio. Allo stesso tempo rinnoviamo massima solidarietà al popolo cubano, da decenni vittima del più lungo embargo della storia».