Otto partite, una rincorsa serrata, quattro squadre in pochi punti. E una città che vive ogni domenica come fosse un esame finale. Ospite del format “A tu per tu” negli studi de ilReggino.it, Momo Laaribi si racconta con lucidità e maturità. Il centrocampista della Reggina 1914 parte dall’analisi tecnica del campionato, ma inevitabilmente il discorso si allarga: alla pressione di una piazza esigente, al peso dell’appartenenza, alle emozioni del Granillo.

Una rincorsa a quattro

«Rispetto allo scorso anno è diverso», spiega Laaribi. «Allora rincorrevamo una sola squadra, oggi siamo in quattro. Finisce la partita e guardi i risultati di tre squadre. È più complicato». La parola chiave è concentrazione. «Dobbiamo stare sempre sul pezzo. Non possiamo permetterci di scivolare, di perdere punti. Dobbiamo pensare solo al nostro cammino nelle otto partite che restano».

Non ci sono alternative: «Dobbiamo vincere». Uno sguardo agli altri campi è inevitabile, ma la priorità resta interna: «Possiamo essere speranzosi nei risultati delle altre, ma dobbiamo essere consapevoli di quello che dobbiamo fare noi».

Il video con Torrisi e le voci

Dopo la sconfitta con il Vigor Lamezia, il video pubblicato dalla società – l’abbraccio con mister Torrisi – aveva alimentato le voci su un presunto attrito. Laaribi chiarisce: «È stata una scelta societaria per zittire notizie infondate e riavvicinare tutti al nostro obiettivo. Una sconfitta può far dimenticare il cammino fatto, ma non c’è alcuna rottura».

Nel calcio, spiega, basta un passo falso per cambiare la narrazione. «Siamo consapevoli che ai tifosi interessa l’obiettivo finale. E noi vogliamo raggiungerlo». Il rapporto con il tecnico è improntato al rispetto. «Il mister ha una personalità forte, pretende tanto e vuole che gli venga dato tanto. È normale che, essendo in tanti, le scelte possano far risentire qualcuno. Ma siamo professionisti».

L’obiettivo è condiviso: «Lui vuole vincere il campionato, noi vogliamo vincere il campionato». Un passaggio anche sul precedente tecnico Trocini, con cui aveva già lavorato: «Con lui il rapporto era più legato sotto l’aspetto umano». Su Torrisi, però, il riconoscimento è netto: «È arrivato in un momento di difficoltà e ci ha risollevati. Ci ha fatto respirare aria nuova. Questo è il suo grande merito».

La Curva e il senso di appartenenza

Se la tribuna può oscillare, la Curva resta un punto fermo. «Dobbiamo solo fare un plauso a loro. Ci hanno incitato e anche bastonato quando le cose non andavano per il verso giusto».

I sacrifici dei tifosi non passano inosservati. «Siamo consapevoli di quello che fanno per starci vicini, per amore di una maglia che noi rispettiamo e onoriamo a prescindere dal risultato». E poi c’è il peso dell’appartenenza per i compagni reggini. «Io sono della provincia, ma loro vivono la città. Finiscono i 90 minuti e restano reggini. Gioiscono il doppio e soffrono il doppio».

Il Granillo, emozione pura

Quando si parla del Granillo, il tono si fa più personale. «Le emozioni che provo quando giochiamo in casa sono qualcosa che forse non riesco a spiegare bene».

Poi la frase che racchiude tutto: «Ogni volta che scendo in campo e guardo intorno penso: questo lo racconterò a mio figlio. Quando sarò vecchio mi ricorderò col sorriso queste giornate». A 32 anni, Laaribi sa che il tempo nel calcio corre veloce. Ma certe immagini restano.

Lo spogliatoio, la squadra, il gruppo

«Il gruppo è fantastico», racconta. «Siamo più amici fuori dal campo che compagni di squadra». Non è scontato in uno spogliatoio con quasi trenta personalità diverse. «Non puoi legare allo stesso modo con tutti, ma il gruppo è positivo, consapevole e responsabile». Le tensioni? «Normali. Abbiamo una responsabilità importante verso tantissima gente. Ma non c’è rottura». Perché, come dice lui stesso, «l’unica cosa che divide sono i risultati. Quando vengono uniscono, quando non vengono dividono».

L’augurio finale è semplice e potente: «Tornare un giorno con la consapevolezza di aver raggiunto l’obiettivo. Di aver riportato la Reggina dove merita». La promozione sarebbe «l’emozione calcistica più grande» della sua carriera. A Reggio non si gioca solo per tre punti. Si gioca per una città intera.