La recente notizia del rinvio a giudizio di un medico dell’ospedale di Cosenza, accusato di aver somministrato un antibiotico a un paziente nonostante un’allergia segnalata nella documentazione sanitaria, richiama l’attenzione su un problema che va oltre il singolo episodio. Sarà la magistratura ad accertare le responsabilità, mentre resta il dolore di una famiglia che ha perso un proprio caro. Senza entrare nel merito della vicenda, vorrei affrontare il problema da una prospettiva diversa, quella informatica: con le tecnologie di cui disponiamo oggi, quanti errori potremmo intercettare prima che producano conseguenze irreparabili?

Non è la prima volta che un’informazione medica viene interpretata o utilizzata in modo errato. Nel 2001, negli Stati Uniti, una bambina di nove mesi morì dopo aver ricevuto due dosi di morfina dieci volte superiori a quelle prescritte (5 mg anziché 0,5 mg per dose), a causa di un errore di trascrizione. Nel 1994, al Dana-Farber Cancer Institute di Boston, una paziente morì dopo aver ricevuto una quantità di chemioterapico quattro volte superiore a quella prevista, senza che i controlli individuassero l’errore. Episodi differenti, accomunati da una circostanza: un errore macroscopico ha attraversato più passaggi senza essere intercettato.

Gli errori in ambito sanitario possono avere cause diverse, dalle distrazioni alle carenze organizzative, fino a una preparazione insufficiente o alla negligenza. Comprenderne le cause non significa cercare giustificazioni, ma fare in modo che errori simili non si ripetano. Del resto, anche il medico più preparato e scrupoloso ha un limite: nessuno riesce a mantenere sempre lo stesso livello di attenzione, soprattutto tra stanchezza, urgenze e interruzioni. Un sistema informatico, invece, non si stanca e non si distrae. Se correttamente progettato e alimentato con dati affidabili, può eseguire gli stessi controlli con continuità e precisione.

Il problema, però, è più profondo: non basta che un singolo ospedale acquisti un buon software. Se il sistema non conosce la storia clinica del paziente, bisogna comunque ricostruirla attraverso domande, referti e ricordi non sempre precisi. Spesso, inoltre, si tratta di informazioni già registrate altrove, ma non disponibili nel momento in cui servono. Anche il miglior software, senza dati, perde gran parte della sua efficacia. È questa frammentazione che dobbiamo superare: non dovrebbe essere il paziente a dover ricostruire ogni volta informazioni che il sistema sanitario possiede già.

Per questo, a mio avviso, occorre arrivare a un’infrastruttura sanitaria realmente unitaria e centralizzata, almeno a livello nazionale, se non addirittura europeo. Serve una storia clinica strutturata e costantemente aggiornata, accessibile ai professionisti autorizzati. Immaginiamo di arrivare in ospedale: veniamo identificati e il personale può consultare subito allergie, terapie, patologie e interventi già registrati. Il medico potrà chiederci se ci siano novità, ma non dovrà ripartire da un foglio bianco. Ogni nuova informazione verificata contribuirà ad aggiornare il sistema, a beneficio delle successive occasioni di cura.

In Italia, fortunatamente, non partiamo da zero. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 permette già di raccogliere e consultare numerosi documenti sanitari, mentre l’Ecosistema dei Dati Sanitari punta a integrare ulteriormente le informazioni a livello nazionale. Anche a livello europeo si lavora per rendere le informazioni sanitarie accessibili oltre i confini nazionali: il regolamento sullo European Health Data Space prevede, dal 2029, lo scambio di profili sanitari sintetici e prescrizioni elettroniche. Sono passi importanti, ma la vera sfida è andare oltre la semplice raccolta dei documenti. Occorre che le informazioni siano complete, aggiornate e facilmente accessibili ai professionisti autorizzati. La tutela della privacy deve naturalmente essere garantita, ma non dovrebbe ostacolare un accesso semplice e rapido ai dati necessari per la cura dei pazienti.

Disporre delle informazioni, tuttavia, è soltanto il primo passo. Il vero vantaggio si avrebbe utilizzandole anche per prevenire gli errori. Prima di prescrivere o somministrare un farmaco, ad esempio, il sistema potrebbe verificare automaticamente allergie, interazioni e dosaggi, segnalando eventuali rischi. Nel caso di Cosenza emerge un particolare significativo: secondo l’accusa, nella scheda di triage era indicata un’allergia al Rocefin, mentre sarebbe stato somministrato Fidato. Due nomi commerciali diversi, ma lo stesso principio attivo: il ceftriaxone. Un software correttamente progettato può riconoscere questa corrispondenza e segnalare il potenziale rischio.

Per essere davvero utili, però, questi controlli devono inserirsi naturalmente nel lavoro quotidiano degli operatori. In Pronto Soccorso non si può perdere tempo tra decine di schermate o nuove procedure. Il sistema dovrebbe attivarsi automaticamente sia durante la prescrizione sia prima della somministrazione dei farmaci, senza complicare il lavoro dei professionisti. Diventerebbe così un prezioso alleato per medici e infermieri, che potrebbero svolgere il proprio lavoro con maggiore tranquillità, contando su un’ulteriore verifica capace di segnalare tempestivamente eventuali rischi. Gli avvisi dovrebbero inoltre essere selettivi: se tutto diventa un allarme, si rischia di non ascoltarne nessuno.

L’intelligenza artificiale potrebbe offrire un ulteriore contributo, interpretando documenti clinici, collegando informazioni provenienti da fonti differenti e individuando criticità più profonde e difficili da riconoscere attraverso l’analisi congiunta di molteplici elementi della storia clinica del paziente. Ma per molte verifiche fondamentali non serve neppure l’IA. Riconoscere il principio attivo di un farmaco o controllare che un dosaggio non superi determinati limiti sono operazioni che i sistemi informatici tradizionali possono già eseguire. La sfida non è introdurre tecnologie sempre più sofisticate, ma realizzare strumenti affidabili, che funzionino davvero e che i professionisti sanitari riconoscano come un aiuto concreto nel loro lavoro quotidiano.

Naturalmente, nessun software potrà eliminare tutti gli errori, ma alcuni, soprattutto quelli legati a controlli ripetitivi e a informazioni già disponibili, potrebbero essere drasticamente ridotti. Una piattaforma ben progettata non sostituirebbe il giudizio dei professionisti sanitari, ma potrebbe facilitarne il lavoro, offrire un supporto nelle decisioni e aumentare la sicurezza dei pazienti. Perché tutto questo sia possibile, la tecnologia da sola non basta. Serve anche un quadro normativo e organizzativo che assicuri informazioni aggiornate e un accesso rapido ai dati necessari, soprattutto nelle emergenze. Informatica e normativa devono procedere insieme, affinché questi strumenti possano essere utilizzati efficacemente quando servono.

La vera innovazione non consiste nel digitalizzare altri documenti o nel continuare a integrare sistemi sviluppati separatamente, ma nel costruire un’infrastruttura capace di mettere le informazioni al servizio di chi cura e di chi viene curato. Gran parte della tecnologia necessaria esiste già. Quello che ancora manca è riuscire a farla funzionare come un unico sistema, a beneficio dei cittadini e dei professionisti sanitari.