«Nella Costituzione c’è forse scritto che oltre una certa età non si ha più diritto ad essere curati?». È incontenibile la rabbia di Donatella Fazio, medico di famiglia a Filandari e 34 anni di professione alle spalle. Una lunga carriera che non ha inaridito la sua empatia verso i pazienti che cura. Ed è proprio quello che è accaduto nelle scorse ore a un suo paziente a scatenare la sua collera. «Vergognoso, inaccettabile, disumano», scandisce al telefono contattata da Il Vibonese.

Poi racconta quello che è successo: «Un mio anziano paziente è caduto e si è fratturato il femore ma all’ospedale di Vibo hanno rifiutato il ricovero con la motivazione che mancano posti letto, così è stato portato a Reggio Calabria dove è stato visitato, ma anche qui lo hanno liquidato dicendogli che non potevano operarlo ed è stato rimandato a casa, per giunta a spese sue». Per tornare a Filandari, infatti, i familiari hanno dovuto far ricorso a un’ambulanza privata. «Trovo inconcepibile tutto questo – continua la dottoressa Fazio –. Rimandato a casa senza intervento, senza prospettiva, senza dignità. Trattato come un pacco postale, non come un essere umano in sofferenza».

Una situazione che lo stesso medico ha vissuto 3 anni fa con sua madre: «Anche lei si ruppe il femore a 94 anni e in ospedale le rifiutarono il ricovero dicendomi di riportarla a casa. Solo grazie al fatto che sono un medico e ovviamente conosco bene il sistema riuscii a farla ricoverare a Paola, dove venne operata e rimessa in piedi. Mia madre è ancora viva e vegeta, ma se non fosse stata operata oggi non ci sarebbe più». Rischio che ora corre il suo paziente.

«Ho consigliato ai familiari di chiamare nuovamente il 118 e tornare a Vibo, ora stiamo aspettando l’ambulanza - racconta nella concitazione del momento –. Non posso rassegnarmi all’idea che nei fatti si chieda a una persona anziana di tornare a casa senza cure e aspettare di morire perché nessuno ha voluto o saputo assumersi la responsabilità di curarlo. Ma che sistema è questo? Che idea di sanità è quella che lascia un paziente in condizioni gravi senza neppure tentare di trovare una soluzione? Questo non c’è scritto nella nostra Costituzione, anzi c’è l’esatto contrario, perché il diritto alla salute è di tutti, a prescindere dall’età. Se fossi nei familiari del mio paziente sarei già andata dai carabinieri, ma la decisione spetta a loro».

Una vicenda che è solo una goccia di dolore nel mare magnum del disastro sanitario vibonese, ma estremamente emblematica per la capacità di rappresentare un sistema che ormai mostra la corda.

«Io sono furiosa – continua Fazio –. Furiosa perché questo non è un errore: è un fallimento. Un fallimento della tutela, un fallimento dell’assistenza, un fallimento del rispetto minimo dovuto a una persona malata. È impossibile restare in silenzio davanti a una simile negligenza. Una cosa del genere non può e non deve passare sotto silenzio».

Tornata nell’organico dell’Asp di Vibo da 3 anni, dopo la maggior parte della carriera vissuta come dirigente medico a Cosenza, Donatella Fazio dà sfogo a tutta la frustrazione professionale di un medico costretto in un tunnel che sembra non mostrare mai la luce dell’uscita.

«Mi sembra che sia in atto un declino ineluttabile – continua –, con il totale disinteresse di chi governa. Adesso i sindaci vibonesi sembrano essersi svegliati, ma si sono mossi tardi. La responsabilità, però, è anche di noi medici che non reagiamo, avallando questo stato di cose. Mi auguro che maturi finalmente la consapevolezza che siamo i primi a doverci mobilitare, senza pensare ognuno al proprio orticello e magari passare nella sanità privata perché economicamente è più conveniente».

L’ultima stoccata è per il commissario regionale ad acta e presidente della Regione: «È inutile che Occhiuto vada a farsi riprendere sul cantiere del nuovo ospedale. Venga invece da noi, constati personalmente i problemi dell’assistenza territoriale. Noi medici di base siamo stati trasformati in contabili e burocrati, costretti a fare i conti con tonnellate di scartoffie e multati se prescriviamo un esame diagnostico o un protettore gastrico in più. Non è così che si può davvero offrire assistenza ai cittadini».